La storia e le controversie sui fiumi Akragas e Ipsas ad Agrigento. I punti di vista di storici e poeti antichi su questi luoghi leggendari e il loro significato per la Città dei Templi
Le origini del dibattito: Akragas e Ipsas secondo gli archeologi
I moderni archeologi, quali lo Holm e lo Schubring ed il nostro storico avvocato Giuseppe Picone, sostengono che il fiume, che scorre a sud-est dell’antica e moderna Agrigento, è l’Ipsas,
comunemente detto Drago, mentre l’Akragas, invece, è fiumicello attualmente denominato San Biagio.
Posizione dei fiumi nella storia antica di Agrigento
Senza peccare di modestia, io dissento dalla loro opinione, perché contraria a quanto c’è stato tramandato da Polibio, da Plutarco, dal filosofo Empedocle, dal poeta Pindaro, vissuto per molto tempo nella corte di Terone
, ed in antitesi con la topografia dell’antica Akragante, con la sua ampiezza e con la sua popolazione, che Diogene Laerzio fa scendere ad 800 mila abitanti.
La visione di Polibio sui due fiumi agrigentini
Polibio è il primo storico che parla di un secondo fiume agrigentino. Per affermare ciò egli doveva essere sicuro della sua esistenza e del luogo ove aveva il suo corso. Ne era tanto sicuro che lo chiamava Ipsas, e lo pone ad oriente della città, nel lato, cioè rivolto alla nebbia.
Il ruolo del fiume Akragas nella crescita urbana
L’Akragas, invece, ricorda lo stesso storico, è il fiume che scorre a sud-ovest dell’antica e moderna, Agrigento, a Mezzogiorno, delle sue mura.
Ipasas e Naro
Non saprei trovare la ragione per cui esso venga chiamato attualmente Ipsas, quasi a confermare la tesi delle dei prefati archeologi e del Picone, mentre viene denominato Naro l’Ipsas di cui parla Polibio.
Pindaro e la rappresentazione poetica di Akragas
Che l’Akragas è sia effettivamente l’attuale Ipsas, ce lo conferma Pindaro, il quale, dedicando alla nostra città uno dei suoi migliori canti, dice: “… ben posta sopra il colle in riva dell’erboso Akragante”:
difatti la città monumentale e dei sacrifici si estendeva dal tempio di Hera a quello delle divinità Ctonie e di Vulcano, sopra un altipiano,
che dolcemente si innalza sino alle falde della Rupe Atenea e dell’Acropoli, bagnato a sud del fiume Akragas.
Empedocle e il fiume Akragas nei canti sacri
Pure Empedocle ripete lo stesso concetto nel proemio del suo Carme lustrale: “amici, voi che in quella gran cittade abitate, che posta nelle rive del biondo fiume Akragante…”.
Pindaro, inoltre, lo chiama “sacra stanza del fiume”, considerandola la dimora del fiume sacro al dio dello stesso nome.
Perché Ipsas è stato dimenticato dai poeti antichi
Perché tanto Empedocle che Pindaro non fanno alcun cenno del secondo fiume dell’Ipsas, cioè di cui parla Polibio?
I fiumi e i nuovi quartieri
Akragas e per la natura dei luoghi in cui sorse non poté accogliere dentro le sue mura antiche costruite da Falaride e da Terone i nuovi quartieri, che andavano sorgendo,
ma mano che si sviluppavano i suoi traffici, le sue industrie, i suoi commerci, la sua popolazione, per cui essi, per forza maggiore, dovettero essere costruiti fuori dalle stesse,
fuori, cioè, dalla città propriamente detta, sita sulle rive dell’omonimo fiume Akragas.
Empedocle e Pindaro non tennero conto di questi nuovi quartieri o sobborghi, dando risalto solamente alla città monumentale.
Plutarco
Ma Plutarco, con più spiccato senso pratico, considerò il sobborgo opposto ad oriente della città, la neapolis agrigentina, e Polibio, sulla direzione di Plutarco,
considerò tanto le antiche, quanto le nuove fabbriche costruite fuori delle mura, come unica città e, facendone la descrizione, la disse posta in vicinanza dei due fiumi.
Egli così riferisce: “l’area occupata dalla città è protetta da due fiumi in quanto scorre presso il lato meridionale di essa, quello che ha lo stesso nome e preso il lato rivolto ad oriente ed alla nebbia quello denominato Ipsas”.
Studi topografici di Giuseppe Picone e la controversia
Se si dovesse ammettere l’opinione dell’Holm, dello Schubring e del Picone e forse di qualche altro scrittore, io non comprenderai come l’area della contrada Civita, compresa tra il fiume attualmente denominato Ipsas,
ed il piccolo fiume detto San Biagio, avente un perimetro di circa sette miglia, abbia potuto essere la sede di una grande vasta metropoli di 800 mila abitanti. Interpretando i testi di Polibio e di Plutarco, pertanto, bisogna riportare ad una zona tre volte, almeno, più vasta dell’ex feudo Civita.
