Il Massacro di Lipari del 1892: Un Caso di Studio sulla Repressione Stragiudiziale, gli Attriti Istituzionali e il Sistema del Domicilio Coatto
Fino a tutto il febbraio i coatti, sia che avessero lavoro fisso o che non ne avessero, avevano goduto, oltre che dell’uscita mattutina, anche di quella del pomeriggio. A datare dal primo marzo, su proposta di questo Direttore, il Ministero dispose che l’uscita pomeridiana fosse permessa soltanto a coloro che dovevano lavorare, e negata agli altri.
Questa limitazione suscitò un malcontento indicibile.
Subito i coatti s’incocciarono a credere che causa del nuovo provvedimento fosse un cervellotico contratto che la fantasia esaltata pretese conchiuso fra il Direttore della Colonia ed il bettoliere del castello, un certo Francesco Dastoli, ex guardia di pubblica sicurezza.
Il patto, naturalmente, era una chimera di menti malate; ma le conseguenze furono tali che peggiori non si sarebbero potute verificare ove mai questo insussistente contratto si fosse conchiuso davvero.
Il Governo non ci dà che cinquanta centesimi al giorno — gridavano i coatti — può un uomo mangiare con tale moneta? Certo non può. E quando ce la date questa egregia somma? A mezzogiorno. Toglierci la sortita pomeridiana equivale, né più, né meno, a costringerci di comprare i generi alimentari nella taverna del Dastoli, il quale ci fa pagare dieci ciò che nel paese costa uno.
I coatti avevano ragione, e le asserzioni loro si chiudevano nella cerchia della verità assoluta. Gli assurdi restano assurdi, anche quando lasciano tranquilla la gente onesta, e tribolano i bricconi. Oltre a ciò è da osservarsi anche che un coatto libero può guadagnarsi qualche lira, così, eventualmente, prestando l’opera sua un po’ qua, un po’ là come il caso e la fortuna dispongono.
Il tre marzo circa duecento coatti fecero una dimostrazione innanzi la casa del Direttore, in piazza del Commercio, alla marina. Il delegato Monachesi, funzionante da Direttore, essendosi fatto vedere, si procurò qualche fischio. Immediatamente vennero requisiti la truppa e i carabinieri. I duecento coatti circondati senza che nessuno di loro si atteggiasse in modo da dimostrare velleità di resistenza, gridarono: Viva l’Esercito! Viva Lipari!
All’improvviso, orribile a dirsi, senza squilli di tromba e senza intimazioni, ecco le guardie di P. S. sfoderare le daghe e scagliarsi addosso ai poveri coatti che non se le aspettavano davvero. Le guardie ruggendo menavano fendenti e puntate senza pietà e misericordia.
Un urlo immenso di dolore sorse dal folto dei miserabili che si trattavano così crudelmente.
La cittadinanza di Lipari in gran parte fuggì, gridando.
Quelli che rimasero cercarono di trattenere le guardie che Monachesi sempre più aizzava.
A me toccò una piattonata. Il capitano Macchi e la sua truppa restarono istupiditi dinanzi allo scoppio di tanta inutile ferocia. Il delegato Monachesi, agitando lo stocco insanguinato, ordinava a grandi grida — Fuoco! fuoco! — Macchi, da vero soldato e da uomo di cuore, si rifiutò di far bersaglio a’ suoi fucili, gente inerme, inoffensiva che si lasciava sciabolare in ginocchio, implorando pietà. Il sotto brigadiere Chirico, un vero eroe, ferì tanto e poi tanto, da rompere la sua sciabola sulle membra di quei miserabili. Niente paura! Si armò d’un palo e continuò a percuotere ferocemente.
— Fuoco! — gridava sempre il Monachesi. Una guardia prese di mira col revolver un coatto già ferito da una sciabolata, sparò, sbagliandolo. La palla zufolò agli orecchi del capitano Macchi che schiaffeggiò lo sgherro. Tutta la riconoscenza di Lipari all’egregio soldato che sulla guancia di quel questurino schiaffeggiò tutti in una volta i tristi eroi della trista impresa!
I coatti fuggirono un po’ dappertutto. Si nascosero nelle case, nelle cantine, avvolti ovunque da profonda commiserazione. Allora cominciò la caccia. Le guardie con la sciabola ed il revolver in pugno, vennero sguinzagliate in tutte le vie. Tutti i coatti presi furono sciabolati orrendamente. Un povero vecchio, quando la calma parve ripristinata, usciva, pauroso e tremante dalla cantina Laquidara, dove s’era nascosto. All’improvviso ecco venirgli addosso il brigadiere Buonocore e una guardia. Buttossi in ginocchio: Sono un povero vecchio! non mi ammazzate! Una sciabolata gli spaccava la faccia.
