La foto (apparsa sul Giornale di Sicilia il 10 settembre 1968) è una piccola commedia agrigentina. Da una parte c’è il Telamone, gigante di pietra caduto da secoli, reduce da terremoti, guerre, saccheggi, incuria e discussioni archeologiche infinite. Dall’altra c’è una giovane turista che, con ammirevole disinvoltura, decide di trasformarlo per qualche minuto in una passerella panoramica. Non una semplice visita alla Valle dei Templi: una sfilata sopra la storia.
La scena ha qualcosa di irresistibile. Lei cammina sui tacchi sopra il corpo monumentale del gigante, quasi fosse sul lungomare di San Leone o davanti a una vetrina elegante. Il Telamone, che per oltre due millenni aveva retto idealmente il peso del tempio di Zeus Olimpico, si ritrova improvvisamente a reggere il peso di una spensierata turista. Dalla civiltà dorica alla civiltà del turismo provocatorio: un salto non da poco.
A sinistra arrivano due vigili urbani, in divisa chiara, con passo composto e aria tra l’imbarazzato e il solenne. Non sembrano impegnati in un normale richiamo d’ordine pubblico, ma in una missione diplomatica delicatissima: convincere una signorina a scendere da un gigante senza creare un incidente internazionale tra Agrigento, l’archeologia e la moda femminile.
La ragazza, vista dall’alto della sua posizione, appare quasi come una nuova Nike al contrario: non porta la vittoria, ma un problema di tutela monumentale. I vigili, invece, sembrano due sacerdoti laici della Valle, incaricati di ricordare che i reperti archeologici non sono né panchine, né belvederi, né pedane per fotografie estive.
La forza ironica dell’immagine sta proprio qui: nella sproporzione tra la leggerezza del gesto e la gravità del luogo. Il Telamone non è una pietra qualunque. È il frammento colossale di una delle più ambiziose architetture dell’antichità greca. Ma in quella fotografia appare come un gigante paziente, costretto a subire l’ennesima invasione: non più cartaginese, non più romana, non più borbonica, ma turistica.
E Agrigento, come spesso accade, fa da teatro perfetto alla scena. C’è la grande storia, c’è il paesaggio, c’è il monumento, c’è l’autorità comunale, e c’è pure l’imprevisto comico. Mancano solo un venditore di granite e un commentatore al bar per completare il quadro.
Quella donna probabilmente voleva solo una foto originale. Riuscì invece a produrre un documento magnifico: il momento esatto in cui la Valle dei Templi smise per un istante di essere soltanto archeologia e diventò commedia umana. Il Telamone, se avesse potuto parlare, non avrebbe invocato Zeus. Avrebbe detto più semplicemente: “Signorina, almeno si tolga i tacchi”.


Tra folk e famiglia: l’estate agrigentina di Nelly Fioramonti