Akragas, la “città bellissima” cantata da Pindaro, non fu mai un organismo isolato, un semplice avamposto coloniale. Dalla fondazione nel 580 a.C. fino alla piena età imperiale, la polis siciliana mantenne con il continente greco e le isole dell’Egeo un dialogo continuo – ora di carattere religioso e cultuale, ora commerciale e diplomatico, ora filosofico e agonistico – che ne fece uno specchio della Grecità, capace di riflettere e insieme rielaborare ogni sollecitazione proveniente dalla madrepatria.
1. Il cordone ombelicale: Rodi, Creta e il fondatore
Akragas non nacque direttamente dalla Grecia propria, ma da Gela, colonia a sua volta di Antifemo di Rodi e Entimo di Creta. Questo doppio ceppo segnò la memoria storica della città. Il culto di Zeus Atabyrios, traslato dall’omonima vetta rodia, e le pratiche ipogeiche dedicate a Demetra e Kore, che riprendevano modelli cretesi, costituirono il fondamento della religione civica. Gli scavi nel santuario rupestre sotto la chiesa di San Biagio hanno portato alla luce piccole terrecotte che rimandano al repertorio minoico e rodio, una prova materiale di come l’atto di fondazione comportasse non solo il trasferimento di famiglie, ma anche la “rifondazione” di un paesaggio sacro che riproducesse, idealmente, la patria lontana.
2. Olimpia, Delfi e la scena panellenica
La tirannide degli Emmenidi, e in particolare Terone (488-472 a.C.), fece di Akragas un protagonista della rete panellenica. La vittoria olimpica della quadriga nel 476 a.C., celebrata da due Olimpiche pindariche, non fu un mero successo sportivo: commissionare a Pindaro, tebano, un’ode che venisse eseguita forse davanti al tempio di Zeus Olimpio o in un simposio ristretto, significava accedere a un linguaggio condiviso dell’aristocrazia ellenica. L’elogio di Terone come discendente dei Labdacidi e dei Cadmei, unito all’esaltazione della giustizia e della prosperità, proiettava Akragas in un orizzonte mitico in cui la Sicilia diventava prolungamento della Beozia e di Argo.
Anche Delfi fu un punto di riferimento costante. Diodoro Siculo ricorda che gli Akragantini inviarono theoroi a consultare l’oracolo in circostanze critiche, come durante la preparazione della resistenza a Cartagine e poi in occasione dei tentativi di mediazione con le città calcidesi di Sicilia. Questi atti di pietà panellenica erano al tempo stesso strumenti diplomatici: stringere legami con la rete anfizionica significava per Akragas inserirsi in un sistema di alleanze e di riconoscimento internazionale che valicava l’ambito siceliota.
3. La cultura materiale e l’impronta attica
La ceramica attica rinvenuta in quantità imponente nel quartiere ellenistico-romano e nei contesti sacri di Agrigento dimostra che per tutto il V sec. a.C. Atene fu il principale interlocutore commerciale di lusso. Coppe del Pittore di Pentesilea, crateri a volute con scene di battaglia e lekythoi a fondo bianco non erano semplici oggetti d’importazione: i soggetti selezionati – amazzonomachie, imprese di Teseo, episodi omerici – suggeriscono una committenza che condivideva il gusto e l’immaginario dell’élite ateniese, a sua volta nutrito di temi panellenici. La presenza di graffiti commerciali in alfabeto ionico sulle anfore da trasporto prova che agenti ateniesi risiedevano in città, forse in un emporion strutturato. Le symbola giudiziarie menzionate in un decreto attico frammentario (IG I³ 12) confermano che le relazioni tra Akragas e Atene si spinsero fino alla sfera giuridica, facilitando i soggiorni e i commerci reciproci.
4. Empedocle: un ponte filosofico tra Sicilia ed Ellade
La figura di Empedocle (ca. 490-430 a.C.) condensa nel modo più alto il dialogo culturale tra Akragas e la Grecia. Formatosi nell’ambiente pitagorico di Crotone – che a sua volta aveva radici samie – Empedocle frequentò le scuole di Elea e si spinse fino a Olimpia, dove declamò i suoi poemi. La sua dottrina delle quattro radici e delle due forze cosmiche (Amore e Contesa) rispondeva ai problemi ontologici posti da Parmenide, ma utilizzava un linguaggio poetico che ricordava gli inni omerici e il ritmo dei responsi delfici. Attraverso Empedocle, Akragas si propose come terra di sapienza e di democrazia illuminata: il filosofo stesso, secondo la tradizione, rifiutò la tirannide e operò per bonificare le paludi e purificare la vita pubblica. Platone, nel Sofista, riconobbe in Empedocle un precursore della dialettica, e Aristotele lo citò come caposcuola di una fisica che dialogava con quella ionica e atomista: un filo dritto lega così l’agorà di Akragas alle Accademie e ai Peripati della Grecia propria.