Il sotto brigadiere Chirico, a mischia finita, incontrava un coatto che salutollo rispettosamente. Rispose con un colpo del suo orribile palo che buttollo a terra per morto. Pochissimi coatti riuscirono a rientrare nel castello senza la debita razione di sciabolate. Racconto soltanto quello che vidi e che posso provare con un’infinità di testimonii.
Quanti i feriti? Ufficialmente una trentina; realmente sessanta e più. Gli è che, con abile e vecchia manovra, tutti i feriti sono stati, come accusati, deferiti al potere giudiziario. Questo si chiamerebbe, in buona lingua, mettere le mani avanti. Una cosa è certa: i dottori Florio, Favaloro e Cincotta, nelle strade di Lipari ne medicarono ventotto. Coloro che poterono dissimulare i colpi ricevuti non ci pensarono un momento.
Il Macchi ad una volta di strada s’imbatté nel dottor Cincotta che stava intorno ad un ferito. Era stato lo stesso Monachesi a traversargli la coscia con lo stocco, interessando l’arteria, ed il sangue veniva a zampillo. Il bravo capitano, inorridito, fece l’atto di rompere la sciabola. Poi con calde parole raccomandò l’infelice alle cure del bravo chirurgo.
Gridatelo alto, quanto più potete: Nessun questurino ricevette la menoma scalfittura. Il cesto di rasoi arruginiti, forbici rotte, coltelli intaccati, siate sicuro che non si riempì con le armi trovate nelle tasche dei poveri miserabili.
Una protesta della città di Lipari è stata subito redatta, e mandata al deputato Imbriani.
I coatti furono e sono bricconi, ma noi li abbiamo visti inermi, tremanti, inoffensivi buttarsi in ginocchio innanzi agli eroi della Questura. Ed abbiamo impallidito d’orrore nel vedere questi pilastri dell’ordine inferocire nei supplicanti.
Stiamo organizzando una commissione. Andremo a Roma. Un’inchiesta rigorosa devesi fare e si farà. (Giornale di Sicilia 10 marzo 1892, n. 69).
Commento
Il Massacro di Lipari del 1892: Un Caso di Studio sulla Repressione Stragiudiziale, gli Attriti Istituzionali e il Sistema del Domicilio Coatto
Introduzione
L’amministrazione del potere statale e il mantenimento dell’ordine pubblico nell’Italia di fine Ottocento furono spesso caratterizzati da un profondo affidamento a misure eccezionali che aggiravano deliberatamente la magistratura ordinaria.
Al centro di questa architettura di controllo sociale e politico vi era l’istituzione del domicilio coatto, un meccanismo amministrativo di relegazione che autorizzava lo Stato a esiliare in isole remote e inospitali individui ritenuti socialmente o politicamente pericolosi. Sebbene concepito inizialmente all’indomani dell’unità d’Italia come misura d’emergenza temporanea per combattere l’epidemia di brigantaggio rurale nelle province meridionali, negli anni Novanta dell’Ottocento il sistema era stato aggressivamente riadattato, ampliato e trasformato in un’arma per reprimere i crescenti movimenti socialisti, repubblicani e anarchici che minacciavano l’ordine borghese liberale.
Il documento in esame — un dettagliato resoconto epistolare contemporaneo degli eventi del 3 marzo 1892 nella colonia penale di Lipari — funge da fonte primaria vitale e granulare per comprendere le realtà operative e la brutale natura intrinseca di questo sistema.
Il testo narra di un orribile e immotivato assalto da parte delle forze di pubblica sicurezza contro un raduno di coatti (esiliati forzati) disarmati che protestavano pacificamente contro la riduzione, economicamente disastrosa, delle loro ore di libertà giornaliera. L’incidente causò numerosi feriti gravi e vittime, esponendo le profonde patologie dello Stato amministrativo italiano.
Questo rapporto completo soddisferà tre obiettivi analitici primari derivati dall’indagine di base: in primo luogo, fornire il contesto storico necessario ed esaustivo del sistema del domicilio coatto e del volatile clima politico degli anni ’90 dell’Ottocento; in secondo luogo, decostruire e semplificare sistematicamente la complessa sequenza di eventi, il catalizzatore e la tassonomia degli attori coinvolti nel massacro di Lipari; in terzo luogo, offrire una rigorosa analisi critica delle dinamiche istituzionali, economiche e giudiziarie esposte dall’incidente.
