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eccidio di licata
eccidio di licata

L’ECCIDIO DI LICATA DEL 5 LUGLIO 1960

16 Dicembre 2025 //  by Elio Di Bella

Eccidio di Licata: Acqua, Lavoro e Antifascismo nella Prima Vittima del Luglio di Tambroni

INTRODUZIONE

Il 5 luglio 1960, nelle strade di Licata, piccolo centro costiero dell’agrigentino, la polizia italiana aprì il fuoco contro una manifestazione popolare per il lavoro e l’acqua, uccidendo Vincenzo Napoli, operaio venticinquenne, e ferendo gravemente altri cinque manifestanti. L’eccidio licatese rappresenta cronologicamente il primo morto civile del cosiddetto “luglio di Tambroni”, quella sequenza di stragi poliziesche che tra il 5 e l’8 luglio 1960 seminò sangue nelle piazze italiane, da Licata a Reggio Emilia, da Roma a Palermo e Catania, provocando complessivamente undici vittime accertate e decine di feriti da arma da fuoco.

Nonostante la sua priorità cronologica e il suo significato storico, l’eccidio di Licata rimane ancora oggi un episodio relativamente marginale nella storiografia consolidata sui moti di luglio, eclissato dalla maggiore visibilità mediatica dei fatti di Genova e dalla tragica risonanza della strage di Reggio Emilia. La letteratura scientifica ha privilegiato le dinamiche nazionali della crisi del governo Tambroni e l’intreccio tra antifascismo e politica parlamentare, lasciando in secondo piano la specificità meridionale e siciliana di quegli eventi. Eppure, proprio l’analisi del caso licatese permette di illuminare un nodo cruciale: l’incontro esplosivo tra questione sociale di lunga durata, emergenza idrica strutturale e mobilitazione politica contro il tentativo di legittimazione del neofascismo.

La presente ricerca si propone di analizzare l’eccidio di Licata come punto di convergenza tra tre dimensioni strettamente intrecciate: la dimensione materiale della crisi economica e della penuria idrica che attanagliava l’agrigentino nei primi anni Sessanta; la dimensione politica nazionale, determinata dalla costituzione di un governo monocolore democristiano sostenuto dai voti del Movimento Sociale Italiano; e la dimensione sociale e generazionale, caratterizzata dall’emergere di nuove forme di mobilitazione popolare che anticiparono le grandi trasformazioni degli anni successivi. Attraverso l’analisi incrociata di fonti giornalistiche, documentazione parlamentare e studi storiografici recenti, si intende ricostruire la genealogia di un evento che fu al contempo locale e nazionale, materiale e simbolico, meridionale e italiano.

Il saggio è strutturato in quattro sezioni principali. La prima ricostruisce il contesto politico nazionale del governo Tambroni e la genesi della crisi di luglio, dalla provocazione genovese del congresso missino alla repressione poliziesca delle manifestazioni antifasciste. La seconda analizza le specificità della Sicilia occidentale e dell’agrigentino, con particolare attenzione alla crisi idrica, alla disoccupazione bracciantile e alla fragilità dell’autonomia regionale. La terza sezione ricostruisce nel dettaglio i fatti del 5 luglio a Licata, dalla mattina dello sciopero generale all’uccisione di Vincenzo Napoli, utilizzando testimonianze giornalistiche e interventi parlamentari. La quarta e ultima sezione esamina il significato storico dell’eccidio all’interno della “sequenza siciliana” del luglio 1960, analizzando le conseguenze politiche immediate e le tracce nella memoria locale e nazionale.

1. IL GOVERNO TAMBRONI E LA CRISI DI LUGLIO: IL CONTESTO NAZIONALE

1.1 La formazione del governo monocolore DC e il ruolo del MSI

Il 25 marzo 1960, dopo complesse trattative politiche seguite alle dimissioni del governo Segni, Fernando Tambroni, esponente della corrente di sinistra democristiana ed ex ministro dell’Interno, ricevette dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Tambroni, marchigiano nato nel 1901, aveva un passato complesso: iscrittosi al Partito Nazionale Fascista nel 1926 dopo l’abbandono del Partito Popolare, era entrato nella Democrazia Cristiana solo dopo la caduta del regime, ricoprendo poi importanti incarichi governativi, tra cui quello di ministro dell’Interno dal 1955 al 1959, succedendo al notoriamente repressivo Mario Scelba.

Concepito inizialmente come governo di transizione verso una maggioranza di centro-sinistra, il monocolore Tambroni si presentò alle Camere con un programma ispirato al binomio “legge e ordine” che suscitò immediate perplessità negli ambienti progressisti e antifascisti. La fiducia parlamentare fu ottenuta in modo rocambolesco grazie ai ventiquattro voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista guidato da Giorgio Almirante e Arturo Michelini, provocando un terremoto politico senza precedenti nella Prima Repubblica. Tre ministri democristiani, Giulio Pastore, Giorgio Bo e Fiorentino Sullo, si dimisero immediatamente in segno di protesta, aprendo una crisi interna alla DC che si sarebbe rivelata irreversibile.

