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tempio dei dioscuri

Valle dei Templi di Agrigento: con gli scavi del 1835-36 si innalzano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce

7 Aprile 2019 //  by Elio Di Bella

Nuovi tempi ed altre antichità d’Agrigento.

Se questa Commissione di antichità dovette negli anni scorsi a buon diritto rallegrarsi pel felice risultamento degli scavi eseguiti in Selinunte e in Segesta (1), non lo dovrà ora meno per la prospera riuscita delle scoverte ultimamente fatte nei famosi ruderi di Agrigento: poichè quantunque bastar dovessero a testimoniare l’antica grandezza di questa città, tuttodi frequentata dai viaggiatori, tanti tempi, o interi o in parte superstiti; pure persuasa questa Commissione, che avessevi ancora da Girgenti molto a sperare per lo progresso delle arti e dell’archeologia, intese ad altri scavamenti e ne commise la direzione ai due architetti Domenico e Saverio Cavallari, ed allo scultore Valerio Villareale, membro della stessa Commissione.

Non erano certo a sprezzarsi i primi risultamenti ottenuti dagli scavi ne’ tempi di Vulcano e di Giove Polieo, dal primo de’ quali avuto aveasi un’architrave e pezzi di cornice dentellata dell’interno del tempio; e dal secondo la trabeazione, senza però la cimasa, e porzione della pianta: ma sono da tenersi ancora in assai maggior pregio le cose scoperte ne’ tempi volgarmente denominati di Ercole, e di

Castore e Polluce; e avranno a nostro avviso di che restar paghi non poco gli archeologi e buon grado sapercene.

Primamente si riconosco già in quello di Ercole tutta la pianta, nella quale la cella mostra di essere stata riformata da Romani, e per la diversità della costruzione, e per la ripartizione in trè cellette dell’opistodomo. Ed ugualmente si sono trovate le parti tutte, che apprestano gli elementi onde ristorarne l’alzato.

Sono già sottoposte alle osservazioni di chi si voglia colonne, capitelli e trabeazione interna. Quest’ultima, in tutto colorita, non solo fa manifesta testimonianza dell’architettura policroma degli antichi, ma ci offre nuove e gentilissime maniere di dipintura, e conforme quanto erasi da me accennato nella descrizione de tempi selinuntini, cioè che gli ornamenti leggiermente incavati nella pietra, i quali vedevansi nelle cornici, disegnavan la traccia del colori che dovean ricoprirli. La forma delle antifisse ivi rinvenute ornate in ambi i lati, offrono vasto campo a molte discussioni intorno al sito, che occupar doveano; e finalmente la interna cornice della cella indica come il tempio fosse nel mezzo scoperto. Da una delle sopraccennate cellette è venuta fuori una statua di marmo di maniera romana; è manca però di testa, di parte delle braccia e de’ piedi.

Mentre ci aspettavamo di veder comparire le parti del tempio di Castore e Polluce, di cui un infranto capitello per lo addietro e pochi rocchj di colonne erano stati lungo tempo materia unica di curiosità ai dotti, vedemmo invece più edifizi manifestarsi, ed un tempio tra questi. La intera pianta e la trabeazione, in parte colorita, di questo tempio sono già sotto gli occhi. Fu tanta la novità e la importanza della cosa, che questa Commissione ne volle segnalare il rinvenimento, facendone rialzare tre colonne e sopra imporre la sua trabeazione. Allato di questo tempio una immensità di rocchj di colonne entro i limiti di un esteso edificio, il cui basamento fa la stessa roccia, han dato argomento a sospettare una stoa o un mercato: ma disavventuratamente non si riconosce affatto il sito delle colonne. La esecuzione di questi scavi, e il ritrovamento di tante cose sì preziose per l’arte, han ritardato la luce al terzo volume della mia opera, che si versa sulle antichità di Agrigento. Ma questo ritardo verrà compensato ampia mente, mi credo, dall’importanza de’ monumenti, che già da me  raccolti ed illustrati, verranno tra non guari alla luce.

SERRADIFALCO,

(1) Bull. 183o, p. 261: 1831, p. 177 e 2 15: 1832, p. 161: 1833, p. 169.

BULLETTINO DELL’ INSTITUTO DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA PER L’ANNO 1836.

ROMA

altro testo

  1. Intorno gli scavi eseguiti in Sicilia

nell’inverno del 1835-1836.

Spinto dal nobile zelo di rendere vieppiù chiara l’antica gloria della patria come di giovare la scienza, ed incoraggito dal felice successo degli scavi fatti, alcuni anni sono, nelle rovine dell’antica Selinunte, il Governo delle due Sicili , n’ha fatto eseguire di simili durante il corso dell’inverno passato in due località della stessa Sicilia , dove con ogni fondamento si potevano sperare risultati importanti , cioè a Girgenti e Siracusa.

