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tempio della Concordia foto quiresi
tempio della Concordia foto quiresi

La grande bellezza ellenica: i templi siciliani che sfidarono Atene

24 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

Fervore intellettuale alla Corte dei Dinomenidi

Sicilia antica era popolata da una tale mescolanza di coloni di origine dorica e ionica che doveva ben presto dare i suoi frutti intellettuali: il primo grande poeta siceliota, se la sua origine imerese viene ammessa, è Stesicoro, vissuto tra la fine del VI e il VII secolo avanti Cristo autore di varie odi tra le quali resta celebre la Iliupersis o distruzione di Ilio (o Troia), di un poemetto, l’Elena, e dell’Oresteia, che forse tanto doveva contribuire anche alla formazione di alcune tragedie eschilee.

Un  altro grande era Epicarmo, forse di Megara ma detto dalla tradizione siracusano al quale non soltanto si deve la commedia ma anche quelle gustose parodie delle scuole filosofiche che ci sono state tramandate in abbondanza attraverso varie sentenze: anche Epicarmo è vissuto in epoca particolarmente gloriosa per la Sicilia, fra la fine del VI e gran parte del V secolo, quando altri grandi uomini erano sorti ad affermare la superiorità delle cose dello spirito, come Empedocle in Agrigento, il grande saggio creatore di un nuovo indirizzo scientifico nella medicina nonché di un poema che raccoglieva in sintesi poetica le aspirazioni mistiche del suo tempo presentando la crisi della vecchia mitologia.

Ma il grande centro intellettuale creato alla Corte dei Dinomenidi ai tempi della battaglia di Intera sì adorna dei nomi di Pindaro, Simonide, Bacchilide che a turno cantano diverse vittorie atletiche dei tiranni e degli atleti sicelioti: di quello di Eschilo che per ben tre volte forse frequenta la Corte e fa rappresentare la nuova tragedia, Le Etnee e successivamente nel teatro siracusano, anche ì Persiani e infinequello di Platone che viene anch’egli per tre volte a Siracusa

Ai tempi di Dionisio I (il vecchio) e poi forse sotto Dioniso II (il Giovane), per esperimentarvi le sue teorie politiche col favore del nipote di Dionisio, Dione, Una tale attività intellettuale, artistica e poetica, anche dalla costruzione dei templi maestosi che emulano quelli greci.

Così sorgono a Siracusa templi come Apollonion e l’Atenaion che ancora possono attestare la vitalità della loro straordinaria architettura dalle colonne potenti rastremate verso l’alto, e ad Agrigento come a Selinunte esempi di una smisurata architettura che nella Grecia non si erano mai verificati: l’Olimpeion ad Agrigento e Haeraion a Selinunte.

Questa grecità periferica si alimenta delle stesse fonti tecniche greche, ma con dimensioni dilatate. Né minore interesse hanno le scuole di scultura; pur affidate ad artisti greci, è indubbio che le sculture di Selinunte specialmente sono realizzazioni di una scuola locale che ha avuto una lunga tradizione e che forse è da riconoscere anche in opere isolate come l’Efebo di Castelvetrano

 Dopo un periodo di torbidi rivolgimenti interni in Siracusa, che portano al potere personaggi inetti e per breve tempo ancora Dionisio II, la crisi dello Stato siracusano si placa con la chiamata di un saggio uomo politico corinzio, Timoleone, il momento e di nuovo difficile per la Sicilia, perché i Cartaginesi hanno addirittura invaso il porto di Siracusa.

Nell’azione di Timoleonte, essenzialmente rispettosa delle libertà democratiche e passata ai posteri come esempio di saggezza indiscussa, è da vedere anzitutto l’energica difesa degli interessi siciliani contro Cartagine, conclusasi con la battaglia del fiume Crimiso presso Segesta e poi la metodica preparazione strategica attraverso una serie di punti fortificati — che sempre di più appaiono evidenti dopo recenti ricerche archeo-logiche nelle zone anche interne della Sicilia — come ad esempio nel retroterra di Gela e nel territorio fra questa città e la costa settentrionale dell’isola.

La morte di Timoleonte scatena di nuovo una breve crisi interna in Siracusa, presto dominata dalla personalità di un militare nativo di Termini imerese, figlio di Carchino, Agatocle.

Prima dittatore e poi vero e proprio re nel 303, egli anzitutto realizza una egemonia delle città siceliote per potere fronteggiare il nemico cartaginese.

