27 febbraio nell’ Età Moderna
Il Rinascimento e le committenze periferiche
27 febbraio 1535
27 febbraio 1535. In questa giornata, il celebre scultore rinascimentale Antonello Gagini (citato anche come Antonio Gagini nei documenti coevi) stipulò un formale contratto d’opera con Nicola Caracappa e Antonio Sagurusu. I due committenti agivano in qualità di rettori della Confraternita di San Benedetto presso la “terra” di Caltabellotta, importante presidio urbano nel territorio agrigentino.
L’accordo notarile prevedeva la realizzazione di due statue marmoree: una dedicata a San Benedetto e l’altra a Maria Santissima della Consolazione.
L’atto prescriveva dettagli iconografici rigorosi per il Santo, imponendo che fosse scolpito barbuto, ornato della mitra episcopale e della cappa pontificale, e raffigurato nell’atto teologico di schiacciare sotto il piede destro un demone incatenato.
Contesto storico: Il Cinquecento siciliano fu profondamente segnato dall’egemonia artistica della bottega dei Gagini, famiglia di scultori di origine ticinese che monopolizzò la produzione statuaria dell’isola, traghettandola verso i canoni rinascimentali.
La committenza da parte di una confraternita laicale in un centro dell’Agrigentino dimostra la capillarità della penetrazione di questo linguaggio artistico anche nelle aree montane.
Le confraternite fungevano all’epoca non solo da aggregatori di devozione spirituale, ma da veri e propri centri di potere economico e sociale, dotati dei capitali necessari per finanziare opere di alto pregio.
Perché conta oggi: L’atto del 1535 è una testimonianza fondamentale per la storia dell’arte siciliana, poiché permette di incrociare il dato d’archivio con il patrimonio materiale, mappando la geografia della bellezza rinascimentale. Dimostra inoltre come il territorio agrigentino fosse pienamente inserito nei circuiti culturali ed economici del Mediterraneo del XVI secolo. La precisione contrattuale rivela la concezione dell’opera d’arte come strumento didascalico rigidamente controllato dai committenti.
Età contemporanea
La decifrazione della città sotterranea
27 febbraio 1910
L’erudito e studioso locale Michele Caruso Lanza condusse una storica e metodica esplorazione del vasto sistema di ipogei e acquedotti sotterranei di Agrigento. A seguito di questa ispezione diretta, Caruso Lanza formulò pubblicamente il giudizio storico secondo cui tali imponenti escavazioni fossero opere pubbliche realizzate dalla manodopera degli schiavi cartaginesi.
Questi ultimi, catturati dal tiranno Terone in seguito alla celebre battaglia di Imera (480 a.C.), sarebbero stati impiegati con lo scopo primario di dotare l’antica Akragas di un adeguato e monumentale sistema di approvvigionamento di acqua potabile.
Contesto storico: I primi decenni del Novecento videro un rinnovato fervore antiquario ad Agrigento, influenzato anche dagli studi ottocenteschi di storici come Giuseppe Picone.
Mentre l’attenzione dei grandi archeologi internazionali era spesso focalizzata esclusivamente sui templi dorici emergenti, la storiografia locale volse lo sguardo alla complessità ingegneristica della “città invisibile”.
L’ipotesi di Caruso Lanza si poggiava sull’incrocio tra l’indagine empirica (l’esplorazione speleologica) e l’esegesi delle fonti classiche, in particolare Diodoro Siculo, opponendosi a correnti di pensiero fantasiose che attribuivano gli scavi a ciclopi, lestrigoni o popolazioni pre-elleniche.
Perché conta oggi: L’esplorazione del 1910 costituisce una tappa miliare nella storia dell’idraulica antica e dell’archeologia topografica agrigentina.
Sebbene la ricerca moderna abbia affinato le datazioni e le tecniche costruttive degli ipogei, l’intuizione di legare le infrastrutture sotterranee allo sforzo bellico e statale dell’età dei Dinomenidi rimane un perno concettuale valido. L’evento testimonia la nascita di un approccio razionalista e storicizzato allo studio del sottosuolo cittadino.