La legittimazione del MSI come forza parlamentare di sostegno al governo rappresentava per l’antifascismo italiano una provocazione intollerabile a soli quindici anni dalla Liberazione. Il tentativo di far uscire il partito neofascista dall’isolamento politico in cui era stato confinato sin dalla nascita apparve come un tradimento dei valori costituzionali e della memoria resistenziale. Come scrisse Pietro Ingrao in un’accesa discussione parlamentare del 7 luglio, “le cose che si stanno verificando in Italia denotano un metodo indegno, che disonora il nostro paese e non può essere accettato in una nazione democratica, retta da una Costituzione che riconosce legittimo il comizio, la protesta di massa, la manifestazione di piazza, lo sciopero politico”.

1.2 La provocazione genovese e l’insurrezione antifascista

Il 14 maggio 1960, il Movimento Sociale Italiano annunciò ufficialmente che avrebbe tenuto il proprio sesto congresso nazionale dal 2 al 4 luglio a Genova, città decorata con la Medaglia d’Oro della Resistenza e liberatasi dal nazifascismo grazie all’insurrezione partigiana dell’aprile 1945. La scelta del luogo non era casuale: costituiva una sfida aperta all’antifascismo organizzato e alla memoria della Resistenza. A rendere la provocazione ancora più insopportabile erano altri due elementi: il congresso si sarebbe tenuto al Teatro Margherita, a ridosso del ponte Monumentale di via XX Settembre che ospitava il sacrario partigiano; e sarebbe stato presieduto da Carlo Emanuele Basile, ex prefetto repubblichino di Genova durante la Repubblica Sociale Italiana, responsabile della deportazione nei lager nazisti di milleseicento operai nel giugno 1944.

La reazione genovese fu immediata e massiccia. Il 28 giugno, un comizio unitario antifascista riempì Piazza della Vittoria: Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica ed ex partigiano, tenne un discorso infuocato che sarebbe entrato nella memoria collettiva della città. Indicando polemicamente alla polizia i presunti “sobillatori”, Pertini additò il sacrario dei caduti partigiani proclamando: “Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista”.

Il 30 giugno 1960, la Camera del Lavoro di Genova proclamò lo sciopero generale. Decine di migliaia di persone, in massima parte giovani operai metalmeccanici e portuali, invasero le strade del centro cittadino. I “ragazzi dalle magliette a strisce”, come li chiamò la stampa dell’epoca per le caratteristiche t-shirt bicolori in voga tra i giovani, divennero il simbolo di una nuova generazione che si scopriva antifascista pur essendo nata dopo la guerra. La manifestazione si trasformò rapidamente in una battaglia urbana: la polizia caricò ripetutamente con le camionette della Celere, ma i manifestanti resistettero nei carrugi, i caratteristici vicoli del centro storico genovese, incendiando mezzi della polizia e respingendo le cariche. Gli scontri durarono l’intera giornata, lasciando circa ottanta feriti e una macchia di vernice rossa in Piazza De Ferrari, testimonianza di una camionetta bruciata che ancora oggi fatica ad essere completamente rimossa.

L’1 luglio, di fronte all’impossibilità di controllare la situazione, la questura di Genova sospese il congresso missino, che venne spostato a Nervi. Il 2 luglio, giorno previsto per l’inizio del congresso, la Camera del Lavoro proclamò un nuovo sciopero generale e il MSI fu costretto ad annullare definitivamente l’evento. La vittoria appariva completa, ma Tambroni reagì con una linea durissima, autorizzando le forze dell’ordine a sparare “in situazioni di emergenza” contro i manifestanti. Era l’inizio di una settimana di sangue che avrebbe attraversato l’Italia da nord a sud, dalla Sicilia all’Emilia-Romagna, trasformando una protesta antifascista in una questione di sopravvivenza democratica.

1.3 L’ordine di sparare e la teoria del complotto internazionale

Tra il 2 e il 5 luglio, mentre Genova celebrava la vittoria simbolica contro il congresso missino, Tambroni intensificò la retorica repressiva presentando le manifestazioni come parte di un “piano prestabilito nei palazzi del Cremlino”, una destabilizzazione organizzata dalle sinistre con appoggi internazionali. Questa lettura ideologica della protesta, che negava la spontaneità e la legittimità del movimento antifascista, servì da giustificazione per la militarizzazione dell’ordine pubblico. Il ministro democristiano Spataro definì “facinorosi” i manifestanti in un dibattito parlamentare, mentre il ministro dell’Interno, lo stesso Tambroni, dispose il divieto di tutte le manifestazioni pubbliche e autorizzò esplicitamente l’uso delle armi contro gli assembramenti. La polizia e i carabinieri ricevettero carta bianca per reprimere con ogni mezzo qualsiasi focolaio di protesta, aprendo la strada agli eccidi che avrebbero insanguinato le città italiane nei giorni successivi.

