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luigi pirandello e la pesatura dello zofo
luigi pirandello e la pesatura dello zofo

Il Molo e la pesa e Luigino Pirandello

5 Ottobre 2026 //  by Elio Di Bella

Molo di Girgenti, luglio 1883

Luigi posò il registro sul barile capovolto e si accorse che il vento di levante gli aveva già girato due pagine. Le rimise a posto con la matita, senza leggerle: ne conosceva a memoria anche i margini, e uno in particolare.

Aveva sedici anni compiuti da poche settimane e un incarico che il padre gli aveva affidato con la stessa espressione con cui si accetta una merce arrivata senza bolla: scrivere i pesi.

La località si chiamava Porto Empedocle dal 1863, per decreto; per tutti gli altri restava il Molo di Girgenti, come un uomo che continua a rispondere al nome di battesimo. Lungo la riva, a levante, i depositi di zolfo si allineavano come una muraglia costruita contro il mare e mai finita: pani gialli, le balate, impilati a secco fino a tre uomini d’altezza, grigi di polvere in cima, color limone dove l’ultimo carro aveva scaricato. Alle loro spalle la ferrovia attraversava la spiaggia per fermarsi in paese, e ogni treno annunciava l’arrivo con un fischio che faceva alzare la testa ai gabbiani e abbassare quella dei contabili.

Davanti, nell’acqua bassa, le spigonare aspettavano il carico con la vela triangolare ammainata a metà albero. Gli uomini del mare le raggiungevano scalzi, in calzoni di tela, con l’acqua all’anca e una coffa di zolfo sulla spalla; le barche, appena cariche, sciolta la vela, andavano a vuotarsi nei vapori ancorati in rada.

In mezzo, tra i depositi e l’acqua, stava la pesa: tre travi legate a capra, una catena col suo gancio e, appeso all’asta graduata, il romano, il grosso contrappeso di ferro che si faceva scorrere finché il peso non si dichiarava. Intorno, le coffe di sparto ammucchiate in torri storte. Gli uomini le riempivano ai depositi, le portavano in testa o sulla spalla fino al gancio, aspettavano il numero, le portavano alle barche. Alle undici avevano tutti la stessa faccia, gialla nelle pieghe, come se un pittore avesse deciso che a mezzogiorno dovessero somigliarsi.

Il numero lo gridava Don Cola, il pesatore, che reggeva quell’asta da ventitré estati e trattava la pesa da persona di famiglia. Ogni primavera mandava il romano dal fabbro a farsi raschiare via la ruggine, perché — diceva — la salsedine mangia il ferro e bisogna stare un passo avanti; e quando tornava lucido come un santo di processione lo accoglieva con una specie di commozione. Luigi scriveva. Era tutto il suo incarico: sentire un numero, scriverlo, sentirne un altro.

Il registro aveva due colonne. In una andava il peso che la bolla della zolfara dichiarava per ogni carro; nell’altra quello che dava la pesa. Stefano Pirandello le voleva una accanto all’altra, come due testimoni che non si guardano.

Stefano sedeva all’ombra di un deposito, su un altro barile, cappello sulla nuca e bastone fra le ginocchia. Era stato garibaldino e ne aveva conservato la barba, la voce alta e la convinzione che le cose, se non si guardano, vanno storte. Con gli uomini scambiava poche parole di dialetto, tutte utili. Con Luigi ne scambiava ancora meno, e nessuna utile.

Il guaio era successo il lunedì. Stefano aveva sfogliato il registro per controllare una somma e, sul margine, sotto una colonna di cantari, aveva trovato quattro versi. Non li aveva giudicati brutti: non si era fermato a giudicarli. Li aveva trovati nel posto sbagliato. Aveva richiuso il registro con delicatezza, come si chiude una porta dietro un malato. La pagella, arrivata a fine giugno dal ginnasio di Girgenti, era stata letta con la stessa espressione con cui leggeva i prezzi di Marsiglia quando scendevano.

Così Luigi scriveva e ascoltava. Scrivere numeri è un lavoro che lascia molto tempo per guardare le persone che li producono.

I carri

Il giovedì mattina scesero i carri. Erano nove, partiti dalle zolfare dell’interno nella notte, con le mule bianche di polvere fino agli occhi e i carrettieri che dormivano in piedi, appoggiati alle stanghe.

Con i carri erano scesi anche gli uomini che garantivano il carico, e fra loro uno zolfataro vecchio, che non picconava più e accompagnava i pani come si accompagna un parente fino alla porta del notaio. Aveva le palpebre rosse e le unghie mangiate dal fumo dei calcaroni. Era sceso in miniera a otto anni e, diceva, non aveva più smesso di scendere, nemmeno quando risaliva. Tossiva piano, a intervalli regolari, come uno che conta.