Attraverso un esame approfondito del resoconto primario e dei documenti storici collaterali, questo rapporto dimostra come l’incidente di Lipari non fu un’aberrazione isolata o una rivolta spontanea, ma piuttosto l’esito logico e inevitabile di un sistema strutturalmente abusivo che monetizzava la prigionia, utilizzava la magistratura come arma contro le vittime della violenza statale e poneva le basi giurisprudenziali e operative per i regimi autoritari e totalitari del XX secolo.
Parte I: Contesto Storico del Domicilio Coatto
Per interpretare accuratamente le condizioni instabili che precipitarono il massacro di Lipari del 1892, è strettamente necessario tracciare le origini legislative, i fondamenti filosofici e la successiva mutazione politica del sistema del domicilio coatto nell’Italia post-unitaria.
Gli eventi sull’isola non possono essere compresi separatamente dalle strategie macropolitiche del governo centrale di Roma.
Le Origini e l’Evoluzione Legislativa (1863–1865)
Il fondamento legale e ideologico del domicilio coatto fu posto poco dopo l’unificazione della penisola italiana, nato dalla disperata lotta del fragile nuovo Stato per affermare il controllo territoriale e amministrativo sulle province meridionali.
Il meccanismo iniziale fu introdotto dalla Legge Pica nel 1863. Proposta dal deputato Giuseppe Pica, questa legge fu concepita come misura d’emergenza, draconiana e apparentemente temporanea per sradicare il brigantaggio rurale, che il governo considerava una minaccia esistenziale all’unità nazionale.
Essa consentiva ai tribunali militari di giudicare i civili e permetteva la deportazione amministrativa di sospetti complici e parenti dei briganti.
Tuttavia, come spesso accade con i poteri statali d’emergenza dispiegati durante i periodi di crisi, il temporaneo si trasformò rapidamente in permanente.
Lo Stato, avendo sperimentato l’immensa convenienza di aggirare l’onere della prova richiesto in un normale processo giudiziario, si rifiutò di rinunciare a questo potere.
Con la Legge del 20 marzo 1865, n. 2248 (comunemente nota come Legge Lanza), il domicilio coatto fu formalizzato e stabilizzato all’interno del quadro giuridico italiano standard.
La Legge Lanza trasformò il domicilio coatto in un meccanismo amministrativo standard e permanente di azione preventiva di polizia.
Il suo scopo dichiarato si evolse dalla sconfitta dell’insurrezione armata all’applicazione dei codici non scritti della morale borghese ottocentesca e alla protezione della proprietà.
La portata della legge fu progressivamente e ampiamente estesa per includere un’ampia tassonomia di “indesiderabili” che disturbavano l’ordine sociale: ladri, truffatori, borseggiatori, ricettatori, estorsori e individui che in precedenza avevano ricevuto ammonizioni formali di polizia (ammoniti) o che avevano violato i termini della sorveglianza speciale.
Fatto cruciale, poiché era definita come una misura di polizia amministrativa piuttosto che come una sentenza penale, aggirava interamente le garanzie costituzionali di un equo processo, consentendo alle autorità provinciali di sequestrare individui sulla base del semplice sospetto, della reputazione locale o della convenienza dell’apparato politico locale, piuttosto che su una comprovata colpevolezza penale.
L’Era Crispina e la Politicizzazione dell’Esilio (Anni ’80–’90 dell’Ottocento)
La natura del domicilio coatto subì una trasformazione profonda e sinistra durante il mandato del Primo Ministro Francesco Crispi alla fine degli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento.
Il tessuto sociale dell’Italia, in particolare nel Sud e in Sicilia, stava cedendo sotto un grave disagio economico, esacerbato da crisi agricole, alta tassazione e una rigida struttura di classe.
Questa diffusa sofferenza portò all’ascesa di movimenti popolari di massa, in particolare i Fasci Siciliani dei lavoratori, che, soprattutto dopo il Congresso di Genova del 1892, adottarono un programma distintamente socialista.
Contemporaneamente, i movimenti anarchici e socialisti stavano guadagnando una notevole trazione tra il proletariato urbano, gli artigiani e le classi intellettuali disilluse.
Considerando queste mobilitazioni popolari non come sintomi di disperazione economica, ma come minacce esistenziali allo Stato monarchico liberale, il governo Crispi si mosse per reprimerle violentemente.
Il domicilio coatto era l’arma perfetta per questo scopo.
Il sistema fu concettualmente esteso oltre i criminali comuni per prendere di mira esplicitamente dissidenti politici, organizzatori sindacali e intellettuali.
Leggi eccezionali anti-anarchiche, in particolare quelle approvate in concomitanza con la dichiarazione dello stato d’assedio in Sicilia e Lunigiana da parte di Crispi nel 1894, radicarono ulteriormente questa pratica.