L’invenzione di una tradizione: Il Mandorlo in Fiore
27 febbraio 1938
Prende vita la prima, storica edizione di quella che diverrà nota a livello globale come la Sagra del Mandorlo in Fiore.
Sorprendentemente per molti, l’evento non si svolse ad Agrigento, bensì nel vicino e pittoresco comune di Naro, all’interno del suggestivo scenario naturale della Valle del Paradiso.
L’iniziativa fu concepita dal Conte Alfonso Gaetani d’Oriseo, in stretta collaborazione con il locale Dopolavoro, assumendo i connotati di una festa agricola primaverile caratterizzata da sfilate di carretti siciliani ricolmi di fiori e dall’esibizione di donne abbigliate con costumi tradizionali.
Contesto storico: Sotto il regime fascista, l’Opera Nazionale Dopolavoro incentivava programmaticamente la creazione di feste popolari che esaltassero il mondo contadino e le peculiarità folcloriche locali, nel quadro della più ampia politica rurale e autarchica del governo.
L’evento narese si ammantò fin da subito di profondi richiami alla mitologia classica, legando la fioritura all’antico mito greco dell’amore tragico tra Fillide e Acamante, o al mito di Proserpina quale simbolo imperituro di rinascita della natura.
Fu lo stesso Gaetani, nelle vesti di Federale del Partito Nazionale Fascista di Agrigento, a comprenderne il potenziale e a decretarne il trasferimento nel capoluogo nel 1940, ponendo le basi per una manifestazione di respiro internazionale.
Perché conta oggi: Il 27 febbraio 1938 segna la fondazione immateriale dell’evento identitario più iconico del territorio agrigentino.
Ricostruire filologicamente che la Sagra sia nata a Naro come festa rurale e sia stata poi traslata per calcolo logistico e di promozione territoriale nella Valle dei Templi, aiuta a comprendere i meccanismi di “invenzione della tradizione”.
Oggi, l’evento (arricchito dal Festival Internazionale del Folklore e supportato dall’UNESCO) diffonde messaggi di pace globale, dimostrando come le tradizioni si evolvano distaccandosi dai loro moventi politici originari.
Fonti primarie e secondarie: Giornale di Sicilia del 3 marzo 1938
27 febbraio 1939: nasce il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e cambia la scala del soccorso
27 febbraio 1939.
Descrizione dell’evento: con Regio Decreto-Legge n. 333 del 27 febbraio 1939 viene istituito il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, con superamento delle precedenti organizzazioni locali e provinciali.
Contesto storico: è un passaggio tipico dello Stato del Novecento: unificare, standardizzare, centralizzare le funzioni tecniche (soccorso, prevenzione incendi) e imporre una catena amministrativa nazionale. La ricostruzione storica del Corpo, in fonti ufficiali, lega esplicitamente l’istituzione al RDL 333/1939 e alla successiva conversione in legge.
Perché conta oggi: anche quando la norma è “nazionale”, l’effetto è locale: nella pratica quotidiana dei comandi provinciali, la città sperimenta la modernizzazione dello Stato tramite organici, mezzi, addestramento e (nel lungo periodo) cultura della prevenzione. Una pubblicazione storica istituzionale riporta l’inquadramento dei corpi provinciali e cita Agrigento nell’elenco delle categorie provinciali.
Fonte:
– Primaria (norma; accesso istituzionale): Biblioteca tecnica del CNVVF, scheda del RDL 27 febbraio 1939, n. 333, pubblicato nel supplemento della Gazzetta del 1939.
– Secondaria autorevole (ricostruzione istituzionale): pagina “La nascita del Corpo Nazionale…” sul sito dei Vigili del Fuoco (con richiamo a RDL 333/1939 e conversione).
