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san calogero e la sua città

Storie, leggende, feste e folklore di tutti i San Calogero d’Italia

26 Gennaio 2025 //  by Elio Di Bella

Non solo ad Agrigento, ma in molte altre città della Sicilia e d’italia esiste da molti secoli il culto dell’eremita San Calogero e si celebra la sua festa

CALOGERO di Agrigento, eremita, santo:
v. Calogero, eremita in Sicilia, s.

CALOGERO di Brescia, santo, martire. Secondo gli Atti dei ss. Faustino e Giovita, C. era un bresciano che, convertito al cristianesimo dalla costanza dei due martiri, fu poi martirizzato ad Albenga sotto Adriano (117-138). Il martire, la cui festa ricorre il 18 apr., ebbe culto limitato alle dio-cesi di Milano, Brescia, Asti, Ivrea e Tortona. Le sue reliquie, verso la meta dei sec. IX, sarebbero
state trasferite nel monastero di S. Pietro al Monte,
a Civate (Como).

Il Savio e il Delehaye identificano il Calogero di Albenga o con il martire romano, compagno di Partenio, celebrato appunto il 18 apr., oppure con il quinto vescovo di Ravenna, mentre il Lanzoni
pensa che si tratti di un martire locale, ignorato, pero, da tutti i più antichi martirologi.

Bibl.: Acta SS. Aprilis, II, Venezia 1758, pp. 523-28; M. Magistretti, S. Pietro al Monte di Civate – Il corpo di S. Calogero, in Archivio storico Lombardo, XXIII (1896), pp. 231-44; F. Savio, La legende des SS. Faustin et Jovite, in Anal. Boli, XV (1896), pp. 30-33, 384-99;
BHL, I, p. 229, nn. 1528-31; S. Calogero e i monasteri di Albenga e di Civate» in Rivista storica Benedettina, IX (1914), pp. 44-59, 103-108; Lanzoni, pp. B41-42; Martyr. Hieron pp. 196-97; Martyr. Rom., pp. 143-44; R. Van Doren, in DHGE, XI, coi, 455; Baudot-Chaussin, IV, p. 436.

Antonio Rimoldi

CALOGERO di NARO-CALOGERO, eremita in SICILIA

s. CALOGERO, vescovo di Ravenna, santo. II Martirologio Romano celebra all’11 febb. la memoria di Calogero, quinto vescovo di Ravenna, la cui Vita (BHL, I, p. 230, n. 1533) fu redatta al tempo dell’arcivescovo Filippo Fontana (1250-70). Secondo la redazione attuale della passio S. Apollinaris (BHL, I, p. 101, n. 623) Calogero fu ordinato sacerdote dallo stesso protovescovo, ma il Liber Pontificali di Agnello ravennate non conosce ancora questo particolare e si accontenta di fornire una biografia generica, ricalcata su motivi suggeriti dall’etimologia del nome.

Sepolto nell’area sepolcrale adiacente all’antica basilica classense detta di S. Probo, il corpo di Calogero fu traslato dall’ arcivescovo Massimiano (546-56) nell’interno della basilica stessa e posto sotto l’altare maggiore: in quell’ occasione l’immagine del santo fu rappresentata nei mosaici della facciata della basilica. Nel 953 l’arcivescovo Pietro IV ne riesumo le reliquie e le trasporto nell’Anastasi urbana o Basilica Ursiana.

Anche a Calogero fu estesa la leggenda dell’elezione miracolosa attraverso la discesa di una colomba, originariamente propria del solo s. Severo (v.). La data abituale del’ll febb, già riferita dal Liber Pontificalis di Agnello come notizia incerta, verisimilmente dipende da un’errata interpretazione della nota dei Geronimiano «III id. febr. Romae Calogeri et Parthenii martyrum »; Bibl.: A. Testi-Rasponi, Codex Pontificalis Ecclesiae Ravennatis (in RIS, II, III), Bologna 1924, p. 34; Baudot-Chaussin, II, p. 244; Martyr. Rom., p. 58; G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi vescovi di Ravenna, Faenza 1941, pp. 97-110.