Fino a quel giorno, nella colonna dei carri, Luigi aveva scritto soltanto «il vecchio». Quel giovedì gli chiese come si chiamasse.

«Gaspare» rispose l’uomo e, vedendo che il ragazzo aspettava, aggiunse il resto: «Gaspare Lo Bue».

Luigi lo scrisse per intero, con la cura che si mette nel nome di uno che esiste. Poi chiese i nomi degli altri otto. Nessuno gli domandò perché: erano abituati a sentirsi chiedere il nome soltanto dai carabinieri e dai padroni, e il ragazzo non sembrava né l’una né l’altra cosa.

I nove carri passarono alla pesa uno dopo l’altro. Coffa dopo coffa, Don Cola gridò i numeri e Luigi li scrisse, accanto a quelli delle bolle.

Il venerdì sera Stefano fece le somme. Ci mise un’ora, con le labbra in movimento e il pollice che tracciava cifre nell’aria. Le bolle delle zolfare dichiaravano centocinquanta cantari per i nove carri; la pesa ne aveva dati centoquarantacinque e mezzo.

«Quattro cantari e mezzo» disse.

L’uso ammetteva il calo di strada: un po’ di polvere sotto le ruote, un po’ di pani che si sbriciolano nei buchi della mulattiera. Un cantaro ogni cento, non di più. Negli anni scorsi non era mai andato oltre. Stavolta ne mancavano tre di troppo.

«Il calo ammesso è uno su cento» disse Stefano. «Il resto lo pagano gli uomini dei carri, sulla paga della settimana.»

Nessuno protestò. I carrettieri si tolsero il cappello, il che nel loro linguaggio poteva significare rispetto, resa o tutte e due le cose. Gaspare tossì. Don Cola guardò altrove: la pesa, lui, non l’aveva mai messa in discussione, e non intendeva cominciare per nove sconosciuti.

Luigi ebbe il difetto di fare la divisione. Tre cantari di troppo, ripartiti fra nove uomini, diventavano pane che sarebbe mancato in nove case. Era un’operazione che al registro non serviva, e che da quel momento non riuscì più a smettere di fare.

Tre su cento

Quella notte Luigi rifece i conti con il registro aperto sulle ginocchia e un mozzicone di candela. Aveva copiato quelle cifre con la distrazione di chi copia; ora le guardò.

Il carro da venti cantari — duemila rotoli, perché il cantaro ne valeva cento — aveva perso sessanta rotoli. Quello da dodici cantari, trentasei. Quello da quattordici, quarantadue. Sessanta su duemila, trentasei su milleduecento, quarantadue su millequattrocento: tre ogni cento. Sempre. Il carro del carrettiere più giovane e quello del più anziano, il carico pesato all’alba e quello pesato a mezzogiorno, con il sole sulle tavole.

Un ladro ha giornate buone e giornate cattive, è soggetto al coraggio e alla paura, ruba di più quando il carico è grosso e di meno quando qualcuno guarda. Un ammanco che si ripete identico su nove carri, condotti da nove uomini diversi, aveva un carattere troppo uguale per essere umano.

Restava una sola cosa che non cambiava da un carro all’altro, e non era un uomo. Luigi ripensò al romano che ogni primavera tornava dal fabbro lucido come un santo, e alla frase che Don Cola ripeteva a chiunque capitasse a tiro: la salsedine mangia il ferro.

Ma dirlo voleva dire contraddire il padre, in pubblico, davanti a venti uomini con il cappello in mano; e nel mondo di Stefano un figlio poteva commettere una colpa più grave soltanto contraendo debiti.

Il sabato, a mezzogiorno, la cassetta della paga fu portata fuori e posata su un barile. I carrettieri si disposero in fila, i cappelli già in mano. Gaspare per ultimo, perché i vecchi si mettono sempre in fondo alle file, anche quando sono i primi a cui qualcosa spetta.

«Papà, posso fare una somma?»

La voce gli uscì più acuta del previsto, come capita alla voce dei sedicenni nei momenti storici.

Stefano alzò gli occhi dal libro delle paghe. «Una somma.»

«Sì.»

«Falla. Ma in fretta: il vapore non aspetta.»

Luigi lesse le tre cifre ad alta voce, sessanta, trentasei, quarantadue, poi le divisioni, poi la parola. «Tre su cento. Su ognuno dei nove carri. Se qualcuno avesse rubato, avrebbe rubato quando poteva: un carro di più, uno di meno. Questa è una regola, non un furto.»