Queste misure d’emergenza sospendevano i diritti civili fondamentali, sostituivano la giustizia ordinaria con tribunali militari e autorizzavano la deportazione di massa degli attivisti. La polizia applicò queste misure indiscriminatamente contro anarchici, socialisti, repubblicani e radicali, neutralizzando di fatto chiunque le cui attività disturbassero le strutture di potere politico locale o l’agenda del governo centrale.
Prominenti intellettuali, agitatori e figure politiche si ritrovarono intrappolati in questa rete amministrativa, relegati in colonie insulari accanto a comuni assassini e ladri.
Luigi Galleani, un pensatore erudito e agitatore che in seguito sarebbe stato considerato l’anarchico più pericoloso d’America, fu mandato nelle isole durante la sua giovinezza alla fine del XIX secolo, prima di emigrare.
Anche Errico Malatesta, un altro titano dell’anarchismo italiano, soffrì sotto queste misure di relegazione.
Ettore Croce, un intellettuale socialista inviato a Lipari nel dicembre 1899 per la sua partecipazione alle diffuse rivolte del 1898, fu in seguito autore di testi fondamentali — “A domicilio coatto” (1899) e “Nel domicilio coatto” (1900) — che esposero gli abusi sistemici delle isole.
Croce evidenziò che la polizia confondeva di proposito i criminali comuni con i prigionieri politici, trattandoli entrambi con identica brutalità, cercando così di degradare i prigionieri politici per associazione.
La Geografia e lo Squallore delle Colonie Penali
L’isolamento geografico di isole come Lipari, Pantelleria, Favignana e Tremiti serviva a un duplice scopo distinto per lo Stato italiano. In primo luogo, allontanava fisicamente gli agitatori e gli “indesiderabili” dai centri dell’azione politica e dalle popolazioni urbane, recidendo le loro reti organizzative.
In secondo luogo, rendeva la loro sofferenza invisibile al grande pubblico e alla stampa critica, creando siti oscuri di potere amministrativo in cui lo stato di diritto era di fatto sospeso.
Le condizioni su queste isole erano studiate per essere degradanti, punitive e psicologicamente distruttive.
Le popolazioni relegate, sradicate dalle loro famiglie e professioni, erano costrette a uno stato di innaturale ozio, grave privazione e profonda disperazione.
I successivi resoconti di Ettore Croce sulla colonia di Lipari descrissero una discesa in un profondo degrado morale e fisico, alimentato dalla miseria assoluta e dall’ambiente forzato e innaturale delle colonie.
Egli caratterizzò l’ambiente come il “trionfo di Sodoma”, notando che l’astinenza sessuale forzata, combinata con una profonda povertà, portava a una diffusa pederastia, che considerava uno spettacolo degradante ingegnerizzato dalle politiche statali.
Croce sostenne persino che il sistema avesse impatti teratologici, suggerendo che le orribili condizioni portassero ad anomalie fisiche e psichiatriche (come epilessia e alienazione) tra i discendenti dei coatti.
Inoltre, il sistema infliggeva uno stigma sociale permanente. La misura non mirava a riabilitare; al contrario, imprimeva un marchio di eterna infamia sugli uomini relegati, che secondo Croce era più implacabile del “ferro medievale”.
Il reinserimento nella società standard era quasi impossibile, garantendo un alto tasso di recidiva.
Molti coatti erano intrappolati in un ciclo di rilascio e riarresto, con alcuni che scontavano addirittura il loro ottavo domicilio coatto.
Il rapporto tra i coatti e gli isolani nativi era irto di gravi tensioni, sfruttamento economico e reciproca ostilità.
La popolazione locale si riferiva in modo denigratorio agli esiliati come sterrati.
Gli isolani spesso sfruttavano la disperata condizione economica degli esiliati, assumendoli per lavori umili a salari da fame.
Croce paragonò lo sfruttamento dei coatti da parte dei locali alla schiavitù di coloro che innalzavano le piramidi per i Faraoni. Queste estreme tensioni socioeconomiche sfociavano frequentemente in violenti scontri fisici tra isolani e relegati. È all’interno di questo ambiente altamente pressurizzato, economicamente sfruttato e socialmente tossico che devono essere contestualizzate le specifiche decisioni amministrative che portarono agli eventi del marzo 1892.
Parte II: Decostruzione e Semplificazione dell’Evento del Marzo 1892
Il documento di origine primaria fornisce un resoconto altamente dettagliato, localizzato ed emotivamente carico di come gli abusi strutturali del domicilio coatto si manifestarono in un episodio specifico di violenza di massa sull’isola di Lipari.
