Comunità guerriere della protostoria agrigentina
Nel Bronzo Antico e Medio l’area oggi compresa fra il colle di Agrigento e la costa ospitava villaggi indigeni fortificati.
Come molte regioni della Sicilia preistorica, l’accumulo di ricchezza agricola e artigianale rese necessario proteggere i territori e diede luogo a società guerriere: mura possenti, torri difensive e tombe monumentali per i capi militari sono documentate nelle necropoli e testimoniano una stratificazione sociale gerarchica.
La metallurgia del bronzo e l’adozione di spade e pugnali favorirono la nascita di élite armate. Le comunità dell’Età del Bronzo, come la facies di Castelluccio o di Thapsos, vivevano in insediamenti protetti con abitazioni in pietra e svilupparono una sofisticata produzione ceramica e metallurgica.
L’emporio di Cannatello e l’armamento dei guerrieri
A pochi chilometri a est dell’odierna Agrigento, in località Cannatello, gli scavi condotti dalla Soprintendenza hanno rivelato un villaggio fortificato del Medio e Tardo Bronzo circondato da un poderoso muro rettilineo e da un recinto interno con ingresso «a forcipe».
Le abitazioni erano sia circolari sia rettangolari. L’insediamento appartiene alla cultura di Thapsos ma si distingue per la grande quantità di ceramica micenea e cipriota rinvenuta fra le strutture, segno di intensi contatti con il Mediterraneo orientale.
Secondo Ernesto De Miro, si trattava di un vero emporio miceneo databile al XIV–XIII secolo a.C., legato allo sfruttamento di zolfo e salgemma e posto sulla rotta fra Cipro, la Sicilia e la Sardegna.
Già alla fine dell’Ottocento i lavori di Paolo Orsi e Giulio Emanuele Rizzo avevano riportato alla luce otto armi in bronzo – quattro lance, due spade e un’ascia – deposte in un’olla nella stessa zona.
Questa scoperta, confermata dalle ricerche successive, dimostra che gli abitanti di Cannatello possedevano un arsenale di armi offensive comparabile a quello delle élite guerriere contemporanee.
Lungo la stessa costa, la necropoli di Pantalica ha restituito tombe di guerrieri con schinieri di bronzo, spade e lance; questi corredi enfatizzano il prestigio dei combattenti e suggeriscono il ruolo politico delle classi militari.
I ripostigli di Lipari e di altri siti eoliani, contenenti armi spezzate, lamine e lingotti, attestano un commercio di metalli e armamenti di portata sovraregionale.
Vita quotidiana e funzione dei guerrieri
Nel villaggio fortificato di Cannatello le capanne ospitavano famiglie impegnate in agricoltura e allevamento: la dieta si basava su orzo, frumento e legumi; l’allevamento bovino e la filatura della lana sono documentati da utensili e decorazioni.
Le abitazioni circolari e quadrangolari erano costruite con muri a doppio paramento di pietre irregolari con riempimento di ghiaia.
Oltre alle attività domestiche, i guerrieri partecipavano alla custodia delle risorse e al controllo delle rotte commerciali: l’emporio di Cannatello fungeva da punto di raccordo fra la costa e l’entroterra ricco di minerali, mentre depositi come quelli di Milena nel Platani rivelano legami con insediamenti interni.
I guerrieri ricoprivano quindi una duplice funzione: difendevano il villaggio e gli scambi e costituivano un élite economica.
Le loro armi – lunghe lance da getto, spade in bronzo, asce e schinieri – erano simboli di prestigio oltre che strumenti di guerra.
La presenza di ceramiche micenee a forma chiusa, come anfore e coppe, suggerisce che i guerrieri consumassero vini e derrate importate; l’uso di vasi ciprioti e anfore con segni di scrittura cipro-minoica testimonia un orizzonte culturale raffinato e cosmopolita.
La transizione alla colonizzazione greca e la nascita dell’armata akragantina
L’insediamento di Cannatello fu abbandonato nel corso del XIII secolo a.C., ma la tradizione militare agrigentina proseguì. Come vediamo visitando i reperti conservati nel Museo Archeologico Pietro Griffo, di Agrigento, la costa di Cannatello rimase frequentata da navigatori micenei fino al XV secolo a.C., come dimostrano frammenti egei rinvenuti nella stessa area.
Più tardi, coloni provenienti da Gela fondarono Akragas attorno al 580 a.C. e incorporarono il porto di San Leone, già utilizzato probabilmente dai Micenei, insieme a quello nella foce del fiume Naro, trasformandolo in un emporio permanente.
Nei decenni successivi, i tiranni di Akragas, in particolare Falaride (metà VI sec. a.C.) e Terone (inizio V sec. a.C.), ampliarono le fortificazioni, eressero acquedotti e condussero guerre contro le popolazioni indigene.
Per consolidare il proprio potere, essi si avvalsero di mercenari, fenomeno ben attestato in Sicilia: secondo la storiografia greca i «uomini di bronzo» erano soldati reclutati fuori dalla polis che combattevano per stipendio.
I mercenari greci, inizialmente al servizio di re stranieri, si trasformarono in un corpo di professionisti assoldato dai tiranni e dalle città occidentali; la loro arma d’elezione era la lancia e spesso operavano in piccoli contingenti per razzie e incursioni.
La loro vita era precaria e il compenso proveniva in parte dal bottino. In Sicilia, questi guerrieri contribuirono alla formazione dell’esercito akragantino: Terone e il suo alleato Gelone di Siracusa sconfissero l’esercito cartaginese a Himera nel 480 a.C., e i prigionieri furono costretti a costruire il tempio di Zeus nella città.
Conclusioni
La storia militare di Agrigento affonda le radici nella protostoria: le comunità del Bronzo svilupparono fortificazioni e armi sofisticate per difendere risorse e commerci.
Il villaggio di Cannatello, con il suo arsenale di lance, spade e asce e la sua funzione di emporio, rappresenta un momento cruciale di incontro tra culture indigene e mondo egeo.
Questa eredità guerriera fu raccolta dai coloni greci che, fondando Akragas, trasformarono la tradizione militare in potenza civica e la integrarono nella politica tirannica e mercenaria dell’Occidente ellenico.
La lunga continuità della vita militare ad Agrigento mostra come la difesa del territorio, il controllo delle risorse e la capacità di adattamento culturale siano stati fattori
Elio Di Bella


Incendi nel Medioevo: come si difendeva Agrigento