Di Elio Di Bella
Non bussava alla porta. Lo sfondava, il “Mostro Asiatico”, come veniva chiamato con terrore il colera nelle cronache dell’Ottocento. Entrava nelle case dei poveri e nei palazzi dei ricchi, riducendo gli uomini a spettri disidratati nel giro di poche ore. Ma se il batterio Vibrio cholerae uccideva i corpi, la paura uccideva la ragione, scatenando una guerra sociale fatta di speculazioni, fosse clandestine e fughe vergognose.
Dall’analisi dei documenti d’archivio e delle cronache locali, emerge un quadro a tinte fosche della provincia di Girgenti (oggi Agrigento), colpita da tre grandi ondate epidemiche nel XIX secolo: 1837, 1854 e 1867. Quest’ultima, in particolare, fu un’ecatombe: la provincia agrigentina fu la terra italiana più colpita, con un tributo di sangue spaventoso.
Ecco il rapporto investigativo su quei giorni di terrore, città per città.
Licata 1854: “Si muore come cani”
L’autunno del 1854 a Licata è lo scenario di un disastro sanitario e amministrativo. Il dossier che emerge dalle lettere dell’amministratore Giuseppe Sapio all’Intendente borbonico è agghiacciante: a Licata “si moriva come cani”.
La città, di oltre 14.000 anime, si trovò indifesa. Il sistema sanitario collassò immediatamente: il medico più esperto, il dottor Bucceri, era gravemente malato; l’altro medico, il dottor Vincenzo Milano, era anche il Sindaco (Capo Urbano) e, travolto dal doppio ruolo, finì per non fare bene né l’uno né l’altro.
Le indagini storiche svelano dettagli macabri: i cadaveri restavano nelle case per intere nottate, infettando i vivi, perché le norme di stato civile vietavano il trasporto notturno. Nel cimitero, le sepolture avvenivano quasi a fior di terra, tanto che i cani randagi venivano visti aggirarsi per “saziarsi di carne umana”.
In questo vuoto di potere, fiorì la speculazione. Mentre la gente moriva (437 casi e 263 decessi in due mesi), alcuni capimastri tentarono l’estorsione ai danni del Comune: chiesero la cifra astronomica di seimila ducati per prosciugare delle paludi ritenute, a torto, la causa del morbo.
La svolta arrivò solo con l’intervento “esterno”: i fratelli medici Angelo e Vincenzo Sesta, arrivati da Serradifalco, presero in mano la situazione con eroismo, imponendo igiene e ordine laddove regnava il caos.
Favara 1867: Il business delle sepolture clandestine
Se Licata fu teatro di disorganizzazione, a Favara l’epidemia del 1866-67 scoperchiò un vero e proprio vaso di Pandora giudiziario. Il colera uccise 784 persone in un solo anno, ma ciò che accadde dopo la fine dell’emergenza ha i tratti di un cold case ottocentesco.
L’8 ottobre 1867, il Prefetto ordinò un’ispezione: c’era il sospetto che alcuni cadaveri fossero stati esumati illegalmente dal cimitero per essere sepolti nelle chiese, pratica vietata per motivi igienici. Il Sindaco Gerlando Vaccaro, accompagnato dai Carabinieri, fece irruzione nelle chiese del Purgatorio e dell’Itria.
Sotto il pavimento, la macabra scoperta: casse nascoste e cadaveri recenti. Nella chiesa dell’Itria, il custode confessò di aver ricevuto denaro (quattro onzre) per seppellire illegalmente il sacerdote Giuseppe Dulcetta e un altro notabile. Un traffico di salme gestito da sagrestani e custodi compiacenti, che lucravano sul desiderio delle famiglie ricche di non finire nelle fosse comuni. Un’inchiesta successiva svelò persino la sepoltura abusiva di un frate, introdotto nottetempo da una porticina segreta.
Naro e Canicattì: Eroi dimenticati e teorie del complotto
A Naro, nel 1867, le istituzioni si dissolsero. Il consiglio comunale venne sciolto e l’amministrazione affidata a un commissario straordinario: Giuseppe Scaletta, un giovane delegato di Pubblica Sicurezza. Scaletta operò come un eroe solitario in una città fantasma, combattendo non solo il virus ma anche lo sciacallaggio e la psicosi degli “untori” — la credenza popolare che il colera fosse un veleno sparso dal governo. Scaletta morì sul campo, ucciso dallo stesso male che cercava di arginare, un servitore dello Stato dimenticato troppo in fretta dalle cronache nazionali.
A Canicattì, la risposta fu più organizzata grazie all’arciprete Moncada e al sindaco Giuseppe Caramazza, che trasformarono la “Selva dello Spirito Santo” in un cimitero d’emergenza, usando casse rivestite di pece e calce viva per contenere il contagio, in una disperata corsa contro il tempo per dare dignità ai 500 morti che la città pianse in due mesi.
Conclusioni: La lezione della storia
L’analisi di questi documenti ci restituisce non solo la cronaca di un’epidemia, ma la radiografia di una società. Dinanzi al “Mostro”, la provincia di Girgenti mostrò il suo volto peggiore — fatto di avidità, superstizione e vigliaccheria — ma anche quello migliore, incarnato da figure come i fratelli Sesta, il sindaco Vaccaro e il delegato Scaletta.
Oggi, quelle fosse comuni e quei documenti ingialliti sono il monito di quanto fragile fosse la vita prima che la scienza, con Robert Koch nel 1883, isolasse finalmente il vibrione, trasformando un mostro mitologico in un nemico battibile.
Per approfondire il clima sociale e le rivolte che spesso accompagnavano queste epidemie in Sicilia, guarda questo video storico:
Il colera del 1837 e l’eccidio di Sortino
Sebbene focalizzato sui moti di Sortino, il video illustra perfettamente la psicosi degli “untori” e le dinamiche violente che infiammarono la Sicilia, inclusa la provincia di Girgenti, durante le ondate coleriche dell’Ottocento.


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