2. LA SICILIA DEL 1960: ACQUA, MISERIA E AUTONOMIA TRADITA

2.1 La crisi idrica strutturale dell’agrigentino

Per comprendere pienamente gli eventi del 5 luglio 1960 a Licata, è necessario analizzare il contesto socio-economico della Sicilia occidentale e in particolare dell’agrigentino, dove la crisi idrica costituiva da decenni un problema cronico e drammatico. A differenza delle aree più fertili della Sicilia orientale, l’entroterra agrigentino e la fascia costiera meridionale soffrivano di una carenza d’acqua endemica che paralizzava tanto l’agricoltura quanto la vita quotidiana delle popolazioni. Le infrastrutture idriche erano praticamente inesistenti o gravemente insufficienti: gli acquedotti costruiti nell’epoca liberale e fascista erano obsoleti e colabrodo, gli invasi montani sottodimensionati e mal gestiti, i sistemi di distribuzione frammentati e inefficienti.

La questione dell’acqua non era solo un problema tecnico-infrastrutturale, ma il sintomo di una marginalizzazione storica del Mezzogiorno all’interno della politica nazionale di sviluppo. Come ha documentato la storiografia economica degli ultimi decenni, la scelta del governo centrale di privilegiare lo sviluppo industriale settentrionale a discapito dell’investimento nel Mezzogiorno agricolo aveva prodotto un divario strutturale che l’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, istituita nel 1950, non era riuscito a colmare. Nel 1960, molti comuni dell’agrigentino ricevevano acqua potabile a giorni alterni, o addirittura solo poche ore alla settimana, costringendo le famiglie a conservare l’acqua in cisterne domestiche e limitando drasticamente sia l’igiene personale sia la produttività agricola.

A Licata, centro di circa quarantamila abitanti nel 1960, la situazione era particolarmente grave. La città dipendeva da un sistema di pozzi e acquedotti che risultavano insufficienti durante i mesi estivi, proprio quando la domanda aumentava per le esigenze agricole. I braccianti stagionali, che rappresentavano la componente più numerosa della forza lavoro locale, vedevano compromessa la possibilità stessa di lavorare i campi in assenza di irrigazione adeguata. La crisi idrica si intrecciava così con la crisi occupazionale, generando un circolo vizioso di povertà e disperazione che avrebbe fatto da sfondo alle manifestazioni di luglio. Come testimoniano le cronache locali e gli studi di storia economica regionale, la “questione dell’acqua” era percepita dalla popolazione come il simbolo tangibile dell’abbandono del Sud da parte dello Stato centrale e del fallimento delle promesse autonomistiche.

2.2 Disoccupazione, braccianti e latifondo in crisi

Alla crisi idrica si sommava una drammatica situazione occupazionale che colpiva in modo particolare i ceti popolari rurali e urbani dell’agrigentino. La struttura economica della provincia era ancora largamente ancorata al latifondo estensivo cerealicolo e al declino dell’industria zolfifera, due settori in profonda crisi strutturale che offrivano occupazione solo stagionale e a condizioni salariali miserrime. I braccianti agricoli, impiegati per pochi mesi all’anno durante le campagne di raccolta, trascorrevano il resto dell’anno in una condizione di sottoccupazione o disoccupazione totale, senza alcuna tutela previdenziale o prospettiva di miglioramento.

Il declino dell’economia zolfifera, che aveva caratterizzato l’agrigentino e il nisseno per tutto l’Ottocento e il primo Novecento, aveva lasciato dietro di sé una scia di disoccupazione e disperazione. Centri come Grotte, Racalmuto, Favara e Riesi, che vivevano quasi esclusivamente dell’attività estrattiva, si trovarono improvvisamente privi di prospettive economiche con la crisi del mercato dello zolfo dopo la Prima Guerra Mondiale e la successiva concorrenza internazionale. Decine di migliaia di minatori e carusi persero il lavoro, alimentando flussi migratori verso le città costiere come Licata o verso l’estero, in particolare verso le Americhe e l’Europa settentrionale.

A questa disoccupazione strutturale si aggiungeva il fenomeno del carovita, che colpiva duramente le famiglie dei lavoratori precari. L’inflazione degli anni Cinquanta aveva eroso il potere d’acquisto dei salari, mentre i prezzi dei beni di prima necessità continuavano ad aumentare. La distanza tra i ceti proprietari, che controllavano la terra e i commerci, e le masse popolari urbane e rurali si era ulteriormente allargata, alimentando un risentimento sociale che le organizzazioni sindacali e i partiti di sinistra cercavano di canalizzare in forme di protesta organizzata. Le rivendicazioni per “pane, lavoro e acqua” che avrebbero caratterizzato le manifestazioni del luglio 1960 non erano slogan retorici, ma esprimevano bisogni elementari e urgenti di una popolazione al limite della sopravvivenza.