Per “semplificare” adeguatamente questa complessa narrazione a fini analitici, gli eventi devono essere sistematicamente decostruiti nelle loro componenti principali: il catalizzatore economico, la precisa progressione cronologica del massacro, la tassonomia degli attori specifici coinvolti e le immediate conseguenze mediche e amministrative.
Il Catalizzatore: Sfruttamento Economico e Minaccia alla Sopravvivenza
Il fattore scatenante immediato della protesta del 3 marzo non fu una rivolta ideologica contro lo Stato, ma piuttosto un decreto amministrativo apparentemente mondano che alterava il programma giornaliero dei coatti.
Fino alla fine di febbraio 1892, agli esiliati, indipendentemente dal fatto che avessero o meno un impiego fisso sull’isola, erano consentiti due periodi di libertà giornaliera: uno al mattino e uno al pomeriggio.
Il 1° marzo 1892, su proposta del Delegato Monachesi, che fungeva da Direttore della colonia di Lipari, il Ministero dispose che l’uscita pomeridiana fosse rigorosamente revocata per tutti gli esiliati, ad eccezione della minoranza che aveva un lavoro formale e obbligatorio.
Ciò limitò di fatto la stragrande maggioranza dei coatti a sole quattro ore di libertà al mattino.
Sebbene apparentemente si trattasse di un mero aggiustamento amministrativo volto ad aumentare il controllo e prevenire le fughe, questa restrizione ebbe implicazioni economiche devastanti e immediate per gli esiliati, la cui sopravvivenza era in bilico su un filo di rasoio.
Il governo forniva ai coatti un sussidio di sussistenza giornaliero di soli 50 centesimi, distribuito ogni giorno a mezzogiorno.
Cinquanta centesimi erano universalmente riconosciuti come del tutto insufficienti per acquistare il cibo di una giornata in normali condizioni di mercato (“può un uomo mangiare con tale moneta? Certo non può”).
Confinando gli uomini nel castello subito dopo aver ricevuto il loro stipendio giornaliero a mezzogiorno, l’amministrazione distrusse di fatto la loro capacità di navigare nell’economia locale.
Non potevano più cercare opzioni alimentari più economiche nel mercato cittadino o impegnarsi in lavori occasionali e ad-hoc (“un po’ qua, un po’ là”) per integrare le loro magre entrate governative.
I coatti dedussero immediatamente un movente sinistro dietro questa restrizione temporale.
Credevano che fosse il risultato di un patto corrotto e monopolistico tra il Direttore Monachesi e il proprietario di una taverna locale (bettoliere) di nome Francesco Dastoli, che guarda caso era lui stesso un’ex guardia di pubblica sicurezza.
Gli esiliati ragionavano che la restrizione fosse specificamente progettata per intrappolarli tra le mura del castello durante i pasti, costringendoli a spendere i loro 50 centesimi esclusivamente nello stabilimento di Dastoli, situato all’interno del castello.
Secondo gli esiliati, Dastoli si impegnava in estreme speculazioni sui prezzi, facendo pagare dieci volte l’importo che i beni costavano nel paese (“il quale ci fa pagare dieci ciò che nel paese costa uno”).
Che questo patto collusivo fosse una realtà documentata o, come nota l’autore della corrispondenza, una “chimera di menti malate” nata dalla paranoia e dalla disperazione, la conseguenza materiale era identica.
Gli esiliati affrontavano la minaccia imminente di fame ed estrema estorsione economica.
La protesta era fondamentalmente una richiesta del diritto alla sopravvivenza economica.
Cronologia del Massacro (3 marzo 1892)
L’escalation da una rimostranza amministrativa a uno spargimento di sangue di massa avvenne con velocità allarmante e ferocia senza precedenti.
La seguente tabella ricostruisce la precisa progressione cronologica degli eventi sulla base dei dati delle fonti primarie e dei resoconti storici corroboranti.

assonomia degli Attori Coinvolti
Per comprendere appieno le complesse dinamiche del massacro di Lipari, è essenziale classificare e mappare i ruoli specifici e i comportamenti documentati degli individui e delle fazioni presenti. L’evento evidenzia una profonda frattura nell’autorità statale, mettendo la brutalità della polizia locale contro il contenimento militare e l’orrore civile.

Le Conseguenze Immediate e le Vittime
La ferocia dell’assalto della polizia provocò un numero massiccio di vittime tra la popolazione disarmata e in trappola. Il conteggio ufficiale del governo cercò immediatamente di minimizzare l’entità della violenza, riportando “una trentina” di feriti. Tuttavia, la corrispondenza primaria e i successivi registri parlamentari indicano che il numero reale dei feriti superava i sessanta, di cui venti in condizioni gravi.
