Nel primo pomeriggio arriva un’ora in cui il sole smette di fare l’ospite e si comporta da padrone di casa. Scende da un varco tra i tetti, sfiora la pietra scrostata, trova le lenzuola stese e le gonfia come vele. È a quest’ora, o forse a un’altra, che qualcuno ha alzato la macchina fotografica e ha fermato il cortile.
Nel dopoguerra il cortile è una stanza senza soffitto. La scala esterna è la sua vera strada. Sale con la ringhiera sottile fino al ballatoio, dove una porta ad arco custodisce una cucina, due letti, una famiglia intera, e chi sale sa che ogni gradino è ascoltato da qualcuno. In basso, nell’ombra di un uscio profondo, una sedia impagliata aspetta: forse è appena rientrato qualcuno, forse sta per uscire. Dalla finestra al primo piano si affaccia una ragazza. E’ Concetta. Non chiama, non commenta: guarda. In un luogo, un cortile di Agrigento nel dopoguerra, dove ogni finestra ha un testimone, guardare è già un mestiere.
Concetta ha diciassette anni e nessuno, in quel cortile, le ha mai chiesto che cosa pensi. Sta affacciata con i gomiti sul ferro tiepido della ringhiera e vede in fondo ai gradini l’uomo con la macchina fotografica. Un forestiero, si dice, di quelli che salgono a vedere i templi e poi sbagliano strada e si ritrovano tra i vicoli, come chi apre per errore la porta di casa d’altri. Che cosa ci sarà mai da fotografare? Il muro che cade a pezzi? I panni? Lei di questo muro conosce ogni ferita.
I lenzuoli stesi non sono suoi, ma è come se lo fossero. Da quando aveva otto anni sua madre le ha messo in mano ago e filo: prima l’orlo, poi il punto a giorno, poi le iniziali. Un lenzuolo per ogni anno, un’attesa per ogni lenzuolo. Il corredo è l’unico capitale che una figlia povera possa mettere da parte, e lo si accumula con le dita, la sera, alla luce bassa, senza che nessuno dica mai per chi. Ma lei lo sa. Sa già che il marito, quando verrà, avrà un nome e un mestiere scelti da altri: il figlio di un conoscente di suo padre, forse un muratore, forse uno che parte per il Belgio o per la Germania con la promessa di mandare soldi e il rischio di non tornare. Suo padre esce prima dell’alba per le zolfare, dove il lavoro scarseggia e la paga è quella che è. Suo fratello è già partito. Le lettere le legge ad alta voce la vicina, perché Concetta ha lasciato la scuola alla terza elementare (servivano due mani in casa), e le parole scritte le sembrano porte di cui non ha la chiave.
Ripensa a sua madre nel ’46, quando votò per la prima volta. Si era vestita di nero come per la messa e teneva la scheda tra due dita come un’ostia. Al ritorno non disse per chi avesse votato, ma per tutto il giorno aveva camminato dritta. Concetta se lo ricorda bene. Forse è tutto ciò che la Repubblica le ha dato finora: una madre che per un giorno ha camminato dritta.
Poi c’è il vetro. Una ragazza è di vetro, dicono, e basta uno sguardo di troppo all’angolo della strada, una parola scambiata con un giovane, perché s’incrini, e allora non si aggiusta più, né per lei né per le sorelle. Ha sentito parlare della fuitina, la fuga con un ragazzo per forzare la mano alle famiglie: una porta stretta che si apre sulla stanza di un altro. Ha sentito parlare anche delle ragazze mandate a servizio dai signori dei piani alti della città, che cuciono, lavano, tacciono e a fine mese portano a casa una paga che non è mai loro. Sono queste le strade che si vedono da qui. Nessuna ha una finestra.
Giù, sui gradini, la bambina della vicina muove i suoi passi sicuri. Accanto alla porta pende il panno scuro della vedova. Concetta pensa: che almeno lei impari a leggere le lettere da sola.
Non piange. Piangere è per la sera, sotto il lenzuolo, quando il cortile tace e il buio non ha testimoni. Adesso guarda l’uomo con la macchina che la guarda. Per un istante gli sostiene lo sguardo, e in quell’istante, senza saperlo, esiste.
Elio Di Bella



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