2.3 L’autonomia siciliana e le aspettative tradite

L’istituzione della Regione Siciliana a Statuto Speciale nel 1946, con le sue ampie competenze in materia di agricoltura, lavori pubblici e sviluppo economico, aveva generato grandi aspettative nelle popolazioni dell’isola. L’autonomia era stata concepita come strumento per colmare il divario storico tra la Sicilia e le regioni più sviluppate del Nord, consentendo un intervento pubblico massiccio sulle infrastrutture, l’agricoltura e l’occupazione. Tuttavia, a metà degli anni Cinquanta era ormai evidente che le promesse autonomistiche erano rimaste in gran parte lettera morta. La gestione della Regione era contesa tra fazioni democristiane locali, spesso intrecciate con interessi clientelari e mafiosi, mentre l’intervento straordinario dello Stato centrale attraverso la Cassa del Mezzogiorno risultava insufficiente e mal coordinato. Nel 1960, la percezione diffusa era che l’autonomia fosse stata tradita e che Roma continuasse a trattare la Sicilia come una provincia marginale, ignorandone i bisogni fondamentali.

3. IL 5 LUGLIO 1960 A LICATA: RICOSTRUZIONE DELL’ECCIDIO DI LICATA

3.1 Lo sciopero generale e il corteo

Il 5 luglio 1960, mentre l’Italia era ancora scossa dagli eventi di Genova e attendeva con ansia gli sviluppi della crisi politica, a Licata si svolse una manifestazione che sarebbe rimasta nella storia come il primo eccidio del governo Tambroni. La mattina di quel martedì di inizio luglio, sindacati e partiti di sinistra avevano proclamato uno sciopero generale con lo slogan “Licata non deve morire”, un grido di disperazione che racchiudeva tutte le rivendicazioni materiali e politiche della popolazione: acqua, lavoro, pane, e opposizione al governo reazionario sostenuto dai fascisti. La partecipazione fu massiccia: circa ventimila persone, secondo le stime sindacali riprese dalla stampa dell’epoca, ovvero metà della popolazione cittadina, scesero in piazza.

Il carattere unitario della manifestazione rappresentava un elemento politicamente significativo. Alla testa del corteo non c’erano solo i dirigenti sindacali della CGIL e i rappresentanti del Partito Comunista e del Partito Socialista, ma anche il sindaco democristiano Castelli, che aveva deciso di guidare personalmente la protesta dei suoi concittadini. Questa presenza testimoniava la trasversalità sociale e politica del malcontento: non si trattava solo di una mobilitazione della sinistra organizzata, ma di una vera e propria insurrezione popolare che attraversava le divisioni partitiche tradizionali. Braccianti, operai, piccoli commercianti, artigiani, disoccupati e persino settori del ceto medio impoverito convergevano in un’unica rivendicazione: il diritto alla vita dignitosa.

Il corteo si mosse dal centro cittadino verso la zona della stazione ferroviaria, percorrendo le vie principali di Licata in un clima inizialmente pacifico ma carico di tensione. I manifestanti cantavano canti di protesta e innalzavano cartelli con le rivendicazioni immediate: “Vogliamo l’acqua”, “Lavoro per tutti”, “Via Tambroni”. Secondo le testimonianze raccolte dai giornali locali e nazionali nei giorni successivi, la folla era composta in larga parte da giovani operai e braccianti, ma anche da donne e anziani che avevano deciso di unirsi alla protesta. La presenza femminile, in particolare, costituiva un elemento di novità rispetto alle tradizionali manifestazioni operaie, segnalando la profondità della crisi sociale che investiva non solo i lavoratori maschi, ma l’intera comunità.

3.2 Le cariche della polizia e l’uccisione di Vincenzo Napoli nell’eccidio di Licata

All’altezza della zona della stazione ferroviaria, dove i manifestanti avevano occupato i binari in segno di protesta, le forze dell’ordine intervennero con violenza inaudita. La polizia, giunta in forze da mezza Sicilia su ordine della Prefettura di Agrigento, iniziò a caricare ripetutamente i dimostranti con le camionette della Celere, cercando di disperdere la folla. La tensione crebbe rapidamente: i manifestanti risposero con lanci di pietre e tentarono di resistere alle cariche, barricandosi negli edifici circostanti e improvvisando barricate con materiali di fortuna. Nel caos degli scontri, qualcuno diede fuoco a un’auto della polizia, una Lancia Ardea, provocando la reazione furibonda degli agenti.