L’idea di portare addirittura in Africa le armi siciliane prevenendo il nemico secolare e creandogli delle basi di continuo disturbo dal 310 al 306. a. C sembra direttamente precorrere le imprese dei comandanti romani più famosi.

Il sogno di Agatocle. di idee democratiche radicali, fu anche quello di realizzare una grande unione in Magna Grecia, nel Bruzio ed in Puglia, e di estendere il dominio anche ad una vecchia colonia corinzia Corcira (Corfù).

Un nome affiora facilmente alla mente nel considerare la figura di Agatocle, quello di Dionisio, con la differenza che Agatocle cerca anche, senza avere il tempo di realizzarla, una unità egea, mentre Dionisio accentua forse il suo proposito essenzialmente italico.

Ma la morte di Agatocle, che vuol restaurare, alla fine della sua vita, la libertà in Siracusa ed in genere nelle città siceliote, interrompe bruscamente questo processo.

Né il genero di quel condottiero, Pirro re del Molossi di Epiro, nel suo rinnovato sogno di panellismo, riesce durevolmente a stabilire fra il 278 ed il 276 a. C. in una breve ed agitata permanenza, una nuova unità; il pericolo cartaginese à affrontato da lui energicamente, i Fenici sono ridotti a conservare soltanto la basi di Lilibeo.

Ma il re premuto dalla situazione preoccupante dell’Italia meridionale e dalla incomprensione dei problemi siciliani, abbandona l’impresa e la Sicilia ricade in una situazione precaria.

La fortuna della Sicilia antica è stata sempre quella di avere avuto la possibilità di esprimere dal ceto militare in alcuni momenti difficili della sua vita politica personalità di rilievo.

Dopo un breve periodo di crisi, ecco sorgere la figura dello stratega siracusano Cerone, che costituisce, dal 275 e fino al 215, uno dei fondamenti più saldi della unità siceliota.

Unità che entra In profonda crisi perché il sogno del panellismo, che durante il regno di Timoleonte era affiorato in molti spiriti, aveva ricevuto un duro colpo con la progressiva decadenza della vita politica della Grecia propria, Gerone II sente questa crisi, e cerca di adeguare i mezzi militari alla nuova situazione.

Egli si trova a fronteggiare duo pericoli: anzitutto quello dello Stato del Mamertini, formatosi poco prima, che costituiva una minaccia, dato che andava continuamente invocando l’aiuto cartaginese nell’isola; questo aiuto era ormai troppo vicino, Annibale si trovava addirittura a Lipari.

La difesa del regno siracusano è quindi affidata a Gerone proclamato re, che con una accorta politica riesce ancora a salvare l’unità siracusana ottenendo, attraverso trattative, di conservare uno Stato con Megara, Acre, Leontini e Noto, e poi addirittura di essere considerato alleato del popolo romano.

È in (mesto momento che Roma si sostituisce in certo senso alla secolare difesa dai Cartaginesi organizzata sempre da Siracusa, ed ottiene l primi successi, anziutto ad Agrigento contro Annibale e poi nella celebre battaglia navale di Milazzo condotta da Duilio, lì posto della potenza siracusana è ormai quello di Stato vassallo di Roma, mentre le città siceliote, da Segesta che vanta la vecchia parentela nientemeno troiana, ad Alesa e ad altre sessanta località, si raccolgono tutte  intorno alla nuova potenza.

La lotta si fa dura: dopo la vittoria del capo Ecnomo da parte romana, l’esercito passato in Africa con Attilio Regolo si trova in difficoltà; ma la tenacia romana nel debellare le basi più importanti dei Cartaginesi, come Panormo, ha il sopravvento, ed ormai i Fenici sono ridotti soltanto a mantenere saldamente Drepanam e Lilybaeum.

Una nuova vittoria navale alle isole Egadi da parte del console L. Lutazio Catulo nel 242 lascia nelle mani romane tutta la Sicilia e assicura l’immunità a Gerone II ed a tutti i Sicelioti.

I quali, attraverso la lungimirante politica del tiranno che stringe relazioni anche con stati lontani, come l’Egitto e Rodi, ed esercita una politica assai attiva di contatti con i residui di ellenismo sparsi per il mondo mediterraneo, conoscono nel III secolo ancora momenti felici.  

Di questo mondo alessandrino, nel quale all’interesse per la poesia e le arti figurative si unisce l’erudizione critica e la scienza. sono espressioni altre due personalità vissute proprio ai tempi di Gerone II, Archimede e Teocrito.