Giovanni Lucchesi

CALOGERO di Sciacca, eremita, santo: v.
Calogero, eremita in Sicilia, s.

CALOGERO, eremita in Sicilia, santo. Inserito nel Martirologio Romano, al 18 giug., per ordine di papa Clemente VIII (1592-1605), C. e uno dei santi più venerati della Sicilia occidentale.
Purtroppo le notizie sulla sua vita sono molto oscure e confuse, tanto che si è perfino dubitato se esse siano da riferirsi a uno solo o a più santi omonimi.

Calogero, infatti è nome generico che etimologicamente significa « bel vecchio » e serviva a designare coloro che vivevano da eremiti.
Il centro principale e più importante dei culto tributato a Calogero è il monte Gemmariaro (anticamente detto « Cronio ») presso Sciacca, dove già nel sec. XVI esisteva un celebre santuario al quale, nel giorno della festa (18 giug.), accorrevano molti fedeli attratti dalla fama miracolosa delle sorgenti termali ivi esistenti. Ma il santo era venerato anche nel monastero di Fragalà (diocesi di Messina), a Termini Imerese, a Naro, a Salerni, a Lentini, a Palermo, ad Agrigento, a Licata, ad Aragona e a Canicattì, Dalia tradizioni locali di queste citta, concordi tutte nel presentare il santo come un eremita vissuto in una spelonca e dotato di poteri taumaturgici contro i demoni, sembra potersi concludere che si tratti di un solo personaggio.

Ciò è anche confermato dalie notizie biografiche, tramandate unicamente da due testi liturgici che, pur divergendo in alcuni particolari, certo per le poco sicure tradizioni locali sulle quali si fondano, nel1’insieme concordano. Il più antico testo e una serie di odi da cantarsi per la festa de santo, composte da un certo Sergio, monaco di Fragalà nel sec. IX, dalie quali si ricava che C. venne da Cartagine in Sicilia, dove visse e mori in una spelonca nei pressi di Lilibeo.

L’altro testo è costituito dalle lezioni dell’Ufficio stampato nel 1610 e usato in tutta la Sicilia: in esse si dice che Calogero, nato a Costantinopoli, fin da bambino digiunava, pregava e studiava la S. Scrittura. Venuto a Roma per venerare il papa, ottenne da questo il permesso di vivere in solitudine; in seguito a una visione angelica torno poi dal pontefice per chiedergli di recarsi, insieme con i compagni Filippo, Onofrio e Archileone, nella Sicilia invasa da demoni.

Mentre però Filippo si recava subito ad Agira e Onofrio con Archileone a Paterno, Calogero rimase, per un certo tempo, nell’isola di Lipari, donde si allontano in seguito ad un’altra visione per recarsi sui monte Gemmariaro. Ivi converti molti con la sua predicazione, opero miracoli, e, dopo essere vissuto per trentacinque anni in una spelonca, morì.


Evidentemente, questi due testi non sono tali da renderci pienamente edotti sulla vera personalità di Calogero, la cui determinazione rimane tuttora un problema agiografico forse insolubile: si può concludere solo, con una certa attendibilità e verisimiglianza, che in Sicilia era venerato un santo eremita di cui non si sa nulla di sicuro.

Bibl.: Caetani, Vit. SS.,Sicul., I, pp. 123-31; G. Colorabo, Vita dei glorioso padre santo C. anacoreta, Napoli 1669; Acta SS. lunii, III, Venezia 1743, pp. 589- 601; B. Cusmano, Notizie storiche sulla vita e sui santuario di san C. colla descrizione dei monte Cronio, Siena
1892; Lanzoni, p. 1095; B. Lucia, S. C. eremita di Sciacca, [s.I.] 1935; Martyr. Rom p. 244; R. Van Doren, in DPTGE. XT. col. 451-

Agostino Amore

Folklore.