Il sobborgo della neapolis: nuove scoperte e interpretazioni
Infatti l’antica Akragante dovette estendersi ad ovest verso l’attuale borgata Villaseta, sud verso il mare, ove era il suo emporio.
La battaglia di Imera e la crescita di Akragas
Dopo la battaglia di Imera, avvenuta il 19 ottobre del 480 avanti Cristo, vinta dagli Agrigentini e dai Siracusani contro Cartagine, la nostra città, per le sue favolose ricchezze,
per i suoi traffici, per l’aumento eccessivo della sua popolazione, sentì ancora il bisogno di estendere le nuove fabbriche, fuori dalle mura, verso occidente.
La “torre che parla”: misteri archeologici e storici
Sorse così, fra gli altri, un nuovo grande sobborgo sull’altopiano della “torre che parla” ai cui lati, est e sud, scorre il fiume, oggi denominato Naro, che sarebbe appunto il secondo fiume, cui accenna Polizio, ossia l’Ipsas.
Questo sobborgo sarebbe la neapolis ossia l’Ipsas, di cui parla Plutarco nella vita di Dione.
Egli, infatti, così dice: “lo Spartano Farace era accampato col suo esercito nelle vicinanze della neapoli agrigentina e Dione, capitano siracusano, di fronte a lui”.
Che la neapoli sorgesse sull’altopiano della “torre che parla” è senza dubbio accertato non soltanto dall’episodio narrato, ma ancora dal fatto che è al di là del fiume Naro trovasi una contrada chiamata “Jbisa”.
Noi agrigentini, pronunciando questa parola, non ci allontaniamo tuttavia dalla sua antica pronuncia e diciamo Ipsa. Ed Ipsas è il fiume ad oriente della neapoli.
Dirò ancora che poco lontano dall’ex feudo “Ibisa”, come lo pronuncia il volgo, esiste una contrada denominata “Caltafarace”.
Non ricorda, forse, questo nome, quello del capitano Spartano Farace, che pose il suo accampamento di fronte a quello di Dione, tra l’Ipsas e l’attuale ex feudo Burrainiti?
Simbologia del culto della ninfa Ipsas ad Agrigento
Ogni spazio della nostra classica terra ha una tradizione: sono rimaste ancora vivi nel cuore del popolo siciliano, avvenimenti, miti, sciagure, unitamente alle glorie delle nostre tradizioni. I greci solevano personificare divinizzare un corso d’acqua.
Il fiume confinante con la neapoli acragantina avevano essi dedicato alla bella ninfa Ipsas, danzante con le altre ninfe le ore del giorno e della notte vicino alle sue verdi sponde,
nel silenzio solo interrotto dallo scroscio dell’acqua che andavano a confondersi con le onde del mare.
Di Agrigentini, quando la città cominciò a confinare col fiume Ipsas, che perciò divenne fiume akragantino, tributarono alla ninfa dello stesso nome, onori e le dedicarono un culto.
Monete, arte e il culto della ninfa Ipsas nell’antica Akragas
Troviamo, infatti, la sua figura simbolica in una delle più belle monete della nostra Akragante nel dipinto di molti vasi.
Al dio Akragas tributavano onori più vasti, perché l’Akragas diede il nome alla città, lambiva le sue mura meridionali e formava il suo porto vicino all’emporio.
Il minuscolo fiumicello che scende nella valle, sotto il tempio di Giunone, non è l’Akragas,
ma un affluente di esso, e con esso considerato unico fiume, tanto che Empedocle e Pindaro parlano del solo Akragas, sulla riva del quale sorgeva l’antica nostra metropoli greco – siciliota.
Nel volgere dei secoli la storia è stata deviata e travisata. L’Akragas è creduto oggi l’Ipsas, erroneamente, mentre la bella ninfa Ipsas ancora piange sulla sponda del suo fiume che più non porta il suo nome, ma erroneamente quello di Naro.
Restituire il nome Akragas al fiume storico di Agrigento
Ridiamo al fiume agrigentino, che scorre sotto le sue mura meridionali della città, il suo vero nome Akragas ed a quello che la bagnava dal lato orientale l’antica denominazione di Ipsas.
Così non faremo ancora offesa. Agli storici Polibio e Plutarco, né ai poeti immortali, Empedocle e Pindaro, mettendoli d’accordo nelle loro affermazioni, nei loro canti, che suonano tuttavia il più illustre ricordo della Città dei Templi.
Raimondo Firetto.
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