Fu in questo momento che le forze dell’ordine aprirono il fuoco ad altezza d’uomo, eseguendo alla lettera l’ordine di Tambroni di sparare “in situazioni di emergenza”. Secondo la ricostruzione fornita dal quotidiano “L’Ora” nei giorni successivi, “i mitra crepitarono e poi fu la tragedia“. Il bilancio fu drammatico: un morto, Vincenzo Napoli, e cinque feriti gravi. Napoli, piccolo esercente o operaio licatese secondo le diverse fonti, aveva solo venticinque anni. La versione che si consolidò nella memoria locale e nelle testimonianze raccolte dalla stampa di sinistra parlava di un gesto eroico: Napoli sarebbe stato colpito mentre cercava di difendere un bambino tenuto con le spalle al muro e picchiato dai celerini. Questa narrazione, pur difficile da verificare con precisione nelle fonti ufficiali, divenne il nucleo del mito del martire licatese, trasformando Vincenzo Napoli nel simbolo dell’eccidio.

Le modalità dell’uccisione rimasero deliberatamente vaghe nei rapporti ufficiali della polizia e della magistratura. Nessun agente fu mai formalmente incriminato per l’omicidio di Napoli, e le versioni ufficiali si limitarono a parlare genericamente di “scontri” e “tumulti” senza identificare responsabilità individuali. Questa opacità investigativa, che si sarebbe ripetuta anche nei casi di Reggio Emilia, Palermo e Catania, testimoniava la volontà politica di coprire le responsabilità della repressione poliziesca e di evitare processi che avrebbero potuto mettere in imbarazzo il governo. Come avrebbe denunciato Pietro Ingrao alla Camera due giorni dopo, “le cause dell’incidente costato la vita a Vincenzo Napoli non saranno mai chiarite, ma i giornali dell’epoca parleranno di violenza gratuita ad opera dei militari, avallati dal governo”.

3.3 Le conseguenze immediate e la reazione politica

La notizia dell’uccisione di Vincenzo Napoli raggiunse Roma nella serata del 5 luglio, suscitando immediate reazioni politiche. I parlamentari comunisti, guidati da Pietro Ingrao, chiesero con forza lo scioglimento del Movimento Sociale Italiano e denunciarono la linea repressiva del governo Tambroni. Nel dibattito alla Camera del 7 luglio, Ingrao pronunciò un discorso durissimo: “A Licata vi è stato un morto. Vi sono stati i morti perché si è sparato. Voi siete tornati oggi a percorrere l’infausta, tragica strada delle sparatorie, delle uccisioni e del sangue. Siete tornati a ripercorrere la strada degli interventi illegali nelle vertenze del lavoro”. Sottolineando che il corteo era guidato da un sindaco democristiano, Ingrao evidenziava il carattere trasversale della protesta e l’impossibilità di ridurla a una provocazione comunista, come invece sosteneva la propaganda governativa. La CGIL, alle ore 20.50 del 6 luglio, inviò un fonogramma direttamente a Tambroni chiedendo un urgente colloquio “in relazione luttuosi et gravi avvenimenti Licata ed altre località oltrecché numerosi interventi forze di polizia contro libero esercizio diritto di sciopero”. La richiesta rimase senza risposta, e il governo proseguì nella linea della militarizzazione dell’ordine pubblico.

4. LA SEQUENZA SICILIANA E IL SIGNIFICATO STORICO DELL’ECCIDIO DI LICATA

4.1 Da Licata a Palermo e Catania: la guerra di luglio in Sicilia

L’eccidio di Licata del 5 luglio aprì la strada a una sequenza di stragi poliziesche che investì l’intera Sicilia nei giorni successivi. Il 6 luglio a Roma, nonostante il divieto prefettizio, migliaia di antifascisti si radunarono a Porta San Paolo per deporre una corona d’alloro in memoria dei caduti della Resistenza. La polizia caricò violentemente, utilizzando per la prima volta i carabinieri a cavallo guidati dai fratelli D’Inzeo, campioni di equitazione. Due parlamentari di opposizione, il comunista Pietro Ingrao e il socialista Giuseppe Borghese, furono feriti e portati alla Camera ancora sanguinanti, scatenando un’ondata di indignazione nazionale. Il 7 luglio a Reggio Emilia si consumò la strage più drammatica: cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani, furono uccisi dalla polizia che sparò ad altezza d’uomo contro un corteo pacifico. I loro nomi entrarono nella memoria collettiva della Repubblica: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.

L’8 luglio, in risposta ai fatti di Reggio Emilia, la CGIL proclamò lo sciopero generale nazionale, il primo dopo il luglio 1948. In Sicilia, la giornata si trasformò in un bagno di sangue. A Palermo, il centro storico era presidiato fin dalle prime ore del mattino dalla Celere per impedire le manifestazioni. Negli scontri con la polizia rimasero uccisi quattro manifestanti: Francesco Vella, quarantaduenne sindacalista della CGIL; Giuseppe Malleo, sedicenne; Andrea Gancitano, diciottenne; e Rosa La Barbera, cinquantatreenne casalinga. Trentasei manifestanti furono feriti da proiettili, quattrocento i fermati, settantuno gli arrestati. La dinamica degli spari a Palermo fu particolarmente efferata: i poliziotti spararono ad altezza d’uomo senza preavviso, colpendo anche persone che tentavano di soccorrere i feriti.

