Teresa posò il fagotto sul muro curvo, accanto all’automobile ferma, e si accorse che dalla carta spuntava una manica. La ricacciò dentro con due dita: aveva passato la sera a stirarla, non intendeva consegnarla alla polvere prima che alla proprietaria.
«Fin quassù vengono in macchina», disse sua figlia.
«Noi portiamo un vestito. Loro devono portare anche la macchina.»
Ada guardò la salita che serpeggiava verso l’albergo. Aveva undici anni e trovava discutibile che un edificio con tante finestre possedesse una sola entrata utile, sempre lontanissima. Il Grand Hôtel des Temples stava in alto, largo, ordinato, con una fila di aperture per piano: sembrava che qualcuno avesse finalmente persuaso le case di Girgenti a mettersi in riga.
Era una mattina di primavera, nei primi anni del Novecento. Teresa doveva consegnare una gonna accorciata e una camicetta ripresa sotto le ascelle. La cliente partiva dopo pranzo; il compenso doveva tornare in città prima, trasformarsi in pane, filo e un quaderno.
Il quaderno spettava ad Ada. Quello vecchio aveva ospitato dettati, divisioni e, sulle ultime pagine, le misure delle clienti. La maestra aveva trovato una circonferenza di vita sotto un problema di aritmetica.
«Almeno il risultato era giusto?» aveva chiesto Teresa.
Cuciva vicino alla porta di casa, spostando la sedia insieme alla luce. Ada infilava gli aghi, faceva commissioni, andava a scuola quando gli incarichi non le mangiavano la mattinata. Quel giorno aveva ottenuto una promessa precisa: consegna, pagamento, cartoleria. Nessun’altra fermata.
Ripresero a salire. Dal fagotto veniva l’odore asciutto della tela stirata; dalla strada, quello della terra scaldata. Ada contava le finestre, poi ricominciava perché sua madre le parlava.
All’ingresso, l’uomo cui presentarono il pacco lesse il nome della cliente e scosse la testa.
La signora era uscita per i templi.
«Torna per colazione.»
Teresa guardò Ada. Il quaderno si allontanò senza muovere un passo.
«Possiamo lasciare il lavoro. Il pagamento, però, era per stamattina.»
L’uomo allargò le mani: non aveva ricevuto disposizioni.
Teresa conosceva quel gesto. Nelle botteghe significava domani, nelle case signorili ripassate. Qui aveva soltanto i polsini più bianchi.
Il lavoro e le pagine di scuola
Si sedettero fuori, col fagotto sulle ginocchia. Ada tirò fuori il vecchio quaderno e una matita corta. Sulla prima pagina libera disegnò il muro, la curva, l’automobile.
«Scrivi quanto devono», disse Teresa.
Le dettò i lavori, distinguendo la stoffa dal tempo impiegato. Ada tracciò una riga sotto il totale. Poi, ricordandosi della maestra, aggiunse la data.
Quando la cliente arrivò, aveva polvere sull’orlo e un piccolo strappo presso una tasca. Parlava italiano cercando le parole con pazienza; Teresa cercava con altrettanta pazienza il momento di farsi pagare.
La signora spiegò che una pietra, laggiù, aveva trattenuto il vestito.
«Antica?» domandò Ada.
«Credo.»
«Allora non si poteva spostare.»
La donna rise. Teresa esaminò lo strappo, aprì il piccolo involto degli aghi che portava sempre con sé e propose una riparazione. Precisò che era un lavoro in più. La cliente annuì.
Occorreva aspettare che si cambiasse. Ada sospirò, ma intanto mostrò il foglio con il conto.
La signora lo lesse e domandò chi avesse scritto quella bella scrittura.
«Io.»
«E vuoi fare la sarta?»
Ada guardò sua madre, le dita segnate dall’ago, il filo trattenuto tra le labbra.
«Voglio finire il quaderno senza metterci le misure.»
Teresa abbassò gli occhi sul rammendo. Non per dispiacere: aveva trovato il punto esatto dove prendere la stoffa senza far vedere la cucitura.
Ricevettero il denaro prima di mezzogiorno. Teresa lo contò, separò il necessario per gli acquisti e lasciò ad Ada la moneta destinata al quaderno. La bambina la chiuse nel pugno; poi lo riaprì per controllare che fosse ancora lì.
Scendendo, passarono nuovamente accanto al muro curvo. L’automobile era rimasta ferma. Ada vi appoggiò il quaderno vecchio e completò il disegno: mancava una figura sulla strada.
Disegnò sua madre, dritta, con il fagotto ormai vuoto sotto il braccio. Poi aggiunse se stessa, ma senza pacco.
«Non porti niente?» chiese Teresa.
Ada disegnò un rettangolo nella propria mano.
«Porto questo.»
Ripartirono verso la città. Al primo tornante Teresa le domandò se nel quaderno nuovo avrebbe trovato posto almeno un conto.
«Nell’ultima pagina.»
«Una soltanto?»
«Per cominciare», disse Ada, e questa volta fu lei ad allargare le mani. La madre rise e le aggiustò il colletto.


IL TRENO DELLO ZOLFO SOSPESO SUL VALLONE