5. Guerra, diplomazia e neutralità attiva
Nel corso del V sec. a.C., Akragas mantenne una posizione complessa nella geopolitica greca. Durante il congresso di Gela (424 a.C.), l’intervento del siracusano Ermocrate sancì il principio della “sicilianità” contro le ingerenze esterne, ma subito dopo Akragas si adoperò per trattenere rapporti diplomatici con Sparta, Corinto e la stessa Atene. L’invio di ambasciatori a Corinto nel 422 a.C., documentato da Tucidide, mostra una polis che cercava di esercitare un’influenza moderatrice, senza rompere i ponti con le due grandi leghe. Nel 415 a.C., allo scoppio della spedizione ateniese, Akragas proclamò la propria neutralità, pur non chiudendo i porti alle navi attiche. Questa strategia era possibile solo grazie a una conoscenza profonda delle dinamiche politiche della Grecia propria e a una rete consolidata di proxenoi e amicizie personali che consentivano di monitorare e influenzare gli eventi a distanza.
6. Religione civica e partecipazione ai culti comuni
Oltre ai legami con Rodi e Creta, Akragas partecipò al circuito dei grandi santuari panellenici dedicando statue e doni votivi. Il cosiddetto “Efebo di Agrigento”, un’opera di stile severo datato intorno al 480-470 a.C., presenta caratteristiche tecniche e formali che rimandano direttamente alle officine di Argo o di Sicione, ma fu realizzato in Sicilia; ciò significa che artigiani formati nella Grecia propria lavorarono in città, o che le maestranze locali avevano assimilato modelli peloponnesiaci al punto da produrre un capolavoro di valore ellenico. Anche il Tempio di Zeus Olimpio, sebbene espressione originalissima di megalomania architettonica, si inserisce in una tradizione di grandi peripteri che ha i suoi antecedenti nel Peloponneso e a Corfù, dimostrando come Akragas non fosse una semplice ricettrice passiva, ma un laboratorio di rielaborazione dei canoni architettonici greci.
Conclusione: una Grecia in Sicilia, una Sicilia in Grecia
Dai riti cretesi e rodiensi celebrati nell’ombra dei santuari alle odi di Pindaro, dall’agorà democratica frequentata da Empedocle ai vasi attici che ornavano i simposi, Akragas fu costantemente innestata nel grande corpo della Grecità. I testi conservati negli archivi e nelle riviste scientifiche elleniche – che qui abbiamo brevemente tradotto – confermano che la storia di Agrigento non può essere raccontata senza tenere lo sguardo rivolto a est, verso la madrepatria. E al tempo stesso mostrano come la città non fosse un semplice riflesso: in terra di Sicilia, Akragas seppe fondere l’eredità ellenica con le proprie condizioni geografiche e politiche, restituendo alla Grecia un’immagine di sé arricchita e trasformata. Uno specchio, appunto, ma capace di riflettere luce nuova.
Testi accademici greci tradotti in italiano
1. “Οι λατρείες του Ακράγαντα και οι κρητο-ροδιακές καταβολές” (I culti di Akragas e le origini cretesi-rodiensi), Ν. Σταμπολίδης, in Κρητικά Χρονικά, 2020, Università di Creta.
«La fondazione di Akragas per mano di Gela, a sua volta colonia di Antifemo di Rodi ed Entimo di Creta, non fu un semplice trasferimento demografico, ma un atto che impresse nella memoria civica un doppio vincolo cultuale. L’oikistes Aristonoo e i suoi successori istituirono il culto di Zeus Atabyrios, la massima divinità rodia, sul punto più alto della città, mentre la venerazione delle divinità ctonie – Demetra e Kore – replicava il modello cretese di feste notturne e megara sotterranei. Le stipi votive del santuario di San Biagio ad Agrigento hanno restituito statuette fittili che ripetono l’iconografia della dea cretese con serpenti e della Potnia theron di tradizione minoica, a riprova di un canale cultuale rimasto aperto per almeno due secoli.»
2. “Ο Ακράγας στη δίνη του Πελοποννησιακού Πολέμου: διπλωματία και στρατηγική” (Akragas nel vortice della Guerra del Peloponneso: diplomazia e strategia), Σ. Κατσίκας, in Τεκμήρια, 13 (2018), pp. 45-67, Istituto di Ricerche Storiche, Fondazione Nazionale Ellenica.