Nè fu vana quella speranza, benchè le scoperte ivi fatte sieno di minor rilievo delle selinuntine, importantissime senza dubbio per la storia delle belle arti. I lavori impresi erano già assai avanzati, benchè non interamente terminati nè nell’uno, né nell’altro luogo, quando io vi passai nel mese di aprile: così che si

potrà dare una notizia, se non completa, almeno generale dei risultati ottenuti, i quali non tarderanno di essere esposti al pubblico in modo più speciale dai dotti Siciliani stessi (1).

E per incominciare dai lavori impresi a Girgenti, diversi sono i luoghi dove, in quella città ricchissima di antichi monumenti, scavi più o meno estesi furono fatti in quest’occasione cioè ai tempj così detti (1)

Il terzo volume della grande opera del duca di Serradifalco che tratta dell’antica Girgenti , e che conterrà la descrizione anche dei monumenti nuovamente scoperti , già in gran parte è stampato, di Proserpina , ossia di Cerere (s. Biagio) , di Vulcano , di Ercole , di Castore e Polluce : ma le cose trovate nei tre primi luoghi non parendomi di gran rilievo , non ne farò più lunghe parole , menzionando soltanto , che nel tempio di Cerere si sono trovati certi pezzi del cornicione di bel lavoro e benissimo conservati. D’un importanza assai più grande sono le scoperte fatte nelle altre due località, principalmente nel tempio di Ercole. È questo il terzo nella gran serie dei tempj girgentini, cominciando dal tempio così detto di Giunone Lucina, e non presentava finora che un mucchio informe di pezzi di fabbrica confusi colla terra accumulata ivi da tanti secoli; così che non si poteva formare nessuna idea giusta di quel che fosse un giorno. Tolta ora la terra e sgombrati i diversi pezzi di fabbrica, che stavano prima sottosopra, si è messa a scoperto la parte inferiore del tempio più solida e perciò meno danneggiata, cioè la base del delubro ed una buona parte del muro della cella. Fu distrutto questo tempio, come tanti altri, da qualche scossa di tremuoto, che venendo da tramontana abbatté le colonne e le mura nella direzione opposta, nella quale si vedono ancora oggi regolarmente messe per terra le colonne del lato meridionale ed il muro settentrionale della cella. È peraltro tanto conservato il tempio che si può riconoscerne con certezza la pianta, ignota affatto prima d’ora, anzi ricomponendo sulla carta i pezzi diversi della fabbrica antica, in gran parte tuttora esistenti, può trarsene eziandio la forma sua intera. Eccone le proporzioni e le misure le più generali. È un tempio esastilo perittero ( άulos repínteços ) , di ordine dorico , simile a quelli circonvicini della Concordia e di Giunone Lucina , ma di proporzioni peraltro differenti , avendo quindici colonne ai lati e sei di fronte ( contate due volte le colonne dei canti ) , onde ne viene una forma piuttosto lunga e stretta. Ha la base solita dei tempj greci, costruita diligentemente di grosse pietre quadrate; una scala di otto gradini larghi e di bella proporzione conduce dalla parte di levante, dove si trova, come ordinariamente nei tempj greci, l’ingresso, al piano del portico, che andava intorno della cella; dalle altre tre parti non sono che tre gradini più stretti e più alti di quelli, e diputati

non già a servire di scala ma a rendere più ricca e più bella la base dell’edificio. La superficie di questa base, ossia il piano del portico ha 68 metri di lunghezza, m. 25,10 di larghezza. La cella ha un pronao, d’onde vi si entra per una porta larga e per mezzo di alcuni scalini (il numero dei quali non si riconosce più), perchè ha il suolo m. 0,70 più alto di quel del pronao; il che, sebbene non ordinario, non è pur senza esempio. L’opistodomo poi, separato affatto dalla cella per un muro, è quasi uguale al pronao ed allo stesso piano. In tutte siffatte cose dunque non esce questo tempio dal sistema osservato ordinariamente dai Greci nei tempj di quel genere. Straordinario all’opposto, e a quanto io sappia senza esempio, è lo scompartimento della cella, nel fondo della quale si trovano appoggiate al muro di ponente, opposto all’ingresso, trè piccole camere, ciascuna con la sua porta propria.