Secondo la leggenda di Calogero, come si racconta a Naro, un cacciatore, inseguendo una cerva ferita, capito in una grotta do ve viveva un vecchio dal volto «nero come la pece» che dichiarò di essere fratello di s. Diego di Canicatti e di s. Gerlando di Girgenti. Seguendo il desiderio dell’eremita, il cacciatore narro la sua avventura solo dopo alcuni anni e i naresi, quando si recarono in pellegrinaggio alia grotta, trovarono ormai le ossa del santo.

Invece, secondo una credenza agrigentina, i Calogeri sarebbero stati quattro e assunti, dopo una santa vita eremitica, a patroni di Agrigento, Sciacca, Licata e Naro. I fedeli di queste e altre località vantano a vicenda la superiorità e il disinteresse dei proprio patrono sugli altri: « San Caloiro di Girgenti / miracoli un ni fa nienti; / San Caloiru di Canicatti / miraculi nni fa tri; / San Caloiru di Naru/miracoli nni fa un migliaru. – San Caloiru di Girgenti / li grazii li fa pri nenti; / San Caloiru di Naru, / li fa sempri pri dinaru! /

La festa liturgica di Calogero è preceduta e seguita da appassionate manifestazioni della religiosita popolare. Fra i luoghi do ve le celebrazioni sono condotte con solennità particolare (Naro, Sciacca, Aragona, S.mo Salvatore di Fitalia) merita di essere ricordata per prima Agrigento.

Qui si offrono al santo sacchi di frumento e oggetti di cera in forma di membra umane, mentre alcuni devoti praticano per tutto il tempo della festa il dijunu addumannatu (digiuno sacro per il quale si mangia solo ciò che si è ottenuto in elemosina).

La festa, annunziata dalla « tammurinata di San Calo » e dalla « diana » (furiosa gara di tamburini che percuotono gli strumenti coi gomiti e con la testa) consiste nella processione di un pesante carro votivo che reca la statua di Calogero.

Tale simulacro con la testa di ferro e la faccia di rame, vestito di una tunica bianca e di un mantello nero, viene recato in processione dalla citta al santuario (il cosiddetto viaggio). Il massimo dell’esaltazione religiosa si raggiungeva quando i fedeli correvano ad asciugare il volto del santo dal «sudore» e con la pioggia di pane lanciato sulla statua da chi aveva ottenuto grazie.

In Aragona, invece, durante la Messa, nel giorno della festa del santo si benedicono pani per i fedeli e orzo e fave per le loro bestie, che saranno conservati e usati contro le malattie.

A S.mo Salvatore di Fitalia, come in altri paesi, qualche devoto partiva dalla porta della chiesa e arrivava all’altare dei santo con la «lingua a strascinuni».

CALOGERO di Termini Imerese, eremita, santo

La figura di Calogero, infine, fu collegata, già in antico, al culto delle pietre.
Nella montagna di Termini Imerese dall’impronta del suo ginocchio sarebbe scaturita una fonte e a Vicari, sempre secondo la tradizione locale, lascio l’impronta della sua mano nella selce. Nella montagna di Termini, intitolata a Calogero, la leggenda colloca anche un misterioso tesoro di cui diverrebbe padrone chi uccidesse tre bambini e ne bevesse il sangue.

Bibl.: G. Pitre, Feste Patronali, vol. XXI della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Torino-Palermo 1900, pp. 365-87; id., Studi di leggende (vol. XXII della cit. Biblioteca), ibid. 1904, pp. 347-48, 351; S. Raccuglia, Leggende plutoniche in Sicilia, in Arch. per lo studio delle Trad. Pop., XXIII (1906), pp. 340-41; S. La Sorsa, S. Calogero nel folklore e nella leggenda, in Lares,
III (1932), fasc. 3-4, pp. 61-73; C. di Mino, Miti, leggende., usanze, proverbi e canti della marina di Sicilia, in Etnografia e folklore del mare (pubbl. dell’E.A. Mostra di oltremare e dei Lavoro Italiano nel Mondo), Napoli 1957, pp. 242-47.

