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esercito greco
esercito greco

L’esercito di Akragas nel V secolo a.C.: opliti, cavalieri e mercenari nella Sicilia greca

7 Maggio 2026 //  by Elio Di Bella

La formazione dell’esercito ad Akragas nel V secolo a.C.

Tra ricchezza e ferro: il contesto storico

Akragas, fondata verso il 580 a.C. da coloni dorici provenienti da Gela, raggiunse nel V secolo una ricchezza e una potenza che la collocarono fra le grandi polis della Sicilia. Dietro lo splendore architettonico si nascondeva una società che doveva essere pronta a difendere la propria prosperità, e la formazione dell’esercito rispecchiò questa doppia faccia: da un lato l’oplita cittadino, portatore di un ethos collettivo; dall’altro la presenza crescente di mercenari che finiranno per erodere la virtù civica.

La genesi militare: Falaride e i primi guardiani

La costruzione di un apparato militare ad Akragas cominciò presto. Il primo tiranno, Falaride, salì al potere intorno al 570 a.C. grazie a un colpo di mano che sfruttò i lavori per un tempio di Zeus. Chiamato da Astipalea e arricchitosi con appalti pubblici, egli ingaggiò uomini e schiavi con il suo denaro, fortificò la rupe dove sorgeva il cantiere e, approfittando delle festività Tesmoforie, fece chiudere le porte della città e disarmare gli oligarchi, eliminando gli oppositori. L’esercito falareideo era dunque un corpo personale composto da clienti e mercenari, pagato e armato dal tiranno. Falaride seppe anche innovare: a lui gli antichi attribuivano l’uso in guerra della falarica, giavellotto incendiario. Questo episodio segna l’origine di una lunga tradizione siciliana: i tiranni usano guardie stipendiati per consolidare il potere.

L’oplita akragantino: disciplina e falange

Nonostante il ricorso a mercenari, la spina dorsale dell’esercito nel V secolo era la falange oplitica. L’oplita akragantino indossava un elmo di bronzo (corinzio nelle versioni più antiche), corazza pettorale, schinieri (knemides) e reggeva il grande scudo rotondo (hoplon). Era armato con lancia di circa 2,5 m e spada corta (xiphos). Questo equipaggiamento presupponeva un combattimento in massa: le file compatte, in cui ogni scudo copriva anche il compagno, esigevano disciplina, addestramento e senso civico. La falange era la soluzione greca alla guerra d’attrito e richiedeva che i cittadini si allenassero regolarmente nelle palestre. A differenza di Sparta, il servizio militare rappresentava un momento della vita e non la totalità dell’esistenza: i giovani agrigentini si esercitavano alla corsa con l’armatura e al lancio del giavellotto, ma non vivevano costantemente sotto le armi.

La cavalleria: orgoglio aristocratico

Una peculiarità di Akragas era la cavalleria. Le colline fertili dell’entroterra favorivano l’allevamento equino e, di conseguenza, l’emergere di un’aristocrazia equestre. Possedere cavalli era segno di status; Pindaro celebrò le vittorie ippiche dei signori agrigentini. Nella battaglia di Himera (480 a.C.) la cavalleria giostrò un ruolo decisivo: Gelone di Siracusa travestì i suoi cavalieri da alleati selinuntini e fece incendiare le navi puniche, assicurandosi la vittoria. Il successo di Himera fu reso possibile anche dai diecimila Akragantini schierati da Terone, che conoscevano ogni altura fra il fiume Imera e la costa. Anche nelle cerimonie civiche la cavalleria segnava la differenza di classe: il racconto letterario del ritorno dell’atleta Esseneto menziona una sfilata di trecento carri trainati da cavalli bianchi offerti dalle famiglie agiate, segno che la città poteva mobilitare ingenti forze equestri.

Mercenari e «uomini di bronzo»: un fenomeno strutturale

A fianco del cittadino in armi, Akragas, come molte poleis greche, impiegò in modo crescente mercenari. Secondo lo storico Marco Bettalli, il mercenario era spesso un emarginato costretto dalla crisi economica o dall’esilio. Già nel VII secolo a.C. comparvero i primi chalkeoi andres («uomini di bronzo») al servizio del faraone Psammetico I in Egitto. In Sicilia i tiranni del VI e V secolo si servirono di soldati di ventura come guardie del corpo o per campagne esterne: Falaride e poi Terone mantennero contingenti di professionisti stipendiati. A Himera, circa un terzo dei combattenti greci era costituito da mercenari provenienti da regioni lontane come Scizia, Tracia e persino Lettonia: lo testimoniano analisi genetiche sui caduti. Gelone di Siracusa avrebbe assoldato diecimila coloni stranieri, e in cambio della loro fedeltà promise la cittadinanza.

Nel IV secolo la crisi economica e le guerre fecero esplodere il fenomeno: gli stipendiati cercavano un bottino più che la fine della guerra. La paga quotidiana si aggirava sui due oboli, inferiore a quella di un operaio, e spesso i pagamenti tardavano. I condottieri più capaci offrivano bottini migliori e si assicuravano la fedeltà delle truppe, come faranno in seguito Ificrate e Timoteo. Tuttavia l’infedeltà era la norma: durante l’assedio del 406 a.C. i mercenari campani corrotti dai Cartaginesi abbandonarono la città, e il comandante spartano Dessippo disertò con i suoi opliti.

Preparativi e composizione dell’esercito nel 406 a.C.

