L’evoluzione storica del territorio agrigentino tra XI e XV secolo: confini, economia e insediamenti medievali
L’ellenizzazione del territorio agrigentino
Il territorio agrigentino conobbe un primo fattore di unità nel processo di ellenizzazione delle valli del Salso, del Platani e dei fiumi minori, portato a compimento fra il VII ed il V secolo a.C. da Gela, Agrigento ed Eraclea Minoa
Fra Salso e Platani, inoltre, sono da fissare con molta probabilità i confini orientali ed occidentali della diocesi agrigentina in età paleocristiana e bizantina.
Più tardi, nell’ultima fase del dominio musulmano, il territorio di Agrigento (con esclusione della contrada saccense) fu accorpato nella taifa di Ibn al Hawwas e quindi di Ibn Hammud, insieme alla vasta fascia centrale che da Enna e Caltanissetta giungeva ad Ovest fino a Castronovo ed a Nord fino a Termini.
I confini della taifa saranno riprodotti a partire dalla fine dell’XI secolo da quelli della rinata diocesi di Agrigento che incorporerà anche l’area più occidentale dell’attuale provincia, fino al Belice, pertinente in età bizantina alla non più ricostituita diocesi di Triocala.
Il ricordo della taifa hammudita sembra sopravvivere anche in un’altra aggregazione territoriale che nei documenti dal XIII al XV secolo si presenta non priva di una sua seppur sfumata individualità: l’insieme dei «valli» di Agrigento e Castrogiovanni (Enna) e le partes di Termini.
E non vi è motivo per ritenere che i confini del «vallo» bassomedievale di Agrigento differissero molto da quelli della «valle» di Girgenti in età borbonica e quindi, grosso modo, dell’attuale provincia.
Questa unità storica, d’altra parte, affonda radici profonde in una grande unità geomorfologica.
Dal bacino del Salso al Platani si estende, giungendo, verso Nord, a lambire le Madonie; la vastissima formazione gessoso-solfifera: «un’immensa crosta di gesso a stratificazione variabilissima, spesso contorta ed estremamente sconvolta, solcata qua e là da profonde ma strette denudazioni che scoprono le sottostanti argille».
Zolfo, sale e risorse economiche nell’area agrigentina
È il paesaggio collinare spesso monotono, a volte tormentato e profondamente eroso, della Sicilia interna del grano e delle zolfare. Zolfo e sale d’altra parte, hanno avuto una parte di primissimo piano nello sviluppo e nella ricchezza dell’area, dalla preistoria ad età romana, al medioevo ed oltre. Sulla successione monotona di basse e nude colline, si levano bruscamente qua e là aspri rilievi che, seppure non molto alti, grazie ad una morfologia estremamente favorevole, pareti a picco, pochi e ripidi canaloni d’accesso, pianori o pendii sommitali, hanno offerto all’uomo una riserva di siti naturalmente difesi e periodicamente rioccupati.
Monte della Giudecca, Monte Guastanella, Monte Castello, non sono che tre esempi fra i parecchi possibili.
La monocultura granaria e la produzione agricola medievale
I suoli relativamente poveri non offrono frequenti alternative alla monocultura granaria.
È qui da Cammarata a Sambuca, da Licata a Sciacca, che si concentra alla fine del XIII secolo la più alta produzione cerealicola di tutta l’isola.
Il fodro aragonese del 1282 raccoglie nell’area agrigentina il 30,80% del grano ed il 24,19% dell’orzo richiesti a tutta l’isola.
Le vigne, le culture arboree e quelle specializzate come il cotone, vengono impiantate presso i centri abitati maggiori e nelle vicinanze dei corsi d’acqua.
Lungo le sponde dei fiumi principali (il Belice, il Turvoli, il Platani) si ritrovano anche alcuni mulini , oltre quelli impiantati direttamente su sorgenti.
