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sposa siciliana
sposa siciliana

Il Corredo delle Donne Siciliane dal Trecento al Cinquecento

13 Ottobre 2025 //  by Elio Di Bella

Introduzione: Il Lusso come Fenomeno Storico e Sociale

“Le Pompe Nuziali e il Corredo delle Donne Siciliane ne’ Secoli XIV, XV e XVI” è un saggio di Salvatore Salomone-Marino, datato 1876. Si apre con una riflessione filosofica sul lusso, definito come una forza perenne e potente, particolarmente radicata nel “sesso gentile”. Tuttavia, l’autore sottolinea come esistano epoche storiche precise in cui questo lusso diventa “strabocchevole”, al punto da richiedere l’intervento legislativo per contenerlo. I secoli XIV, XV e XVI in Sicilia rappresentano proprio uno di questi periodi, caratterizzati da una “singolarissima stravaganza e magnificenza” nella vita quotidiana dell’aristocrazia isolana.

L’oggetto dello studio è dunque un microcosmo di questa opulenza: le pompe nuziali e il corredo delle fanciulle delle classi nobili e agiate. Salomone-Marino chiarisce fin da subito il suo focus elitario, poiché il lusso è un lusso che presuppone ricchezza, ed è quindi precluso alle classi popolari, “dannate sempre, e allora più che mai, a lavorare e servire in vantaggio de’ ricchi”. Questo approccio ci permette di analizzare non la moda siciliana in toto, ma quella della sua classe dirigente, i cui comportamenti sono dettati da emulazione, status symbol e disponibilità economica.


Parte I: Il Teatro delle Nozze – Le Pompe Nuziali

Il matrimonio nell’aristocrazia siciliana dei secoli esaminati non è un evento privato, ma un vero e proprio rito sociale e politico, un’occasione per ostentare potenza, ricchezza e alleanze. Salomone-Marino ci conduce attraverso le varie fasi di questo complesso cerimoniale.

1. Il Corteo e l’Abbigliamento Cerimoniale

Dopo gli inviti estesi a parenti, amici e notabili anche da “lontani paesi”, il giorno delle nozze si apriva con uno spettacolo pubblico: il corteo. Le dame sfoggiavano vesti di una ricchezza inaudita:

  • Tessuti: Broccati d’oro, panni e velluti dei colori più svariati.
  • Foderature e Guarnizioni: Foderati con pelli pregiate di martora, faina, ermellino o vaio, a seconda della stagione.
  • Decorazioni: Questi abiti erano impreziositi da una profusione di perle, catenelle, cinture, paternostri (rosari) e grossi bottoni d’oro.
  • Acconciature: Elemento di straordinario impatto erano i capelli, adorni di veli e nastri intessuti d’oro filato e perle, disposti “a guisa di torri”, un chiaro richiamo alle acconciature iperboliche in voga in altre corti europee del tempo.

La sposa, in particolare, era il centro di questa ostentazione. Cavalcava un cavallo bianco, spesso condotto a mano da due gentiluomini. Il suo abito era bianco, di raso, “regalmente tempestato di perle e pietre di valore”. Sulla fronte splendeva un frontale o diadema di foglie d’oro con smalti, perle o diamanti. Solo in un secondo momento, secondo l’autore, si diffuse l’uso di una cuffia di drappo d’oro o di una “berrettella di velluto negro con cinto di molte perle”. Lo sposo, dietro di lei, dimostrava la sua abilità di cavaliere su un focoso destriero.

Il corteo stesso era una “cavalcata degna di ammirarsi”, con palafreni coperti da sfarzose gualdrappe, selle rabescate e briglie dorate. La processione era accompagnata da musici, ballerini e coristi, mentre le strade venivano cosparse di petali di rose e viole, e addobbate con arazzi e archi trionfali. In casi di nozze particolarmente importanti, intervenivano le autorità locali e le milizie, con spari di artiglieria a sottolineare la solennità dell’evento.

2. Il Convito e gli Intrattenimenti

Giunti nel palazzo, gli sposi e gli ospiti venivano accolti in sale immense, adornate di festoni, arazzi, specchi e “lumiere infinite”. Il pranzo nuziale è descritto come un tentativo di eguagliare la lautità dei conviti degli antichi Romani.

  • Vivande: Grande varietà e quantità di cibi, che celebravano la fama dei cuochi siciliani.
  • Stoviglie: Si utilizzavano boccali e bicchieri d’oro, d’argento o di cristallo con piedi d’argento smaltati e impreziositi da perle, posati su sottocoppe smaltate e dipinte.
  • Durata: Questi banchetti erano interminabili e si ripetevano per diversi giorni con lo stesso lusso.

Un aspetto interessante di solidarietà sociale (o di calcolo politico) era la “cuccagna”: al popolo radunato davanti al palazzo veniva offerta “gran copia di vino e di pane e di frutti”, che venivano prontamente rimpiazzati non appena la gente li aveva “saccheggiati”.