Il primo grandissimo fisico e matematico, al quale, come è noto, si fanno risalire principi fondamentali di statica e di idraulica, il secondo delicato poeta idillico del quale ci resta abbastanza per giudicarlo fra le più originali espressioni della poesia mimica alessandrina, degno successore di quei poeti mimici che avevano avuto già in Siracusa qualche alta manifestazione.

Il successore di Gerone, Gelone, morto prematuramente, e poi Geronimo, patrocinarono una politica filocartaginese, ma non ebbero successo.

Una rinascita dello spirito antiromano in Sicilia, fra il 215 ed il 212, termina nel famoso assedio di Siracusa nel quale la città, invano difesa dalle invenzioni di Archimede, cade sotto i colpi di ariete dei legionari di M. Claudio Marcello che pone così fine allo Stato siracusano.

Mentre l’ordinamento romano dei decenni precedenti aveva assunto in Sicilia un aspetto provvisorio, prima con i questori poi con un pretore, la conquista di Siracusa ne accelera l’evoluzione; e vengono così distinte le città alleate (Centuripe, Alesa, Segesta, Alicia e Panormo) e spontaneamente favorevoli ai Romani da quelle sottomesse che sono obbligate a dare la decima dei loro prodotti; altre infine sono censorie, cioè appaltate dai censori e veri pubblici territori romani; altre ancora, tre soltanto, federate, Messana, Tauromenio e Noto.

Il pretore fornito di imperium è assistito da due questori, quello di Siracusa e quello di Lilibeo. Dalla Sicilia ormai sottomessa partono le spedizioni per l’Africa di Scipione; ma l’isola non rientra più nella fase di vita autonoma dell’ellenismo.

Il progresso della vita agricola siciliana porta con sé fatalmente l’acuirsi del problema degli schiavi; ecco delinearsi, intorno al 139 a. C., la rivolta di Euno che occupa Enna, e la successiva liberazione di ottocento schiavi che suscita, per una serie di incomprensioni, le reazioni più varie dopo il 104 e che culmina in una guerra soffocata nel sangue nel 99.

Un episodio famoso del governo romano del I secolo a. C. è quello della pretura di Verre, disonesto amministratore e vessatore dei provinciali, che ebbe straordinaria eco per l’accusa lanciata dal più famoso avvocato del tempo, Cicerone, che in due orazioni pronunziate ed in altre cinque scritte illustrò a colori certamente foschi quel malgoverno; il significato politico di questo processo trascende i termini di una controversia provinciale per assurgere ad esempio della volontà romana di difendere sempre gli interessi di coloro che erano affidati alla pubblica amministrazione.

L’isola resta nelle mani di Siila, cioè di Pompeo da lui inviato, nella lotta contro Mario, mentre passa nelle mani di Cesare e poi di Sesto Pompeo nella lotta contro Ottaviano; soltanto la vittoria di Agrippa a Milazzo e la sconfitta definitiva degli avversari di Ottaviano darà la Sicilia allo Stato legale romano della seconda metà del I secolo a. C.

È in questo periodo che fiorisce uno degli storici sicelioti più importanti, la cui opera ci è giunta in buona parte, Diodoro Siculo di Agira. La tradizione storiografica siceliota era stata davvero celebre, ma sfortunatamente le opere degli storici dell’isola non ci sono giunte che in minima parte.

Il primo era stato Antioco di Siracusa, vissuto nel V secolo ed autore di una Storia della Sicilia in nove libri, la cui eco con fatica gli studiosi raccolgono da Tucidide e più tardi da Dionisio di Alicarnasso; altro storico era stato Filisto, amico di Dionisio I ed autore di Sikelikà; infine, alla metà del IV secolo, fiorisce quel Timeo di Tauromenio che era un grande erudito e soprattutto nemico di Dionisio e di Agatocle mentre esaltava Timoleonte.

Anche di Timeo non ci sono giunte che testimonianze indirette, ma sappiamo abbastanza delle sue antipatie politiche attraverso Polibio.

Contemporaneo di Cesare è infine Diodoro, autore di una specie di storia universale, la Biblioteca storica, in quaranta libri giunti in larghi squarci.

È un’opera naturalmente annalistica ed assolutamente noiosa, ma, nel naufragio generale della storiografia siceliota, preziosissima; il disegno di presentare una storia del mondo di allora, risponde alle nuove idealità universali che l’estensione del dominio romano aveva rese familiari ormai a tutti.

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia SiciliaTag: sicilia

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