Dopo la vittoria di Himera, Akragas conobbe decenni di pace e di prosperità. Ma la guerra del Peloponneso e il ritorno dei Cartaginesi (409–406 a.C.) trovarono una città impreparata. Diodoro racconta che durante l’assedio la popolazione aveva preso talmente gusto al lusso che si dovette vietare a chi montava la guardia di portare più di un materasso e due cuscini. In previsione dell’attacco, Akragas potenziò le mura e arruolò ogni maschio adulto. Le fonti riferiscono che la città poteva schierare circa diecimila uomini, ma ritenne necessario ingaggiare il generale spartano Dexippo con 1 500 opliti e un contingente di mercenari campani per rafforzare l’esercito. Siracusa, temendo per l’isola intera, inviò 30 000 opliti e 5 000 cavalieri al comando di Daphneo per liberare l’assedio. I mercenari e i cittadini erano schierati con cura: gli Akragantini difendevano le mura e la cittadella, mentre i mercenari occupavano il promontorio dell’Athenaion e fungevano da riserva.

Il Cartagininese Annibale Mago costruì due campi fortificati: uno principale con 40 000 Iberi e Africani e un accampamento di mercenari sull’altura orientale. Quando i Siracusani riuscirono a infliggere una sconfitta ai Punici, gli Akragantini chiesero di uscire per inseguire il nemico, ma i loro generali (compreso Dexippo) rifiutarono per paura di una trappola. Questa prudenza – o corruzione, secondo alcuni – portò alla rovina: la flotta cartaginese intercettò i convogli di rifornimento, la fame dilagò e i mercenari campani, corrotti da Himilco, disertarono. Quando le riserve divennero insufficienti, l’intera popolazione (circa 40 000 persone) abbandonò la città con i soldati e si rifugiò a Gela. La difesa si dissolse: il mattino seguente i Cartaginesi entrarono in Akragas quasi deserta e la saccheggiarono.

Ordine di battaglia: corpo cittadino e reparti ausiliari

Per comprendere la formazione dell’esercito akragantino nel V secolo bisogna distinguere fra vari elementi:

  • Opliti cittadini – Il nerbo dell’esercito era costituito da circa diecimila opliti. Ciascun cittadino benestante doveva fornire l’armatura completa; i contadini piccoli proprietari servivano come fanti leggeri. La coesione della falange dipendeva dalla solidarietà civica, che nel tempo venne erosa dall’affidamento crescente ai mercenari.
  • Cavalleria – Forza di élite formata dagli aristocratici. Akragas e la vicina Gela potevano mettere in campo centinaia di cavalieri, come mostra la sfilata di trecento carri narrata nella novella su Esseneto. Nella battaglia di Himera la cavalleria combinata di Siracusa e Akragas contava circa 5 000 uomini; nel 406 a.C. Siracusa inviò 5 000 cavalieri a soccorso della città.
  • Mercenari greci e italici – Usati dai tiranni come guardia personale e come truppe d’assalto. Nel 480 a.C. combattenti provenienti da Scizia, Tracia e altre regioni costituivano il 30 % dell’esercito greco a Himera. Nel 406 a.C. Akragas stipendiò 1 500 opliti spartani e mercenari campani. Siracusa aveva fatto lo stesso: le truppe di Daphneo includevano mercenari italici.
  • Truppe leggere e ausiliarie – A fianco della falange erano impiegati arcieri, frombolieri e giavellottisti. Per contrastare i libici, iberici e numidi dell’esercito punico, gli Akragantini dovettero ricorrere a reparti di peltasti e schermagliatori. La pratica delle imboscate e del combattimento mobile – introdotta nel IV secolo dalle riforme ificratee – cominciò a diffondersi anche in Sicilia.
  • Schieramenti multi-etnici – I Carthaginesi arruolavano genti diverse: iberici con spada falcata e scudo caetra, frombolieri delle Baleari, libici e numidi, campani e sanniti. L’esercito greco dovette adattarsi a combattimenti contro nemici eterogenei, integrando tattiche di cavalleria leggera e truppe ausiliarie.

Critica e bilancio

Akragas seppe creare un esercito composto da cittadini disciplinati e cavalieri aristocratici, ma ricorse sempre più spesso a soldati di ventura. L’affidamento ai mercenari, utile per vincere guerre esterne, divenne fatale nel momento in cui la virtù civica si erose. Durante l’assedio del 406 a.C. la popolazione, abituata al lusso, non era più disposta a sopportare privazioni; la fuga dei mercenari pagati e la carenza di rifornimenti resero inevitabile l’evacuazione. Paradossalmente, la tradizione militare akragantina, che nel 480 a.C. aveva inflitto a Cartagine la peggiore sconfitta della sua storia, si disintegrò meno di un secolo dopo.

Conclusioni

L’esercito di Akragas nel V secolo a.C. nacque dalla fusione di tre elementi: il cittadino-oplita addestrato alla falange, l’aristocrazia equestre e un numero crescente di mercenari. La potenza militare della polis fu legata a un’economia prospera e alla capacità di attrarre professionisti delle armi da tutto il Mediterraneo. Tuttavia questa stessa prosperità generò un’inerzia sociale che nel 406 a.C. si tradusse in decadenza: quando il dovere civico si appanna, il bronzo degli scudi si consuma. La storia di Akragas mostra come la forza militare sia inseparabile dalla coesione politica. Se la città, definita da Pindaro «la più bella tra i mortali», volle vivere come se fosse eterna, dimenticò che la disciplina e il sacrificio sono i veri custodi delle mura.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia Agrigento

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