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manifestazione per l'acqua a porto empedocle
manifestazione per l'acqua a porto empedocle

La notte che sconvolse Porto Empedocle

17 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

La notte del 15 maggio 1900. Disordini a Porto Empedocle per l’acqua. Una tumultuosa dimostrazioneavvenne ieri sera a Porto Empedocle, in provincia di Girgenti. Cinquecento popolani, irritati, per la deficienza dell’acqua, riunitisi sulla piazza, percorsero le vie principali gridando: “Abbasso il Municipio! vogliamo l’Acqua!

Passando vicino al Circolo Civile, lo invasero come tante furie, devastando le sale, rompendo i vetri e i mobili. Fortunatamente ad impedire nuovi gravi eccessi accorse subito la truppa, che intimò alla folla di sciogliersi. I popolano risposero con una fitta sassaiuola, che fortunatamente non ferì alcuno. la truppa allora fece gli squilli regolamentari disperdendo i dimostranti. Furono arrestati sei popolani, ritenuti promotori e caporioni della dimostrazione. La calma fu subito ristabilita. 

Il documento del 1834 delinea un quadro drammatico e per molti versi speculare a quello del 1900. In primo luogo, emergeva un’emergenza di salute pubblica: a causa della “cattiva costruzione dell’acquidotto”, l’unica acqua disponibile per il consumo umano era “ripiena di terra” e apertamente riconosciuta dalle autorità come dannosa per la salute pubblica. L’incuria infrastrutturale era palese, confermata anche dalla menzione dell’abbandono inspiegabile di un precedente bacino di raccolta in muratura, il “Bevajo di Spinola”, un tempo alimentato dalle acque provenienti dalla montagna.  

In secondo luogo, la corrispondenza del 1834 svela un conflitto di classe e di poteri aspro e radicato, basato su una rigida gerarchizzazione nell’accesso all’acqua. Il potere militare e penitenziario dello Stato borbonico godeva di una priorità assoluta e prevaricatrice. Il sindaco Contarini denunciava come, fin dal “far del giorno”, i “servi di pena” (detenuti impiegati nei lavori forzati e nel mantenimento delle infrastrutture del Reale Governo) monopolizzassero la fontana riempiendo enormi barili. Quest’acqua veniva poi trasportata verso le strutture della Real Marina e persino “in case particolari e varie”, configurando una vera e propria privatizzazione e un traffico di una risorsa vitale pubblica a vantaggio delle istituzioni coercitive e dei loro protetti.  

Questa diatriba tra poteri dello Stato – il Sindaco Contarini che rivendicava orgogliosamente un diritto civile di “possesso dell’acqua da parte della popolazione da circa un secolo”, e i militari che difendevano le proprie prerogative imperiali – evidenzia come la lotta per l’acqua a Porto Empedocle fosse, fin dagli albori, una lotta per i diritti civili, la dignità e la limitazione del potere dispotico.

Le ricerche storiche indicano che in epoche precedenti il territorio beneficiava di risorse naturali più abbondanti, come la sorgente di ‘Ayn al-Giuhaf (nota come Fonte di Ciuccafa), menzionata già in documenti del 1305 legati a insediamenti rurali prosperati proprio grazie a ricche vene d’acqua sotterranee. Tuttavia, tra il 1817 e il 1847, il paesaggio agrario circostante Porto Empedocle subì una radicale trasformazione a causa di un massiccio e incontrollato disboscamento. Si stima che in appena trent’anni fu abbattuta e sradicata circa la metà della foresta originaria che cingeva i pendii e le vallate dell’area.

L’identificazione del Circolo Civile come bersaglio eletto non ha nulla di casuale. Nella sociologia urbana delle cittadine del Mezzogiorno tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, i circoli (noti anche come “Circoli dei Nobili”, “Casini di Conversazione” o “Circoli dei Galantuomini”) assolvevano a funzioni cruciali per il mantenimento dell’egemonia delle classi dirigenti. Essi rappresentavano la sublimazione fisica e spaziale della barriera di classe. Era all’interno di questi salotti, comodamente arredati e isolati dai rumori dei carriaggi e dal fetore del porto, che si esercitava il potere reale. Nel Circolo si stringevano accordi commerciali per i noli marittimi, si concertavano gli appalti, si decidevano a tavolino i nomi dei sindaci e si contrattavano le commesse pubbliche con prefetti, deputati, comandanti militari e ingegneri del Genio Civile.

I vetri infranti e le poltrone sventrate del Circolo Empedoclino non erano danni collaterali, ma la profanazione volontaria dei simboli di uno status socio-economico percepito dalla folla come parassitario, edificato esclusivamente sullo sfruttamento delle braccia dei lavoratori e sull’espropriazione sistematica delle risorse collettive, a partire proprio dall’acqua.

La risoluzione tattica dello scontro si basò su un formidabile dispositivo di intimidazione bellica: gli “squilli regolamentari”. Questi segnali di tromba, previsti dai manuali di ordine pubblico dell’epoca, costituivano l’ultimatum uditivo che precedeva inequivocabilmente il comando di fare fuoco sulla folla inerme. Il panico suscitato dalla prospettiva imminente di un massacro militare sortì l’effetto desiderato, provocando la dispersione caotica dei dimostranti. A suggellare il ristabilimento del primato statale, si procedette con l’arresto e l’incriminazione di sei popolani, definiti dalla narrazione ufficiale come “promotori e caporioni della dimostrazione”. Questa prassi giudiziaria mirava a chirurgicamente derubricare un sollevamento organico, strutturale e motivato da istanze biologiche e sociali di un’intera comunità, a una mera turbativa dell’ordine pubblico causata dall’opera occulta di pochi facinorosi o agitatori anarchici, silenziando così le reali colpe omissioni dell’amministrazione centrale e periferica. “La calma fu subito ristabilita”, chiosò lapidario il dispaccio, una formula di rito che certificava l’ennesima vittoria delle armi sulla giustizia sociale, pur lasciando totalmente inevasa la tragica domanda di acqua potabile.  

L’analisi estesa e diacronica della vicenda idrica empedoclina dimostra come l’episodio del 14-15 maggio 1900 non possa, e non debba, essere derubricato dagli storici a un pittoresco ma sterile capitolo dell’ordine pubblico nell’era pre-giolittiana. Quella sollevazione furibonda si configura, al contrario, come un evento catalizzatore primario, una vera e propria epifania della profonda e inestinguibile sperequazione strutturale che ha marcato a fuoco le tappe della modernizzazione del meridione italiano.

I cinquecento popolani e zolfatari che, sfidando gli “squilli” della truppa militare, sfondarono e fecero a pezzi i raffinati mobili del Circolo Civile sotto una spietata pioggia di pietre, non reclamavano unicamente la pioggia biologica per le loro gole inaridite, ma inauguravano in modo traumatico e rivoluzionario una prassi moderna di rivendicazione collettiva dei diritti civili fondamentali e dell’accesso democratico alle risorse naturali collettive.

Il loro scontro senza mediazioni contro il Palazzo Municipale svuotato di potere e la distruzione dei simboli elitari del potere borghese locale costituiscono un lascito memoriale e sociologico di importanza fondamentale. È in questa inesausta dialettica tra le istituzioni percepite come predatrici e i cittadini ridotti all’esasperazione organica che risiedono le ragioni profonde, sotterranee e carsiche della perenne sfiducia popolare verso la macchina dello Stato centrale in Sicilia.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia ComuniTag: acqua, porto empedocle, protesta, ribellione

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