Maria Vittoria Brandi

CALOGERO e PARTENIO, santi, martiri a Roma.

La Depositio Martyrum ricorda, al 19 magg. e con la data consolare dei 304, C. e P. come sepolti nel cimitero di Callisto. Secondo l’itinerario De locis, i due martiri erano posti in sepolcri singoli nella regione detta «di Eusebio» che può essere datata, con una certa sicurezza, al tempo di papa Marcellino (296-304). Di C. e P. non si sa nulla di preciso: infatti, sono leggendari la passio attuale e il latercolo dei Martirologio Geronimiano, che dipende senza dubbio da una passio perduta.

Secondo il Geronimiano , infatti, i due erano eunuchi e appartenevano alia famiglia dell’imperatore Decio; secondo la passio attuale, invece, C. e P., fratelli e di origine armena, erano eunuchi di un certo Emiliano che, morendo, affidò loro la figlia Anatolia Callista. Con tutta probabilità, l’origine orientale e lo stato sociale dei due santi furono suggeriti dai loro nomi, che fanno pensare a nomi di schiavi o di liberti.

Arrestati durante la persecuzione di Decio, C. e P. furono consegnati a Libanio, prefetto della citta, che li fece morire tra aspri tormenti nel 250.
Questa data e in aperto contrasto con quella indicata nella Depositio Martyrum e, ad accrescere la confusione, si aggiunge la commemorazione dei due martiri fatta dal Geronimiano al’ll febb., giorno apparentemente confermato da un graffito scoperto nel cimitero di Callisto.

Per conciliare le due indicazioni cronologiche, il De Rossi, che teneva in gran conto la passio, avanzò l’ipotesi che il martirio fosse realmente avvenuto nel 250 e che nel 304 si sia avuta solo una traslazione. All’accettazione di questa ipotesi, gia inficiata a priori dallo scarso valore storico dellapassio, si oppongono serie difficolta. Infatti, la regione nella quale erano i sepolcri dei martiri appartiene certamente all’inizio dei sec. IV e, inoltre, una traslazione nel 304, mentre era in pieno svolgimento la persecuzione di Diocleziano, oltre che impossibile e inutile, sarebbe stata anche estremamente pericolosa, dal momento che i cimiteri erano sorvegliati dalla polizia. Infine, la natura della Depositio Martyrum e il tempo in cui essa fu redatta (336) propendono a fare accettare come più probabile il 304 come data del martirio di Calogero e Partenio.

Resta, però, difficile spiegare la commemorazione dell’ll febb., attestata dal Geronimiano e dal graffito, poiche lapassio attuale, quella perduta e la Depositio Martyrum riportano chiaramente al 19 magg. il dies natalis dei due martiri. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’autore del graffito abbia voluto ricordare non il dies natalis di C. e P., ma solo il giorno della sua visita al cimitero di Callisto: quella data, notata poi dai pellegrini, fu ritenuta quella dei dies natalis e come tale entro nei codd, del Geronimiano. Si potrebbe anche pensare che la commemorazione dell’11 febb. ricordi il giorno in cui i corpi dei martiri furono trasportati in una basilica romana.

Bibl.: Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 300-303; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 210-19; H. Delehaye, Trois dates du calendrier romaine, in Anal. Boli., XLVI (1928), pp. 50-55; Martyr. Hieron., pp. 88, 261-62; Martyr. Rom.,
p. 197; Valentini-Zucchetti, II, pp. 18-19, 110; J. Gouillard, in DHGE, XI, coli. 455-56; B. de Gaiffier, Palatins et eunuques dans quelques documents hagiographiques, in Anal. Boli., LXXV (1957), pp. 30-31, 41-42, 44.

Agostino Amore

Fonte Bibliotheca Sanctorum, Roma, III, 1963

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Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: agrigento, canicattì, naro, san calogero, sciacca

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