L’intrattenimento durante il convito era assicurato da:

  • Istrioni e mimi: Con i loro giochi, lazzi e buffonerie, a cui venivano donati vesti preziose e denari.
  • Poeti epitalamici: Figure fondamentali per la costruzione dell’identità familiare. Essi cantavano le lodi degli avi degli sposi e degli sposi stessi, pronosticando “auguriosi giorni avvenire e gloriosi nepoti”. Questo momento era una “piacevole gara” di ingegno retorico e poetico.

La sera era dedicata alle veglie e alle danze, che potevano protrarsi fino a tarda notte in un’atmosfera di “baccanali indicibili”. L’autore cita addirittura un tragico incidente in cui il pavimento di una sala da ballo cedette per il peso e la foga dei danzatori, causando la morte di più di duecento nobili.

3. I Giochi Cavallereschi e le “Cacce Artificiali”

Le celebrazioni non si concludevano con il banchetto. Per un’intera settimana si susseguivano tornei e spettacoli. Oltre alle giostre, alle “quintane” e ai giochi della “canne” e del “carosello”, che permettevano ai cavalieri di sfoggiare destrezza e valore con cimieri e “preponti” (lunghe vesti drappeggiate sull’armatura) ricamati d’oro, un posto d’onore spettava alla caccia artificiale.

Si trattava di una forma di spettacolo totale, un antesignano del teatro barocco, in cui si mescolavano mimica, drammatica, giochi, mascherate e torneamenti. Salomone-Marino descrive minuziosamente quella allestita a Palermo nel 1562 per le nozze delle figlie del viceré Giovanni La Cerda. In una piazza venne creato un bosco artificiale popolato di animali, ninfe, pastori e padiglioni. Venne messa in scena la guerra tra lo Sdegno e Cupido, con cento ninfe su cavalli bianchi, guerrieri e un trionfale carro di Venere. Queste rappresentazioni, di un simbolismo complesso e di una sfarzosità regale, servivano a celebrare e quasi a divinizzare la coppia degli sposi.


Parte II: La Sostanza dell’Ostentazione – Il Corredo Nuziale

Se le pompe nuziali erano il teatro, il corredo era il tesoro concreto che la sposa portava con sé, la materializzazione della sua dote e dello status della sua famiglia. Lo studio di Salomone-Marino su questo aspetto è di una precisione quasi da inventario, basandosi su documenti d’archivio.

1. La Dote: Le Basi Economiche del Lusso

Per sostenere tali livelli di spesa, le doti dovevano essere ingenti. L’autore cita le leggi suntuarie di Messina del 1272 che tentavano di porre un limite di 3000 tari d’oro per la dote e 1000 per il corredo. Tuttavia, queste leggi furono sistematicamente violate. Si passava dalle 800 onze d’oro (metà in contanti, metà in corredo) più la baronia di Carini portate da Ilaria La Grua nel 1403, agli sbalorditivi scudi d’oro portati in dote da Giovanna d’Austria nel 1562. Questo sistema era sostenuto dal fidecommesso, che concentrando le ricchezze sul primogenito, costringeva gli altri figli alle carriere militare o ecclesiastica, e rendeva il matrimonio delle figlie un’operazione finanziaria cruciale.

2. Il Letto e la sua Paraphernalia

Il letto, “prima ed essenzial parte d’un corredo”, era un oggetto simbolico e di immenso valore.

  • Struttura: Era così alto da terra da richiedere una panca speciale, l'”anteletto”, per salirvi.
  • Materassi e Biancheria: I materassi erano di “bordato” (un tessuto pregiato), mentre le lenzuola erano di tela d’Olanda o nostrale, ornate di reticelle, frange, ricami e “frastagli” (pizzi). La loro larghezza e lunghezza, inconcepibili oggi, erano commisurate all’altezza del letto.
  • Coperte e Guanciali: Le coltre (coperte) erano di una varietà straordinaria: bianche lavorate all’uncinetto, o di “zendado” (taffettà) con fondi d’oro, adornate di foglie e fiori di velluto. I guanciali erano spesso di seta o velluto, ricamati in oro e argento, con frange d’oro filato e bottoncini di perle.
  • Cortine: Una cortina maestosa scendeva dal palco del letto per circondarlo. Di finissima tela di Fiandra o di seta, era arricchita da liste, rabeschi e bottoni di perle. A volte presentava figure ricamate, come quella di Vincenza Moncada, che mostrava le allegorie della “Presunzione” e del “Crepacuore”.

Completavano l’arredo della camera da letto ricchi tappeti, scrigni-inginocchiatoi intarsiati, e grandi casse di noce per contenere il corredo stesso, coperte da magnifiche “bancalia” (copritrucco). Non mancavano le “Yconie”, immagini sacre del Redentore, della Madonna e dei Santi, custodite sotto veli di seta.