Sempre l’8 luglio, a Catania, rimase ucciso Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di vent’anni, originario di Agira in provincia di Enna, sposato da appena quarantacinque giorni. Novembre, iscritto alla sezione catanese del PCI dedicata al martire antifascista Rosario Pitrelli, fu colpito da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia mentre partecipava a una manifestazione in Piazza Stesicoro. Secondo la testimonianza di Nicola Musumarra, allora ventenne militante comunista presente agli scontri e ferito alla gola da un proiettile, “i poliziotti fecero il tiro a segno con i giovani lavoratori”. Il bilancio finale della “sequenza siciliana” fu di sei morti e decine di feriti gravi nell’arco di soli quattro giorni, un bilancio che rendeva l’isola uno dei teatri principali della repressione tambroniana.

4.2 L’intreccio tra questione sociale e battaglia antifascista

La specificità della sequenza siciliana, e in particolare dell’eccidio di Licata, risiede nell’intreccio indissolubile tra rivendicazioni materiali immediate e battaglia politica antifascista. Mentre a Genova, Roma e Reggio Emilia la mobilitazione aveva assunto fin dall’inizio un carattere prevalentemente politico-ideologico, centrato sulla difesa della memoria resistenziale e sul rifiuto della legittimazione del MSI, in Sicilia la protesta nasceva da bisogni elementari e urgenti: l’acqua, il lavoro, il pane. Come ha evidenziato la storiografia più recente, questa duplicità non va letta come una contrapposizione o una gerarchia, ma come una sintesi dialettica in cui la dimensione materiale e quella politica si rafforzavano reciprocamente.

Per i braccianti e gli operai licatesi, il governo Tambroni rappresentava contemporaneamente due minacce: quella politica, per il suo appoggio ai fascisti, e quella sociale, per la sua incapacità o indisponibilità a rispondere alle domande elementari della popolazione meridionale. La cronica mancanza d’acqua, la disoccupazione dilagante, il carovita insopportabile non erano fenomeni naturali o inevitabili, ma il prodotto di scelte politiche precise: la marginalizzazione del Sud nelle politiche di sviluppo nazionale, il privilegio accordato agli interessi industriali settentrionali, l’abbandono dell’agricoltura meridionale al suo destino. In questo senso, la protesta contro Tambroni era anche una protesta contro l’intera politica della Democrazia Cristiana e dello Stato centrale nei confronti del Mezzogiorno.

L’antifascismo siciliano del 1960 si configurava così come un antifascismo “sociale prima ancora che ideologico”, come lo definì Vittorio Foa sulle pagine di “Rinascita” nell’agosto di quell’anno. Non si trattava solo di rifiutare il ritorno simbolico del fascismo nelle istituzioni repubblicane, ma di respingere un modello di governo autoritario e classista che usava la forza pubblica per reprimere le rivendicazioni popolari legittime. La presenza del sindaco democristiano Castelli alla testa del corteo licatese testimoniava che anche settori del cattolicesimo popolare avvertivano l’incompatibilità tra la linea Tambroni e i valori della democrazia costituzionale. L’unità antifascista che si ricompose in quei giorni non era solo un’unità tra partiti, ma un’unità popolare che attraversava le divisioni politiche tradizionali.

4.3 Le conseguenze politiche e la memoria dell’eccidio di Licata

La pressione della piazza, culminata nello sciopero generale dell’8 luglio, costrinse il governo Tambroni alle dimissioni il 19 luglio 1960. La direzione nazionale della Democrazia Cristiana, isolata e sotto attacco anche dall’interno del partito, emise un documento in cui dichiarava “esaurito il compito del governo”, aprendo la strada alla formazione di un nuovo esecutivo guidato da Amintore Fanfani. Il monocolore democristiano di Fanfani, sostenuto dall’astensione socialista e da una maggioranza quadripartita, segnò l’inizio della stagione del centro-sinistra e la fine definitiva dell’esperimento di legittimazione del MSI. La vittoria dell’antifascismo popolare, pagata con undici morti e decine di feriti, rappresentò uno spartiacque nella storia della Repubblica: si arrestò il processo di sdoganamento del neofascismo, si consolidò l'”arco costituzionale” come fondamento della democrazia italiana, e si aprì la strada a una fase di riforme sociali che, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, avrebbe segnato gli anni Sessanta.