La violenza fu del tutto e inequivocabilmente a senso unico. L’autore della corrispondenza sottolinea un dato cruciale per dissipare qualsiasi successiva narrazione governativa di una rivolta armata: “Nessun questurino ricevette la menoma scalfittura”. Per giustificare il massacro a posteriori, la polizia presentò un cesto di rasoi arrugginiti, forbici rotte e coltelli intaccati, sostenendo che fossero armi confiscate dalle tasche dei miserabili: un’affermazione che l’autore respinge con forza come palese montatura.
Sebbene l’anagrafe del Comune di Lipari non abbia registrato decessi il giorno stesso del 3 marzo, i registri ospedalieri rivelano il costo umano fatale delle ferite inferte. Due esiliati morirono per le lesioni riportate nelle settimane successive: Gaspare Silvi, un facchino di 51 anni nato a Pontedera, morì il 16 marzo; e Luigi Galvagno, un facchino di 36 anni della Provincia di Torino, morì il 19 marzo.
Parte III: Analisi Critica della Repressione di Lipari
Andando oltre una mera ricostruzione cronologica, gli eventi del 3 marzo 1892 esigono un’analisi critica profonda e rigorosa. Il massacro di Lipari non è solo una tragedia locale; funge da illustrazione macroscopica delle patologie radicate all’interno dello Stato liberale italiano di fine Ottocento.
Esso espone i gravi attriti istituzionali tra i diversi apparati coercitivi, la perversa economia politica della colonia penale e la sistematica strumentalizzazione del sistema giudiziario per proteggere gli agenti statali da ogni responsabilità.
Attriti Istituzionali: La Polizia contro l’Esercito
La dinamica istituzionale più impressionante che emerge dal documento primario è il profondo e visibile scisma tra l’apparato di Pubblica Sicurezza (P.S.), guidato dal Delegato Monachesi, e il Regio Esercito, comandato dal Capitano Macchi.
Nell’Italia di fine Ottocento, la gestione dell’ordine pubblico era altamente frammentata. Le guardie di P.S. (questurini) erano alle dipendenze del Ministero dell’Interno.
Spesso reclutati dalle classi subalterne, scarsamente addestrati e profondamente invischiati nei clientelismi politici e amministrativi locali, operavano con un alto grado di impunità, agendo più come braccio armato dell’amministrazione locale che come tutori imparziali della legge.
Al contrario, l’Esercito operava secondo un diverso codice di onore militare, disciplina e vincolo gerarchico. Anche se l’esercito venne impiegato per reprimere nel sangue rivolte popolari (come con il Generale Morra durante i Fasci Siciliani), i singoli ufficiali spesso mantenevano un’etica di base differente di fronte al massacro di civili completamente inermi.
Durante i fatti di Lipari, i coatti compresero perfettamente questa distinzione. Circondati dalle truppe, non tentarono la resistenza o la fuga; cercarono invece di fare appello all’onore militare gettandosi in ginocchio e gridando, “Viva l’Esercito!”
Si trattò di una scelta tattica molto sofisticata: acclamando i soldati, gli esiliati manifestavano la loro sottomissione allo Stato e alla Corona, protestando unicamente contro la tirannia e la corruzione della Questura locale.
La reazione del Capitano Macchi convalida questa frattura istituzionale. Quando Monachesi, in preda alla foga e brandendo un’arma insanguinata, ordinò di fare fuoco su uomini inermi in ginocchio, Macchi, “da vero soldato e da uomo di cuore”, si rifiutò categoricamente.
Che un capitano disobbedisca a un ordine pubblico diretto di un civile che dirige una colonia durante una sommossa è una gravissima rottura del protocollo. Questo rifiuto sancisce l’assoluta illegalità e l’immoralità del comando di Monachesi. L’intervento fisico di Macchi — che schiaffeggiò una guardia che tentava di sparare con il revolver a un uomo già ferito, dopo che la pallottola gli aveva sibilato vicino all’orecchio — rappresenta un momento di scontro fisico diretto tra due ramificazioni dello Stato.
Il testo documenta inoltre che un tenente ordinò ai soldati di aprire i ranghi per creare un varco e far fuggire le vittime dalla carneficina dei poliziotti. Questo dimostra che i militari consideravano le forze dell’ordine non come alleati, ma come una masnada sanguinaria e fuori controllo da cui bisognava proteggere i civili.