3. Biancheria, Vestimenti e Gioielli

La biancheria per la casa (tovaglie da mensa, “da faccia, da mani, da barba e perfino da capo”) era spesso ornata di frange di seta colorate. Ma il cuore del valore del corredo risiedeva negli abiti e nei gioielli.

L’abbigliamento registrato include:

  • Giubbe e cotte di zendado o ciambellotto.
  • Tuniche di panno di Firenze o di Damasco.
  • Mantelletti e lunghe cappe di velluto per cavalcare.
  • I “palij” simbolici, drappi con cui si coprivano gli sposi durante la benedizione nuziale.

Il pregio di questi capi non era solo nel tessuto, ma nel “magistero d’arte” della decorazione: ricami a trapunto con seta, oro e argento filati, su cui spiccavano grossi bottoni d’oro e “copia di perle”.

I gioielli e gli accessori completavano la trasformazione della donna in un’icona di ricchezza:

  • Il frontale o diadema, già menzionato, a volte affiancato da una corona d’argento per l’uso quotidiano.
  • La “zona” (cintura) d’argento.
  • Cordoni argentei, paternostri d’oro, “cajole” di perle (sorta di cordoncini o catenelle per il capo).
  • Vasti cereelli aurei (orecchini), spesso di tipo “imperiale”, ancora in uso in Sicilia.
  • Anelli con diamanti, balasci, zaffiri e smeraldi.

A questi si aggiungevano oggetti d’argento come confettiere, boccali, bicchieri e un salterio o libro di preghiere, di grande valore per le miniature, i fregi e la rilegatura.

4. Il Lusso Equestre

Particolarmente significativo è lo spazio dedicato all’abbigliamento per la cavalcata. La donna nobile non era solo un’ornamento statico, ma una presenza attiva in pubblico a cavallo. Per questo il corredo poteva includere:

  • La “sembuca”: una sella da donna lavorata a trapunto d’oro, con falde di panno ricamato ad oro e perle.
  • Staffe e briglie d’argento con borchie d’oro.
  • La “regale cappa da cavalcare” di velluto menzionata in precedenza.

Questi oggetti testimoniano l’importanza della mobilità e della visibilità pubblica dell’aristocratica siciliana.


Parte III: La Cornice Normativa – Le Leggi Suntuarie e la Lotta (Inutile) contro il Lusso

Un filo rosso che percorre tutto il saggio è il conflitto tra l’irrefrenabile impulso all’ostentazione e i ripetuti tentativi dello Stato di contenerlo attraverso le leggi suntuarie. Salomone-Marino traccia una precisa cronologia di questi interventi, dimostrando la loro sostanziale inefficacia.

  • 1272 (Messina): Le prime leggi medievali in Italia, secondo l’autore, appaiono a Messina, l’emporio commerciale più ricco dell’isola, crocevia di crociati e mercanti, dove il lusso “piglierà origine e incremento”.
  • 1309 (Federico II d’Aragona): Il re emana le Ordinationes generales et speciales per limitare gli “sfoggi esorbitanti delle donne”.
  • 1340 (Pietro II): Nuove leggi, su richiesta del Pretore di Palermo, che si lamentava del “dispensioso lusso delle donne palermitane” che rovinava le famiglie.
  • 1383 (Regina Maria) e 1425 (Palermo): Ulteriori capitoli suntuari, a dimostrazione che i precedenti avevano “sortito poco effetto”.
  • XVI-XVIII Secolo: La tradizione continua con Prammatiche dei viceré (De Vega, Aragona, Olivares) e dei sovrani (Vittorio Amedeo), che regolamentavano anche le pompe funebri e natalizie.

La conclusione dell’autore è amara e cinica: “non c’è legge che possa al tutto far argine ad un’usanza che ha salde ed estese radici presso una intera popolazione”. Le donne, ricorda citando un episodio della storia romana, “vinsero la legge e i forti Romani vincitori del mondo”.


Conclusione: Il Passato che Istruisce il Presente

Salomone-Marino conclude con una riflessione sulla ciclicità della moda. Il lusso, sebbene continuamente “infernato e proscritto”, riprende sempre il suo antico dominio. La moda, “arbitra di tutto”, rinnova e rimuta continuamente, tanto che l’autore, scrivendo nel 1876, afferma di aver visto nei suoi tempi “molte acconciature e vestimenta e bizzarrie, che con poca fatica possiamo ravvicinare a quelle de’ tre secoli che abbiamo studiato”.

Il saggio, quindi, non è solo un erudito inventario di oggetti e cerimonie, ma un’analisi profondamente moderna delle dinamiche sociali che legano economia, potere, genere e cultura materiale. Ci restituisce l’immagine di una Sicilia tutt’altro che periferica, ma pienamente inserita nei circuiti del lusso e della moda europea, capace di elaborare forme di spettacolarità complesse e di resistere, con la forza dell’uso sociale, ai tentativi di disciplinamento dall’alto. Il corredo e le nozze non erano semplici feste, ma il linguaggio attraverso cui l’aristocrazia siciliana scriveva la propria storia e affermava il proprio potere.

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