A livello locale, la figura di Vincenzo Napoli entrò nella toponomastica, nell’iconografia militante e nelle rievocazioni civili e sindacali. Una via di Licata porta oggi il suo nome, e ogni anno il 5 luglio l’ANPI e la CGIL organizzano commemorazioni per ricordare il primo caduto della guerra di luglio. Tuttavia, come ha notato la storiografia critica degli ultimi anni, la memoria dell’eccidio di Licata rimane relativamente marginale rispetto a quella dei fatti di Reggio Emilia, celebrati dalla canzone “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei e dalla memoria pubblica nazionale. Questa asimmetria memoriale riflette la persistente marginalizzazione della storia meridionale e siciliana nella narrazione nazionale, e segnala la necessità di un recupero storiografico che restituisca centralità ai protagonisti meridionali della democrazia repubblicana. Per la storia contemporanea della Sicilia, Licata 1960 rappresenta un momento chiave in cui emergono, con forza drammatica, tre linee di lunga durata: la fragilità dello sviluppo meridionale, la centralità dei movimenti popolari nella democratizzazione effettiva, e il persistere di una gestione repressiva dell’ordine pubblico di fronte al conflitto sociale.

CONCLUSIONI

L’eccidio di Licata del 5 luglio 1960 rappresenta un caso di studio cruciale per comprendere la complessità del luglio di Tambroni e, più in generale, delle dinamiche della democratizzazione italiana nel secondo dopoguerra. La ricostruzione dei fatti licatesi ha permesso di evidenziare come la crisi politica nazionale, scatenata dal tentativo di legittimazione del neofascismo, si sia innestata su tensioni sociali ed economiche di lunga durata, particolarmente acute nel Mezzogiorno. La cronica mancanza d’acqua, la disoccupazione bracciantile, il carovita non erano questioni separate dalla battaglia antifascista, ma ne costituivano il substrato materiale e la giustificazione popolare.

L’analisi dell’eccidio licatese ha inoltre messo in luce il ruolo della repressione poliziesca come strumento politico del governo Tambroni. L’autorizzazione esplicita a sparare sui manifestanti, l’opacità investigativa sulle responsabilità individuali, la retorica del complotto internazionale per delegittimare la protesta costituivano elementi di una strategia repressiva che mirava a normalizzare l’uso della forza pubblica contro le rivendicazioni popolari. La resistenza delle piazze italiane, da Genova a Licata, da Roma a Reggio Emilia e Palermo, impedì la realizzazione di questo progetto autoritario e riaffermò il primato dell’antifascismo come valore costituzionale fondante della Repubblica.

La vicenda del luglio 1960 solleva interrogativi ancora attuali sulla fragilità della democrazia italiana e sulla persistenza di tentazioni autoritarie nelle classi dirigenti. La facilità con cui un governo democristiano ha potuto allearsi con i neofascisti, la prontezza con cui lo Stato ha risposto con la violenza armata alle proteste legittime, la copertura delle responsabilità poliziesche indicano nodi irrisolti del processo di democratizzazione italiana. Allo stesso tempo, la vittoria dell’antifascismo popolare dimostra la capacità della società civile italiana di difendere i valori costituzionali anche contro le istituzioni quando queste tradiscono il patto democratico.

Ulteriori ricerche sono necessarie per approfondire alcuni aspetti ancora poco esplorati dalla storiografia: il ruolo specifico delle donne nelle manifestazioni siciliane, le dinamiche interne alla Democrazia Cristiana locale che portarono alcuni sindaci democristiani come Castelli a guidare le proteste, l’intreccio tra questione idrica e politiche di sviluppo regionale, le conseguenze di lungo periodo dell’eccidio sulla politica locale licatese. Solo attraverso un lavoro storiografico capillare, attento alle specificità locali e regionali, sarà possibile restituire complessità e profondità a eventi che hanno segnato la storia della Repubblica italiana e che meritano di essere sottratti all’oblio o alla celebrazione rituale.

BIBLIOGRAFIA

Fonti primarie e documenti

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“L’Unità”, edizioni del 6-12 luglio 1960, Roma.

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Studi storici e saggistica

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Gandolfi, Francesco. A Genova non si passa. Milano: Avanti!, 1960.

Lupo, Salvatore. Storia della Sicilia dal Settecento ad oggi. Roma-Bari: Laterza, 2018.

Marino, Giuseppe Carlo. Partiti e lotta di classe in Sicilia. Da Orlando a Mussolini. Bari: De Donato, 1976.

Musumarra, Nicola. 1960 fermammo Tambroni. Catania: Prova d’Autore, 2010.

Navone, Riccardo. 30 Giugno. La Resistenza continua. Genova: De Ferrari, 2010.

Parodi, Anton Gaetano. Le giornate di Genova. Roma: Editori Riuniti, 1960.

Romagnoli, Luciano. “Che cosa era in discussione.” Rinascita, luglio 1960.

Fonti web e archivi digitali

ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). “1960, quel luglio di rivolta e sangue.” Patria Indipendente, 8 luglio 2025. https://www.patriaindipendente.it/

Archivio Luce. I fatti del luglio 1960. Fare gli italiani. http://faregliitaliani.archivioluce.com/

Collettiva.it. “I morti di Licata, morti per mano dei fascisti.” 12 ottobre 2023. https://www.collettiva.it/

Wikipedia. “Fatti di Genova del 30 giugno 1960.” Aggiornato al 14 novembre 2025.

