Scienza e lutto in via Atenea: la Farmacia Bonfiglio e una donna in nero svelano la storia sociale di Agrigento.
L’obiettivo si ferma su uno spigolo della via Atenea e coglie, senza volerlo, due sistemi di valori che si guardano in faccia. Da una parte un piccolo pronao di pietra, quattro sostegni con capitelli corinzi, un timpano triangolare e un’iscrizione a caratteri capitali: FARMACIA BONFIGLIO. Dall’altra una donna anziana avvolta nel nero, che attraversa quello spazio senza guardarlo, come si attraversa una stanza di casa propria.
Un tempio per la salute
Cominciamo dall’architettura, perché è la più eloquente. Chi ha costruito quella facciata non ha semplicemente decorato una bottega: ha citato. In una città che vive all’ombra dei templi della Valle, mettere un frontone e quattro colonne sopra la porta di una farmacia significa dichiarare un’ascendenza. È il gesto tipico della borghesia professionale postunitaria, che nella Girgenti tra Otto e Novecento si costruisce una legittimità estetica prendendo a prestito il lessico classico — lo stesso lessico che, negli stessi decenni, ridisegna la Porta di Ponte in forme neoclassiche e trasforma il “corso forzoso” nel salotto buono della città.
Ma la citazione è anche più precisa. Il tempio greco della medicina era l’Asklepieion, il santuario in cui il malato dormiva per essere guarito dal dio. La farmacia neoclassica ne è la versione secolarizzata: non più incubazione, ma chimica; non più il dio, ma il farmacista. In una provincia dove, prima della riforma sanitaria del 1978, l’assistenza era un mosaico frammentato di medici condotti, casse mutue, ECA e opere pie, la farmacia era spesso il primo — e per molti l’unico — presidio sanitario realmente accessibile. Quel timpano non è vanità: è un’insegna di autorità scientifica in un ambiente che di scienza ne aveva poca.
Accanto, sulla vetrina lignea, il nome torna dipinto a mano in lettere dorate. È una traccia preziosa di un mestiere agrigentino oggi scomparso: le insegne della via Atenea erano in gran parte opera di pittori locali, tra cui quel Giuseppe Lazzaro Papà che nel Rabato tutti chiamavano ‘u prevessuri Papà. La città parlava di sé attraverso una calligrafia artigianale.
Sul nome Bonfiglio va detta una parola di cautela. Ad Agrigento quel cognome evoca subito Vincenzo Bonfiglio (1865-1943), oculista di fama nazionale, direttore dei servizi igienico-sanitari del Comune dal 1893, autore di Sul clima di Girgenti (1903) e continuatore del Diario del Picone fino al 1942: la figura che più di ogni altra ha incarnato ad Agrigento il nesso tra medicina e cultura civile. La farmacia Bonfiglio, da un erede di Vincenzo Bonfiglio, è stata una istituzione ad Agrigento per molto tempo. Farmacia ma anche ritrovo di intellettuali agrigentini del tempo.
Il nero come istituzione
Passiamo alla donna. Il suo abito non è una scelta di gusto né, propriamente, un’espressione di dolore individuale. È un’istituzione sociale, con regole, durate e gerarchie codificate. La grande antropologia del lutto — da Robert Hertz, che già nel 1907 definiva il lutto come la partecipazione obbligata dei vivi allo stato di morte del congiunto, fino a Ernesto de Martino e a Lombardi Satriani — ci ha insegnato a leggere questi segni come tecniche collettive di elaborazione della crisi, non come sentimenti privati messi in mostra.
E qui emerge il dato che la fotografia denuncia con maggiore violenza: l’asimmetria di genere. Gli uomini portavano una fascia nera al braccio o un bottone nero al petto, per settimane o per mesi. Le donne portavano il nero addosso, per anni, e spesso per sempre. Il corpo femminile diventava così l’archivio pubblico dei lutti della famiglia: leggendo una donna che camminava per la via Atenea si poteva ricostruire la contabilità dei morti di una casa. Era una forma di memoria, certo; ma era anche, senza infingimenti, una forma di disciplina. Il nero segnalava che quella donna era stata sottratta al circuito del desiderio e della vita pubblica. In una società regolata dall’occhio sociale — «chi po’ ddiri a ggenti?» — quel tessuto valeva quanto un atto notarile.
Pirandello, che di questa grammatica era il cartografo, l’aveva già fissata in Scialle nero: Eleonora che precipita dal ciglione e resta là sotto come un mucchio di vesti nere, con lo scialle poco distante. Il nero come oggetto autonomo, che sopravvive alla persona.
La strada come palcoscenico
Nulla di tutto ciò avrebbe senso senza il luogo. La via Atenea non era una strada: era l’unico spazio pianeggiante e continuo della città, e dunque l’unica scena disponibile. Un viaggiatore francese, nel 1956, vi osservava i giovani discutere di film e di sport ammutolendo al passaggio di una ragazza che, con gli occhi bassi, accompagnava la madre. E L’Espresso, nell’ottobre 1962, annotava con acume da etnografo che ad Agrigento i funerali — «lunghi, neri neri, silenziosissimi» — dovevano passare tutti per la via Atenea, anche quando il morto abitava lontanissimo.
Ecco il punto. Il lutto non era compiuto finché non era stato visto. La strada non registrava la morte: la ratificava. E la donna della nostra fotografia, che cammina sola verso l’obiettivo, non sta andando da qualche parte; sta esercitando un ufficio.
Il bambino a destra
Poi c’è lui, in fondo a destra: calzoni corti, mani sui fianchi, cappello sulle ventitré, la posa di chi la strada la possiede. Nella stessa inquadratura, alla stessa ora, due destini incompatibili. Lei porta il peso simbolico della comunità; lui non porta niente. Nessun fotografo lo ha organizzato: è la struttura sociale che si dispone da sé davanti alla macchina.
Ed è anche, quel bambino, l’annuncio della fine. Negli anni in cui lo scatto fu preso, la provincia di Agrigento stava perdendo decine di migliaia di persone verso il Nord, la Germania e il Belgio. L’emigrazione, la scuola di massa, la televisione, il salario disgregarono in una sola generazione un codice del lutto che aveva resistito secoli. Quel ragazzino, con ogni probabilità, ha visto qualche tempo dopo la propria figlia vestirsi di nero per tre giorni, non per trent’anni.
Cosa ci chiede questa immagine
Ci chiede una storia sociale delle donne agrigentine che, semplicemente, non è ancora stata scritta. Abbiamo studiato i vescovi, i palazzi, gli zolfatai, i deputati. Non abbiamo mai contato le vedove. Eppure i materiali esistono: i registri di stato civile, gli atti parrocchiali, le pratiche di pensione di guerra conservate presso l’Archivio di Stato, la stampa locale del dopoguerra.
Questa donna non ha lasciato carte. Ha lasciato un’immagine di sé che cammina, ancora oggi, davanti a un tempio finto in una città di templi veri. Il nostro compito è restituirle un nome.


Sottogas 1960: la città cresciuta senza un piano