I fatti di Lipari frantumano così il mito di un apparato statale monolitico, mostrando piuttosto un sistema incrinato in cui polizie locali operavano come squadroni della morte autonomi, limitati solo quando la coscienza individuale di ufficiali regolari imponeva un argine.
L’Economia Politica della Prigionia
Un’analisi critica rigorosa deve esaminare anche le radici economiche del massacro. Il domicilio coatto non era soltanto un sistema di segregazione fisica e neutralizzazione ideologica; costituiva un apparato di espropriazione economica e di dipendenza forzata.
Il sussidio statale di 50 centesimi al giorno rifletteva una politica di impoverimento deliberato. Poiché tale cifra era strutturalmente insufficiente alla sopravvivenza sul libero mercato, i relegati dovevano integrarla offrendo manodopera a basso costo, restando alla mercé della popolazione locale. Quando il direttore Monachesi limitò le uscite pomeridiane, azzerò la loro capacità di procurarsi da vivere, creando a tavolino un’utenza vincolata.
Questo meccanismo illustra alla perfezione la pratica economica del rent-seeking (ricerca di rendite) all’interno di un’istituzione totale. Il taverniere locale, Dastoli, un’ex guardia, avrebbe usato i suoi legami per colludere con la direzione, garantendosi che il misero sussidio statale finisse direttamente nelle sue tasche con rincari del 1000% (facendo pagare “dieci ciò che nel paese costa uno”).
Il domicilio coatto era a tutti gli effetti una microeconomia estrattiva in cui i corpi dei confinati erano merce di sfruttamento. La protesta del 3 marzo non fu, quindi, un sollevamento politico contro le istituzioni parlamentari, ma un disperato “sciopero dei consumatori” contro un’estorsione locale e contro lo spettro della morte per inedia. La smisurata violenza poliziesca fu l’imposizione armata di un cartello economico locale.
La Strumentalizzazione Giudiziaria: La Strategia del “Mettere le Mani Avanti
“L’aspetto più agghiacciante e legalmente perverso della strage fu la sua gestione amministrativa e giudiziaria a posteriori. L’autore della corrispondenza illustra una tattica essenziale per comprendere come si auto-tuteli una polizia violenta: la criminalizzazione preventiva delle vittime.Il testo recita con tagliente amarezza: “Gli è che, con abile e vecchia manovra, tutti i feriti sono stati, come accusati, deferiti al potere giudiziario. Questo si chiamerebbe, in buona lingua, mettere le mani avanti”.
Mettere le mani avanti scaricando la colpa è la firma tipica degli insabbiamenti di Stato. Poiché la violenza del 3 marzo fu palesemente asimmetrica — zero feriti tra le guardie, decine tra i coatti — le autorità rischiavano di doverne rispondere. Per giustificare le sciabole e i colpi di pistola contro i disarmati, la polizia trasformò le ferite delle vittime in prove legali schiaccianti della loro partecipazione all’ammutinamento.
Per via di questo meccanismo perverso, coloro che “poterono dissimulare i colpi ricevuti non ci pensarono un momento” a farsi curare, preferendo soffrire in silenzio. Farsi medicare dai dottori Florio, Favaloro o Cincotta significava far stilare un referto, che la polizia avrebbe immediatamente convertito in un capo d’imputazione.
Si creò un orrore giurisprudenziale: la violenza della polizia produceva la prova stessa (la lesione corporea) su cui la magistratura fondava nuove condanne contro la vittima. I documenti confermano l’efficacia della macchinazione: l’autorità giudiziaria inflisse “moltissime ed assai gravi” condanne ai responsabili della sommossa, coprendo legalmente l’eccidio. La giustizia si prestò a fare da fase terminale dell’aggressione armata, mettendo il sigillo burocratico sulla carneficina.
Echi Parlamentari e Controllo della Narrazione
La strage di Lipari non svanì nel nulla ma riecheggiò, seppur brevemente, nelle aule parlamentari nazionali, principalmente grazie alle vibrate proteste dei cittadini eoliani, i quali, raccapricciati dalla scena, redassero una missiva destinata al deputato Matteo Renato Imbriani.
Il ruolo di Imbriani fu cruciale. Deputato radicale, padre della parola “irredentismo”, oratore focoso e difensore delle libertà civili, era uno dei più fermi oppositori alle derive autoritarie di Francesco Crispi.
Il 14 marzo 1892, a undici giorni dai fatti, Imbriani portò l’accaduto dinanzi alla Camera dei Deputati, denunciando i 60 feriti di cui 20 gravi. Il suo intervento costrinse la stampa ad accendere un faro sull’evento.
Tuttavia, la reazione governativa provò la formidabile resistenza del sistema. La stampa filogovernativa imbastì istantaneamente una contro-narrativa denigratoria.