– Secondaria autorevole (documento storico istituzionale): pubblicazione del CNVVF che riproduce riferimenti al RDL 333/1939 e include Agrigento nell’elenco delle categorie provinciali.
Il lutto partigiano e la burocrazia del dopoguerra
27 febbraio 1947
Descrizione dell’evento: Viene formalmente redatta e registrata presso l’Ufficiale di Stato Civile la denuncia di morte del partigiano agrigentino Pietro Palminteri.
L’atto burocratico fu presentato alle ore 9:00 del mattino da due impiegati piemontesi, Pietro Costa e Giovanni Ciravegna.
Il documento accertò definitivamente, solo a seguito di una specifica sentenza pronunciata il 19 febbraio 1947 dal Tribunale di Alba, che il giovane Palminteri cadde in combattimento il 26 aprile 1945 in Via Principe di Piemonte (presso la casa di un civile), durante le fasi insurrezionali più aspre della lotta di Liberazione nel Nord Italia.
Contesto storico: All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia dovette affrontare non solo l’immane ricostruzione materiale, ma anche quella anagrafica e civile.
Molti giovani del Sud, inclusi numerosi agrigentini, si trovarono bloccati oltre la Linea Gotica dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e scelsero di unirsi alle formazioni partigiane, sacrificando la propria vita.
A causa della distruzione delle vie di comunicazione e del caos amministrativo della guerra civile, le conferme ufficiali dei decessi e le necessarie trascrizioni anagrafiche nei comuni di origine siciliani richiesero anni, passando attraverso complesse indagini e sentenze dei tribunali dell’Alta Italia.
Perché conta oggi: L’atto trascritto il 27 febbraio 1947 non è una semplice scartoffia anagrafica, ma il simbolo doloroso della ricomposizione di una nazione frammentata.
Restituisce centralità al contributo diretto, spesso storiograficamente trascurato nei decenni passati, che la provincia di Agrigento e i suoi figli hanno fornito alla Resistenza e alla fondazione democratica della Repubblica, colmando la distanza geografica tra il Piemonte e la Sicilia attraverso il sacrificio personale.
Fonte: Fonte primaria: Atto di morte e trascrizione di sentenza del Tribunale di Alba, allegata agli atti comunali (Archivio di Stato civile).
La codificazione dell’emergenza: Il Decreto per il Belice
27 febbraio 1968
Descrizione dell’evento: A poco più di un mese dal catastrofico sisma, il governo italiano pubblica il Decreto-Legge n. 79, recante “Ulteriori interventi e provvidenze per la ricostruzione e per la ripresa economica dei comuni della Sicilia colpiti dai terremoti del gennaio 1968”.
Il decreto stabiliva il quadro normativo di emergenza e l’allocazione finanziaria per l’espropriazione, l’edilizia civile, il ripristino del settore scolastico, il salvataggio dei monumenti e le agevolazioni fiscali per agricoltori e artigiani.
Per la provincia di Agrigento, i provvedimenti impattarono direttamente sul destino e sull’urbanistica dei comuni gravemente lesionati di Menfi, Montevago e Santa Margherita di Belice.
Contesto storico: Il terremoto del Belice del gennaio 1968 squarciò il velo sull’arretratezza infrastrutturale e sulla fragilità socio-economica delle aree interne della Sicilia occidentale.
Lo Stato italiano, colto di sorpresa dalla scala di questa prima grande emergenza civile dell’era repubblicana, fu costretto a elaborare in tempi contingentati strumenti legislativi inediti.
Il DL 27 febbraio 1968 (poi convertito nella Legge 241/1968) divenne la prima impalcatura legale di un processo di ricostruzione che si sarebbe rivelato drammaticamente lungo, segnato da esodi migratori e da scelte urbanistiche controverse, spesso insensibili alla vocazione storica dei luoghi originari.