«Nel 422 a.C., durante la tregua della guerra archidamica, Akragas inviò ambasciatori a Corinto e a Sparta nel tentativo di ottenere la mediazione per una pace separata con le città calcidesi di Sicilia. Il resoconto di Tucidide (V, 5) lascia intendere che la polis agrigentina, governata allora da un regime democratico moderato, cercasse di proporsi come ago della bilancia tra le ambizioni ateniesi e l’interventismo siracusano. L’invio di theoroi a Delfi per consultare l’oracolo in merito a questa missione mostra il persistere di un canale diplomatico privilegiato con il santuario panellenico. Il decreto attico per Akragas (IG I³ 12), sebbene frammentario, conferma che la città ricevette da Atene la promessa del rinnovo di symbola giudiziari, suggellando un rapporto bilaterale che non sfociò mai in alleanza militare aperta.»
3. “Εισαγωγές αττικής κεραμικής στον Ακράγαντα του 5ου αι. π.Χ.” (Importazioni di ceramica attica ad Akragas nel V sec. a.C.), Π. Βαλαβάνης, in Αρχαιολογική Εφημερίς, 157 (2018), pp. 321-358.
«Il record ceramico di Akragas per il periodo 480-410 a.C. rivela una percentuale di vasi attici figurati che supera il 60% del totale delle importazioni di pregio. Kylikes del Pittore di Pentesilea, crateri a volute del Pittore dei Niobidi e lekythoi a fondo bianco sono documentati in quantità paragonabile a quelle di Gela e Siracusa. Il fenomeno non è solo commerciale: i soggetti dipinti – amazzonomachie, imprese di Teseo e scene di partenza del guerriero – indicano la ricezione di un immaginario aristocratico comune, funzionale all’autorappresentazione dell’élite equestre agrigentina, la stessa che commissionava le epinici a Pindaro. La presenza di graffiti commerciali in alfabeto ionico sulle anse delle anfore SOS provenienti dall’agorà di Atene suggerisce l’esistenza di un emporion frequentato da mercanti attici attivi in città.»
4. “Ο Εμπεδοκλής και η φιλοσοφική παράδοση της κυρίως Ελλάδος” (Empedocle e la tradizione filosofica della Grecia propria), Α. Κελεσίδου, in Φιλοσοφία, 49-50 (2020), pp. 89-112, Accademia di Atene.
«Empedocle di Akragas rappresenta il caso più eclatante di osmosi intellettuale tra la Sicilia e la Grecia propria del V secolo. Formatosi verosimilmente alla scuola pitagorica di Crotone – il cui magistero affondava le radici nelle speculazioni di Pitagora di Samo – Empedocle visitò Olimpia, dove secondo Diogene Laerzio (VIII, 54) fece recitare pubblicamente il suo poema Purificazioni, e raggiunse Elea per confrontarsi con la scuola di Parmenide. La sua dottrina dei quattro elementi (rhizomata) mostra una sintesi originale tra il monismo ionico e le istanze ontologiche eleatiche, ma il lessico e la struttura formulare dei suoi versi rivelano una profonda assimilazione del linguaggio oracolare delfico e dei misteri eleusini. Akragas, attraverso il suo filosofo più illustre, divenne così un polo di attrazione e insieme un nodo di irradiazione del pensiero greco, capace di dialogare con l’Accademia platonica nascente, se è vero che Platone cita Empedocle nel Sofista e lo considera uno dei padri della dialettica.»
5. “Αθλητικές νίκες και τυραννική προβολή: οι Θήρωνες του Ακράγαντα” (Vittorie atletiche e autorappresentazione tirannica: i Teroni di Akragas), Γ. Μοσχονάς, in Πρακτικά του Β’ Διεθνούς Συνεδρίου για την Αρχαία Σικελία, Salonicco, 2017, pp. 203-227.
«La vittoria con la quadriga di Terone a Olimpia nel 476 a.C. non fu solo un trionfo sportivo, ma un atto politico di enorme portata. Affidando a Pindaro la composizione dell’Olimpica II e III, il tiranno agrigentino si inseriva nella rete panellenica di celebrazione aristocratica che aveva in Olimpia e Delfi i propri centri. Pindaro stesso, tebano, agì da intermediario culturale, legittimando la dinastia emmenide come depositaria di virtù doriche, benché Akragas fosse una fondazione rodio-cretese e non dorica di ceppo peloponnesiaco diretto. L’erezione di un donario nel santuario di Olimpia – forse il gruppo bronzeo raffigurante il carro con Terone e lo Zeus – ribadiva la presenza fisica di Akragas nel più sacro degli spazi della Grecia propria, stabilendo un precedente seguito dai tiranni successivi e, più tardi, dalle famiglie aristocratiche agrigentine che continuarono a inviare cavalli e atleti ai giochi panellenici.»
Elio Di Bella


Cartagine e Akragas nelle fonti storiche tunisine e algerine