GLOSSARIO DEI TERMINI TECNICI

Antifascismo: Movimento politico, culturale e sociale opposto al fascismo, fondato sulla difesa dei valori democratici, costituzionali e della memoria della Resistenza. Nel contesto italiano del secondo dopoguerra, l’antifascismo costituisce il principio fondante della Repubblica, sancito dalla Costituzione del 1948. Durante i moti del luglio 1960, l’antifascismo si manifesta come unità popolare trasversale che attraversa le divisioni partitiche tradizionali.

Arco costituzionale: Espressione che indica l’insieme dei partiti politici che accettano e si riconoscono nei principi fondamentali della Costituzione repubblicana, escludendo le forze neofasciste e quelle che si pongono al di fuori del quadro democratico-costituzionale. Il concetto si consolida proprio dopo la crisi del luglio 1960, quando la maggioranza parlamentare si ricompatta nell’esclusione del Movimento Sociale Italiano dalle alleanze di governo.

Braccianti: Lavoratori agricoli stagionali privi di terra propria, impiegati nelle grandi aziende agricole o nei latifondi per periodi limitati dell’anno, in particolare durante le campagne di raccolta. Nel Mezzogiorno degli anni Cinquanta e Sessanta, i braccianti rappresentavano la componente più numerosa e precaria della forza lavoro rurale, privi di tutele previdenziali e sottoposti a condizioni salariali miserevoli.

Carovita: Aumento generalizzato dei prezzi dei beni di prima necessità, in particolare alimentari, che colpisce duramente le fasce popolari con redditi fissi o precari. Nel periodo analizzato, il carovita costituiva una delle principali rivendicazioni delle manifestazioni operaie e contadine, insieme alla richiesta di occupazione stabile e salari adeguati.

Cassa del Mezzogiorno: Ente statale istituito nel 1950 con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo economico del Meridione attraverso investimenti pubblici straordinari in infrastrutture, agricoltura e industria. Nonostante le ingenti risorse stanziate, la Cassa non riuscì a colmare il divario tra Nord e Sud Italia, sia per problemi di gestione sia per le scelte politiche che privilegiarono gli investimenti industriali settentrionali.

Celere: Reparto mobile della Polizia di Stato specializzato nell’ordine pubblico e nella gestione delle manifestazioni. Durante il governo Tambroni, la Celere fu impiegata massicciamente nella repressione delle proteste antifasciste, acquisendo una fama sinistra per l’uso sistematico della violenza e delle armi da fuoco contro i manifestanti.

Centro-sinistra: Formula politica inaugurata nel 1962-1963 con l’ingresso del Partito Socialista nell’area di governo, insieme alla Democrazia Cristiana e ai partiti laici (Partito Repubblicano, Partito Socialdemocratico, Partito Liberale). Il centro-sinistra rappresentò il tentativo di attuare riforme sociali ed economiche moderate mantenendo l’esclusione del Partito Comunista dal governo. La crisi del luglio 1960 accelerò questo processo, dimostrando l’impossibilità di governi sostenuti dalla destra neofascista.

Latifondo: Vasta proprietà terriera caratterizzata dalla coltivazione estensiva, soprattutto cerealicola, e dall’impiego di manodopera bracciantile stagionale. Il latifondo siciliano, ereditato dall’età feudale e consolidatosi nell’Ottocento, costituiva una delle principali cause di arretratezza economica e sociale dell’isola. La riforma agraria del secondo dopoguerra intaccò solo marginalmente il sistema latifondistico, che nel 1960 continuava a dominare ampie zone dell’agrigentino.

Movimento Sociale Italiano (MSI): Partito politico neofascista fondato nel 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana e del regime fascista. Guidato da Giorgio Almirante e Arturo Michelini, il MSI rivendicava esplicitamente l’eredità del fascismo mussoliniano e si opponeva ai valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana. L’appoggio parlamentare al governo Tambroni rappresentò il primo e ultimo tentativo di legittimazione del partito neofascista nella Prima Repubblica.

Monocolore: Formula di governo composta dai soli membri di un partito, senza la partecipazione diretta di altre forze politiche. Il governo Tambroni era un monocolore democristiano, anche se sostenuto in Parlamento dai voti del MSI e dei monarchici. Questa formula si rivelò politicamente insostenibile per il carattere trasversale dell’opposizione antifascista.

Questione meridionale: Espressione coniata nell’ultimo quarto dell’Ottocento per indicare il complesso di problemi economici, sociali, politici e culturali che caratterizzavano il Mezzogiorno d’Italia: arretratezza produttiva, latifondismo, emigrazione, analfabetismo, criminalità organizzata, scarsa presenza dello Stato. Nel 1960, nonostante l’intervento straordinario del secondo dopoguerra, la questione meridionale rimaneva irrisolta e si intrecciava drammaticamente con la crisi politica nazionale.

ELIO DI BELLA

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia ComuniTag: eccidio, licata, rivolta, tambroni

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