Il 7 marzo la Gazzetta Piemontese liquidò l’incidente smentendo la presenza di morti e infangando le vittime, descritte come “i disoccupati, negli ubriaconi della colonia, i quali non volevano osservare un ordinanza vietante l’uscita in certe ore per rendere meno facili le evasioni”.
Etichettando gli aggrediti come fannulloni e avvinazzati inclini alla fuga, lo Stato li disumanizzò, legittimando di fatto lo spargimento di sangue. Nonostante le interrogazioni di Imbriani e l’evidenza dei fatti, la prassi del domicilio coatto non fu minimamente scalfita. Al direttore Monachesi furono comminate imprecisate sanzioni disciplinari, non certo i capi d’imputazione penale adeguati a un mandante di strage, sancendo l’impunità della divisa.
Parte IV: Eredità e Implicazioni a Lungo Termine
Il 3 marzo 1892 non è solo la data di una tragedia avvenuta sui ciottoli di Marina Corta; offre lenti fondamentali per leggere lo sviluppo a lungo termine della storia d’Italia e delle sue infrastrutture legali.
In primo luogo, il massacro demolisce la retorica della “missione civilizzatrice” dello Stato sabaudo post-unitario. Lo Stato sosteneva di confinare i criminali per difendere l’ordine borghese e la legge. In realtà, creò delle zone d’ombra assolute dove le autorità agivano con una barbarie che eguagliava quella dei malviventi che intendeva redimere. Ufficiali che spaccano la faccia a un vecchio implorante o guardie che sbudellano cani in mezzo alla strada rivelano un sostrato di sadismo e disumanizzazione strutturale generato dallo Stato stesso.
In secondo luogo, si rivela la sconcertante impotenza del controllo parlamentare di fine Ottocento. Nemmeno di fronte alle prove, ai testimoni militari come Macchi, ai referti medici e agli appelli di parlamentari autorevoli come Imbriani, il potere legislativo riuscì a porre un freno agli abusi del Ministero dell’Interno e delle polizie locali. La collusione tra esecutivo, stampa moderata e magistratura bloccò ogni tentativo di riforma.
Infine, l’elemento di maggiore gravità storica: il domicilio coatto liberale fu il laboratorio diretto per i sistemi totalitari del Novecento. Le colonie di Lipari, la relegazione senza processo e la cultura poliziesca dell’insabbiamento non tramontarono con lo Stato liberale. Quando il fascismo prese il potere, non dovette inventare l’esilio politico dal nulla: prese l’impianto del domicilio coatto, lo perfezionò e lo ribattezzò confino di polizia tramite il Testo Unico del 1926 e del 1931.Gli anarchici e i socialisti che sanguinarono nel 1892 furono le cavie umane della repressione di massa dei decenni a venire. La stessa impalcatura giuridica che consentì a Monachesi di massacrare degli innocenti senza subire un processo per omicidio, fu ereditata da Mussolini per annientare migliaia di avversari politici, spediti sulle medesime isole.
Conclusione
L’eccidio del 3 marzo 1892 a Lipari rappresenta uno spaccato brutale delle patologie del domicilio coatto e dell’ordine pubblico nell’Italia liberale. Innescata da un meschino sistema di estorsione economica che faceva leva sulla fame dei condannati, la vicenda degenerò in una macelleria gratuita orchestrata dagli stessi tutori della legge.
Decostruendo la fonte primaria e calandola nel contesto dell’epoca, emerge un desolante quadro di abusi strutturali. Il nobile comportamento del Capitano Macchi e dei suoi soldati, refrattari a fare fuoco sulla folla inerme, stride irrimediabilmente contro la crudeltà cieca di Monachesi e dei suoi sottoposti. Ma i gesti individuali di umanità e le appassionate denunce parlamentari di uomini come Imbriani non bastarono a smantellare un ingranaggio concepito appositamente per criminalizzare la miseria, piegare il dissenso e assolvere lo Stato dalle sue atrocità.
L’episodio di Lipari dimostra, in via definitiva, come lo Stato italiano utilizzò l’isolamento insulare per fondare veri e propri “stati di eccezione”.
Luoghi in cui il ricatto economico si imponeva a colpi di daga e la giustizia assecondava i sicari invece delle vittime. Il sangue versato nel 1892 non portò alla giustizia, bensì irrorò il terreno giurisprudenziale per il successivo confino fascista, provando che i poteri eccezionali, una volta assaggiati dal potere statale, difficilmente vengono aboliti: molto più spesso, vengono semplicemente perfezionati.
Elio Di Bella


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