Grano e colture specializzate lasciavano però ampi spazi al pascolo, anche nelle fasi di maggiore espansione della cerealicoltura.
Agrigento, Licata, Sciacca ed alcuni centri minori ebbero richiesto complessivamente nel 1282 il 6,14% del bestiame bovino ed il 5% di quello ovino .
La presenza di vaste aree boschive sulla montagna da Cammarata a Burgio e Caltabellotta era alla base anche di uno sviluppato comparto di allevamento suino che fornì all’armata aragonese il 13,37% dei capi richiesti a tutta l’isola.
Al passaggio interno reso monotono dall’unità litologica e dalla alternanza di grano e pascolo, fa riscontro una costa aperta e priva di profonde insenature.
Porti e scambi commerciali nel Medioevo: un’analisi locale
I pochi porti, fin dall’antichità, si sviluppano sulle foci dei fiumi principali, a Selinunte come ad Eraclea, ad Agrigento ed in parte a beata, ove la foce del Salso poteva offrire un comodo riparo alle imbarcazioni, soprattutto «al tempo di vernata».
Le lunghe spiagge orlate da dune vengono interrotte qua e là da falesie e scogliere di tufo e trubi biancastri che hanno dato il nome a Capo Bianco e forse, nell’antichità, a Licata.
Dall’abbandono di Gela, Eraclea e Selinunte il litorale è rimasto per secoli pressappoco deserto.
Fra tarda antichità ed altomedioevo Agrigento si ritrae sulla «Collina di Girgenti», allontanandosi ulteriormente dal mare e dal porto che riprenderà a svilupparsi, nel nuovo sito dell’attuale Porto Empedocle, solo in età musulmana .
Aquae Labodes o Terme Selinuntine (la futura Sciacca) è per gli itinerari antichi solo una statio e Licata (l’antica Phintia) è nuovamente documentata solo a partire dalla prima età normanna come un modesto castrum, fortilizio ed abitato munito insieme.
Solo la documentazione del XII secolo, più numerosa e meno vaga, permette di attribuire nascente dignità di centro urbano a queste due località.
Ma per il resto la costa risulta ben poco popolata, anche nelle fasi di maggiore incremento dell’abitato.
Sciacca, Agrigento, Licata e più tardi Gela (fondata come «Terra nova» da Federico II), punteggiano a considerevole distanza l’una dall’altra una fascia litoranea quasi priva di insediamenti.
Le vie di collegamento interne e costiere nel XII-XIII secolo
Questi centri principali sono collegati da un tracciato viario ricostruibile almeno nel complesso ed attestato con certezza, in qualche tratto, da un ponte, da un fondaco o da un ospedale per i viandanti.
Altri tracciati viari, tanto sfumati per noi quanto netti per chi nel XII o XIII secolo se ne serviva per fissare confini, collega-no lungo le vallate del Platani e del Belice, Agrigento e Sciacca a Palermo.
O meglio, prima e di più, le aree cerealicole, pastorali ed estrattive dell’interno ai caricatori ed alle città costiere.
Costa aperta, quindi, costa importuosa.
Il litorale agrigentino tra pericoli e sbarchi storici
Ma pericolosamente vicina all’Africa, esposta ed indifendibile, porta spalancata di un entroterra agevolmente accessibile lungo le vallate fluviali.
È la spiaggia degli sbarchi da sempre: dai Vandali ai musulmani di Asad, dagli angioini che assediano Sciacca ai saraceni che devastano Gela nel 1399 (19), ai turchi che bruciano Licata, ai barbareschi che infestano il litorale fino ai primi decenni del secolo scorso (20).
Allo sbarco del 1943.
fonte Ferdinando Maurici, L’INSEDIAMENTO MEDIEVALE NEL TERRITORIO
DI AGRIGENTO: INVENTARIO PRELIMINARE
DEGLI ABITATI (XI-XV SECOLO),


Antropologia di Agrigento: Sicani e Siculi due culture intrecciate