Quella del mezzo, la di cui porta si rincontra direttamente con quella della cella, è distinta dalle altre due fra loro uguali e per l’alzamento del suolo sopra quel della cella, e per la sua forma; chè dalla parte

d’avanti gli è aggiunto un piccolo pronao, così che fa un tempietto da sè. Al fondo di questa piccola cella si trova una base piuttosto piccola, sopra la quale stava senza dubbio la statua di qualche divinità. Le altre

due camere, semplicissime peraltro, sono prive anche di simili basi.

La costruzione delle loro mura è somigliantissima a quella del muro della gran cella, così che non si possono credere di origine più recente di tutto il resto. La pietra della quale è costruito questo tempio è la stessa pietra calcarea morbida che forma la base del terreno di Girgenti e della quale tutti i tempj girgentini sono costruiti. La quale pietra essendo assai porosa, la superficie di questo tempio siccome degli altri fu coperta di stucco, come si riconosce chiaramente da molti resti attaccati quà e là al muro, principalmente nelle piccole camere descritte.

È uno stucco piuttosto grossolano, e molto inferiore a quello dei tempj selinuntini. Anche di colori esistono vestigie, benchè non molte: io osservai del color rosso negli intervalli fra i mutuli, del turchino ai

mutuli stessi, i quali colori si vedono adoperati nella stessa maniera sui preziosi avanzi del piccolo tempio di Selinunte, che si conservano in Palermo. Quanto alle opere di scultura rinvenute in questo scavo, il primo luogo tiene una statua virile, priva della testa però e di ambedue le braccia, che si trovò nell’una delle due piccole camere laterali sopra menzionate. Non ne vidi che un disegno, perchè già era spedita a Palermo, quando arrivai a Girgenti. A quanto si poteva giudicare secondo quel disegno mi pareva essere un Esculapio, al carattere del quale conviene assai e nelle forme dell’ignudo e nei modi del manto. Ma nori oserei decidermi, se sia stata questa la statua proprio diputata al culto di quel tempio, non avendola veduta in originale, nè conoscendone la grandezza. Tutti gli altri frammenti trovati fuor di questo non mi parevano di gran rilievo: d’uno stile franco ed ardito però è una testa di leone appartenente già al cornicione del tetto. Sfortunatamente non si

è trovato nessun vestigio d’iscrizione, delle quali e i tempj siciliani, e generalmente tutta la Sicilia sono straordinariamente poveri in paragone della Grecia.

Di risultati ugualmente importanti benchè non ugualmente chiari e soddisfacenti furono gli scavi al tempio così detto di Castore e Polluce. Chè dimostrano chiarissimamente le cose scoperte, non mai fosse tempio l’edificio al quale appartengono gli avanzi copiosi sparsi in quel luogo, perchè le fondamenta trovate sono troppo strette e d’una

forma affatto disconvenevole a qualunque specie di tempio. Ma non

così chiaro, anzi oscurissimo è, che edificio ed a che uso diputato già fosse, e mi astengo da ogni conghiettura, come anche da una descrizione più minuta della forma assai particolare di quell’edificio, perchè poco

gioverebbe senza pianta, la quale non ebbi nè tempo nè mezzo di rilevare. Aggiungo soltanto che frammenti architettonici di bel lavoro e conservazione perfetta sonosi trovati in questo luogo: cioè diversi capitelli di colonne, pezzi di architrave, di fregio e di cornicione. Sono di ordine dorico anche essi, come tutti i tempj girgentini, ma si discostano assai dalla semplicità propria a quello stile e per le proporzioni delle parti loro e per gli ornamenti aggiunti all’architrave ed al cornicione: nè ricordo di aver veduto mai in nessun altro monumento antico un dorico similmente ornato. Un dei capitelli è coperto di stucco, anche esso meno fino di quel di Selinunte: ma non vi trovai nessun vestigio di colore, come neppure negli altri frammenti, che anche dello stucco stesso erano privi.

Parlando di cose girgentine non mi pare inutile di menzionare il fatto che nel fondare la strada nuova che debbe condurre dalla città moderna al caricatore, si è rinvenuto non lungi dai tempj per un tratto di strada piuttosto lungo una quantità di ruderi d’edificj antichi , grandemente distrutti e confusi fra loro e col terreno accumulato al di sopra , così che difficilmente si potranno mai spiegare : ma nondimeno sono importanti , perchè dimostrano che si trovava in quel luogo una parte dell’antica città , sull’estensione e sulla forma della quale non si potrà mai arrivare in chiaro che per mezzo di simili fatti forse non ancora abbastanza raccolti.

BULLETTINO

DELL’ INSTITUTO

DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA

PER L’ANNO 1836.

ROMA 1836.

Categoria: Storia AgrigentoTag: agrigento, girgenti, valle dei templi

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