Un viaggio nella Sciacca del Seicento tra caffè fragoroso, liquami maleodoranti e pesce puzzolente. Scopri le storie di Totò il torrefattore, Lillo il cappellaio e Agatina la bottegaia alle prese con i problemi di vicinato.
Sciacca, 23 dicembre 1696. Un’insolita aria di festa aleggiava per le vie del centro storico, ma in via Garibaldi, tra il vicolo dei Forni e quello degli Archi, si respirava tutt’altro che serenità.
I residenti erano sul piede di guerra a causa del nuovo arrivato, Salvatore “Totò” D’Angelo, torrefattore di professione.
Totò, trasferitosi da Palermo solo qualche mese prima, aveva installato nella sua bottega un mastodontico macchinario per la tostatura del caffè: dodici pesanti pestelli che martellavano le fave con un ritmo incessante e assordante.
Non bastasse il fracasso, una densa coltre di fumo nero e puzzolente fuoriusciva giorno e notte dalla sua attività, invadendo le case dei vicini.
“Sembra di vivere in un inferno!”, si lamentava Concetta Mangiapane, intenta a stendere i panni, ormai grigi per la fuliggine.
“E non parliamo delle vibrazioni! Mi si sono crepate le pareti di casa!”.
La situazione era diventata insostenibile.
I vicini, esasperati, decisero di rivolgersi al notaio del paese, il signor Antonino Fazio, per denunciare il torrefattore. Ma i problemi di odori molesti a Sciacca non si limitavano al caffè.
Anche i “gabinetti”, come venivano chiamati pudicamente i bagni pubblici, erano fonte di miasmi nauseabondi. Basti pensare al caso di Calogero “Lillo” Gucciardi, cappellaio di via Roma, che nel giugno del 1739 denunciò al notaio Fazio la “puzza orribile” proveniente dalla casa del suo vicino, il distillatore Rosario “Saro” Terranova.
Costui, con un ingegnoso sistema di pompe, scaricava i liquami direttamente nella grondaia che passava sotto la finestra del povero Lillo.
Una notte, esasperato, Lillo scese in strada con una lanterna in mano e mostrò l’immonda grondaia ai due guardie di ronda, Michelangelo “Michelino” Lipari e Pietro “Piero” Carini.
I due, con il naso tappato e la faccia verde, confermarono la presenza di “una sostanza maleodorante e nauseabonda, tale da rendere l’aria irrespirabile”.
Anche la vedova Agata “Agatina” Arena, che gestiva una bottega di alimentari e una piccola scuola in una cantina di via Figuli, sotto la casa della vedova del signor Ignazio “Nacio” Montalbano, aveva i suoi bei problemi con gli odori.
Nel maggio del 1666, stanca di sopportare la puzza dei liquami che colavano dal piano di sopra, si presentò dal notaio Fazio con un gruppo di testimoni. “Non ne posso più!”, esclamò la povera Agatina, “la puzza è così forte che la merce mi si sta rovinando e ho dovuto chiudere la scuola perché i bambini non riuscivano a respirare!”.
La vedova Montalbano, interpellata, si giustificò dicendo che l’unico modo per svuotare il “gabinetto” era passare attraverso la cantina di Agatina. La poveretta fu quindi costretta a sgomberare il locale, con grande disagio e perdita di guadagno.
Ma non erano solo i liquami a tormentare gli abitanti di Sciacca.
Anche il commercio del pesce, attività fiorente nella cittadina marinara, poteva causare problemi di odori. A metà del XVIII secolo, l’avvocato e notaio Giovanni “Vanni” Schifano, esasperato dalla puzza proveniente dalla cantina della sua casa sul lungomare, decise di affittarla al commerciante Carmelo “Melu” Calderone. Melu, specializzato nell’importazione di acciughe, riempì la cantina di barili di pesce salato.
La quantità era tale che l’odore, inizialmente appena percettibile, divenne ben presto insopportabile, tanto da impregnare l’intera casa e rovinare le provviste.
Anche Ferdinando “Nando” Lo Presti, che abitava in via Licata, aveva la passione per il commercio del pesce salato. Ogni mattina, all’alba, riforniva un esercito di pescivendole che poi invadevano le strade del paese con le loro ceste piene di pesce, tra urla e schiamazzi.
Nel 1709 i vicini, esasperati dalla puzza e dal baccano, presentarono un esposto al notaio Fazio.
Ma il pesce puzzolente poteva anche essere segno di merce avariata, e in questo caso intervenivano gli ispettori. Il 18 agosto 1750, l’ispettore sanitario Rosario “Saro” Vinci fu chiamato a ispezionare una botte di pesce salato in un magazzino del porto.
Appena scoperchiata la botte, un odore acre e nauseabondo invase l’aria. “Questo pesce è avariato!”, sentenziò Saro, “non può essere venduto!”. Il proprietario della merce, il pescivendolo Antonino “Nino” Vagliasindi, non la prese bene. “Ma cosa dici?”, replicò stizzito, “è freschissimo! Piuttosto, i tuoi piedi puzzano di acido!”.
Saro, offeso, ribadì il suo giudizio, ma Nino, ormai fuori di sé, gli diede uno schiaffo in faccia, facendolo sanguinare. “Ti butterei a terra e ti prenderei a calci!”, urlò furibondo, “vattene via prima che ti cacci a pedate!”. Saro, spaventato, scappò via e corse a denunciare l’accaduto al capitano della guardia.
Così, tra odori molesti, liti condominiali e ispezioni di pesce avariato, si concludeva un’altra giornata nella vivace cittadina di Sciacca.


Il Mastro d’Ascia e il Nostromo: un dramma a Porto Empedocle