«Una regola di chi?»

«Della pesa.»

Don Cola si staccò dall’asta come se lo avessero scottato. «La pesa non sbaglia, giovanotto. Sbagliano gli uomini.»

«Anche le cose invecchiano, Don Cola» disse Luigi. «Solo che non si lamentano.»

Gli uomini guardarono il cielo con improvviso interesse meteorologico.

«Un ragazzo che scrive versi sul registro» disse Stefano, piano, «viene a insegnarmi a pesare.»

Luigi arrossì fino ai capelli. Ma la somma, sul registro, restava quella.

Il romano

«C’è un solo modo per saperlo» disse Luigi, «e non richiede di credere né a me né a Don Cola.»

Portarono sei coffe, già pesate e registrate, alla pesa della Regia Dogana, che aveva il bollo dello Stato e non aveva mai avuto motivo di essere gentile con nessuno. Era una passeggiata di poche centinaia di passi sulla sabbia. Stefano avrebbe potuto vietarla; la concesse per la ragione per cui un giocatore sicuro accetta di scoprire le carte.

Si mise in cammino con il bastone e dietro di lui, senza che nessuno l’avesse ordinato, camminarono gli uomini.

Il guardiano doganale, magro, con le maniche di tela e la pazienza dei funzionari, pesò le sei coffe una dopo l’altra e fece la somma. «Seicento rotoli.»

Alla pesa del Molo ne avevano registrati cinquecentottantadue.

«Diciotto su seicento» disse Luigi, che non aveva bisogno di carta. «Tre su cento.»

Don Cola guardò il guardiano, il guardiano guardò il bollo, e il bollo, che non guardava nessuno, restò dov’era.

Tornarono alla pesa. Luigi sollevò il romano con le due mani: pesava come pesa il ferro, ma non quanto avrebbe dovuto. «Ogni primavera lo mandate dal fabbro» disse a Don Cola, piano, perché gli altri non sentissero. «Il fabbro toglie la ruggine. Ma la ruggine era ferro.»

Don Cola rimase con le mani aperte. Per ventitré anni la pesa gli aveva dato il suo numero con la stessa sicurezza; soltanto che il numero, come certe persone, a un certo punto aveva cominciato a dire meno di quanto sapeva.

Stefano prese la matita dalle mani del figlio e rifece la somma da solo, con le labbra in movimento. Poi la rifece un’altra volta, per essere sicuro di sbagliare lui. Quando alzò la testa aveva già calcolato tre su cento di tutto lo zolfo che il Molo aveva pesato dalla primavera, e glielo si leggeva in faccia: il ladro più grosso della stagione era stato un pezzo di ferro, e la vittima lui.

Allora fece la cosa che gli riuscì più difficile. Si tolse il cappello, come avevano fatto i carrettieri il venerdì; ma non davanti a Luigi, davanti agli uomini.

«La paga è intera» disse. «A tutti. Cola, il romano lo fai rifare giusto e lo fai bollare in Dogana.»

Uno alla volta, i carrettieri si avvicinarono alla cassetta. Gaspare Lo Bue fu l’ultimo. Contò il denaro con le dita, una moneta alla volta, come chi non crede ai numeri finché non gli toccano le mani. Poi, passando davanti al registro aperto sul barile, posò un dito giallo fino alla seconda falange accanto al proprio nome, senza sfiorare la scrittura: il solo omaggio che un uomo come lui potesse rendere a una pagina.

L’ombra

Verso sera, quando il sole scese dietro le scogliere del nuovo porto e l’ultima spigonara sciolse la vela, Stefano si avvicinò al barile del figlio con il registro in mano. Lo sfogliò fino al lunedì e si fermò sul margine. Lesse i quattro versi con le labbra in movimento, come faceva con le somme.

«La seconda rima zoppica» disse.

«Lo so.»

«Sistemala.» Chiuse il registro. «Ma sotto la somma, non sopra.»

Luigi non trovò niente da rispondere, il che a sedici anni accade meno spesso di quanto si creda.

«Domani le bolle le controlli tu» aggiunse Stefano, e si alzò. Poi, invece di tornare al suo posto, trascinò col piede il barile di Luigi fin sotto l’ombra del deposito, accanto al proprio.

Luigi si sedette. L’ombra era stretta, ma per due bastava, purché nessuno dei due si muovesse troppo.

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: agrigento, girgenti, luigi pirandello, miniera di zolfo, stefano pirandello

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