Perché conta oggi: Il 27 febbraio 1968 segna il momento esatto in cui il trauma naturale collettivo venne tradotto in codificazione giuridica. Le conseguenze applicative di quel decreto hanno alterato in modo permanente la demografia, l’architettura e l’economia della porzione occidentale della provincia agrigentina.
Analizzare questo atto significa studiare i prodromi storici dell’attuale sistema di Protezione Civile e mantenere uno sguardo critico sui modelli di ricostruzione statale calati dall’alto.
Fonte: Fonte primaria: Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale n. 53 del 27-02-1968.
L’archeologia riparativa e la restituzione della memoria
27 febbraio 2024
Descrizione dell’evento: Presso la sala conferenze di Casa Sanfilippo, prestigiosa sede istituzionale del Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, si è tenuta la cerimonia ufficiale di restituzione al comune di Sambuca di Sicilia dei preziosi reperti trafugati dalla cosiddetta “Tomba della Regina”.
L’importante corredo funerario, composto da vasi, suppellettili e monili, era stato originariamente scoperto nel 1886 da contadini nell’area archeologica di Monte Adranone.
Nel corso dei decenni successivi, i reperti erano stati oggetto di metodico saccheggio da parte di tombaroli e immessi nei circuiti illeciti del mercato antiquario internazionale.
Contesto storico: Il sito d’altura di Monte Adranone (corrispondente all’antica città di Adranon) costituisce uno snodo storico e topografico vitale per comprendere le complesse dinamiche di confine tra l’espansione dei coloni greci, le tenaci popolazioni indigene e l’influenza militare e culturale punica.
La piaga della spoliazione illecita ha depauperato l’entroterra agrigentino per l’intero corso del Novecento, sottraendo alle comunità locali la propria eredità materiale.
L’operazione di recupero culminata nel 2024 si inserisce in una più vigorosa e matura politica di diplomazia culturale e di indagine investigativa tesa al rimpatrio delle antichità.
Perché conta oggi: Questa data certifica un vitale cambiamento di paradigma etico nella gestione del patrimonio siciliano: il passaggio dall’archeologia intesa come mera tutela passiva a una logica di “archeologia riparativa”.
La restituzione fisica di un corredo dopo quasi centoquaranta anni di oblio sancisce il diritto inalienabile di una comunità locale a riappropriarsi della propria memoria materiale, affermando il principio scientifico che i reperti decontestualizzati dal loro paesaggio originario perdono irrimediabilmente gran parte del loro potenziale narrativo e storico.
Fonte: Fonte secondaria/istituzionale: Parchi Archeologici Regione Siciliana, comunicazioni ufficiali e archivi informatici.
27 febbraio 2015: commissariamento e “amministrazione straordinaria” a Palazzo dei Giganti
27 febbraio 2015.
Descrizione dell’evento: dopo la decadenza del consiglio comunale, la gestione politico-amministrativa entra in regime straordinario: la stampa locale registra che dal 27 febbraio 2015 la commissaria regionale (già nominata al Comune) assume anche funzioni e poteri del Consiglio, in un quadro di governo “commissariale”.
Contesto storico: nel lessico della storia delle istituzioni locali, il commissariamento è un indicatore di frattura: crisi politica e/o amministrativa, difficoltà di bilancio, sospensione della dialettica rappresentativa. La cronaca economica collega quel 27 febbraio alla gestione di regolamenti e tributi (es. Tari), cioè ai gangli quotidiani tra Comune e cittadini.
Perché conta oggi: perché spiega una continuità spesso occultata dalle polemiche: quando la politica si inceppa, la città continua a funzionare attraverso atti e poteri sostitutivi. In una rubrica “Accadde oggi”, il 27 febbraio 2015 è un promemoria sulla fragilità (e resilienza) dei meccanismi municipali.
– Secondaria (stampa locale): Giornale di Sicilia, articoli del 2 e 15 aprile 2015 che collocano il passaggio di poteri e la figura commissariale “dal 27 febbraio
Elio Di Bella


Sicilia, il granaio che sostenne l’Impero romano