Un’analisi approfondita del processo di dissoluzione dei beni ecclesiastici in Sicilia tra il periodo borbonico e l’unificazione italiana, con particolare attenzione alle dinamiche sociali ed economiche che caratterizzarono le diverse fasi di questo fenomeno storico.
Il patrimonio ecclesiastico in Sicilia, come nel resto del Regno di Napoli, costituiva una realtà economica e sociale di straordinaria rilevanza. Alla metà del Settecento, la Chiesa possedeva vaste proprietà terriere e godeva di notevoli privilegi fiscali e giudiziari che ne facevano una delle istituzioni più potenti dell’isola. Il processo di dissoluzione di questo patrimonio si articolò in tre fasi principali: durante il riformismo borbonico settecentesco, nel Decennio francese (che però non toccò direttamente la Sicilia) e infine con l’unificazione italiana.
La Chiesa nelle Due Sicilie: dimensioni del fenomeno
Nel Regno di Napoli e di Sicilia, alla metà del Settecento, tra secolari e regolari, gli ecclesiastici ammontavano a circa 112.000 unità su una popolazione di poco più di tre milioni di abitanti. La loro proprietà si estendeva per quasi un milione di ettari su 7.700.000 dell’intera superficie del Regno. Secondo stime più realistiche, la proprietà del clero si attestava intorno al 30% del totale, una percentuale in linea con il resto degli Stati italiani. Ciò che rendeva particolarmente pesante l’influenza della Chiesa era la pretesa della Santa Sede di considerare il Regno napoletano come un suo feudo, con un contributo alla fiscalità pontificia che oscillava tra 1,5 e 2 milioni di ducati annui.
Il riformismo borbonico e le prime alienazioni in Sicilia
Durante il regno di Carlo di Borbone (1734-1759) e soprattutto con il ministro Bernardo Tanucci, si intensificò l’azione dello Stato per ridurre i privilegi e l’influenza economica e politica della Chiesa. Il concordato del 1741 rappresentò un primo importante risultato in questa direzione, ponendo limiti all’immunità fiscale dei beni ecclesiastici.
Un momento cruciale fu l’espulsione dei gesuiti dal Regno di Napoli nel 1767, che portò al recupero dei loro beni e collegi da parte dello Stato. Solo in Sicilia, circa 40.000 ettari di terra appartenenti alla Compagnia di Gesù furono venduti o dati a censo ai contadini. Francesco Renda ha mostrato come nell’isola Tanucci sia riuscito, nonostante le enormi difficoltà, a evitare il saccheggio delle proprietà gesuitiche da parte della nobiltà locale per affidarle in parte a imprenditori (gabellotti) e in maggioranza, il 55-60%, ai contadini, in piccoli lotti e con tenui canoni.
Questo tentativo di censuazione mirava a creare una classe di piccoli proprietari contadini, contrapponendosi all’assenteismo e all’agricoltura estensiva. Tuttavia, la caduta di Tanucci nel 1776 segnò l’inizio della liquidazione dell’esperimento. In Sicilia, gli interessi baronali ebbero il pieno sopravvento con il nuovo ministero del marchese della Sambuca. Inoltre, il cronico indebitamento dei contadini, privi di mezzi per coltivare le terre avute in censo e costretti a rivenderle ai grandi proprietari, si rivelò un limite insormontabile. Il problema della censuazione delle terre ecclesiastiche venne ripreso solo negli anni Novanta.
La Sicilia e il Decennio francese
La Sicilia rappresenta un caso particolare nella storia della dissoluzione del patrimonio ecclesiastico, poiché rimase fuori dalle soppressioni napoleoniche. Mentre nel resto del Regno di Napoli, sotto Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat (1806-1815), furono soppressi oltre 1.300 case religiose e i loro beni incamerati nel demanio dello Stato, l’isola, sotto la protezione britannica, continuò a essere governata dai Borbone.
Questo spiega perché, al momento dell’unificazione italiana, la quantità di beni della Chiesa ancora presenti in Sicilia fosse particolarmente cospicua rispetto al resto d’Italia, dove le alienazioni settecentesche e quelle del periodo francese avevano già notevolmente ridotto il patrimonio ecclesiastico.
La liquidazione post-unitaria in Sicilia
Con l’unificazione italiana si assistette alla terza e definitiva ondata di soppressioni e confische del patrimonio ecclesiastico. Nel 1861, il Parlamento discusse un progetto di legge per la vendita delle terre demaniali ereditate dagli antichi Stati e di quelle confiscate alla Chiesa. Le terre da vendere ammontavano a circa 300.000 ettari e interessavano soprattutto le regioni centrali (40%) e meridionali (60%).
In Sicilia la portata dell’operazione fu particolarmente significativa. Al 30 giugno 1914, quando le operazioni relative alla liquidazione dell’Asse ecclesiastico potevano considerarsi concluse, risultavano alienati in Sicilia beni ecclesiastici per un valore di circa 34 milioni di lire, parte dei 298 milioni complessivi ricavati nel Mezzogiorno continentale e insulare.
I beni privatizzati in Sicilia ammontarono a circa 190.000 ettari di terre. La particolarità dell’isola consisteva nel fatto che, a differenza di altre regioni dove i beni furono venduti all’asta, in Sicilia furono generalmente concessi in enfiteusi perpetua redimibile.
Conseguenze sociali ed economiche in Sicilia
Il processo di privatizzazione dei beni ecclesiastici in Sicilia ebbe importanti conseguenze sociali ed economiche. A differenza di quanto sostenuto da alcuni storici, che vedono in questa operazione un’occasione mancata per una riforma agraria a favore dei contadini poveri, in Sicilia l’operazione costituì una significativa redistribuzione della proprietà fondiaria.
A comprare o a prendere in enfiteusi questi beni furono soprattutto proprietari terrieri, ricchi mercanti di prodotti agricoli, professionisti e imprenditori. Scarsa fu invece la partecipazione agli acquisti da parte dei contadini. Questo processo di scomposizione e redistribuzione della terra creò indubbiamente una nuova mobilità sociale fra le classi e un discreto dinamismo investì l’economia agricola siciliana.
Il caso siciliano si differenzia da quello di altre regioni meridionali, come la Basilicata, dove si assistette a una marcata polarizzazione della proprietà, con il consolidamento di consistenti latifondi da un lato e fenomeni di frammentazione fondiaria dall’altro.
Capitali e investimenti
Un aspetto controverso riguarda l’impatto che queste alienazioni ebbero sulla disponibilità di capitali per l’agricoltura. Alcuni storici sostengono che la privatizzazione delle terre ecclesiastiche abbia prodotto un prosciugamento dei capitali prima in mano ai privati, limitando così gli investimenti sui fondi. Altri, invece, ritengono che non necessariamente i capitali utilizzati per gli acquisti sarebbero stati investiti in attività di miglioramento dei fondi.
In Sicilia, il processo di acquisizione delle terre ecclesiastiche sembra aver stimolato un certo dinamismo economico. La nuova classe di proprietari che emerse da questa operazione – composta da borghesi, professionisti e mercanti – dimostrò in alcuni casi maggiore intraprendenza rispetto alla tradizionale aristocrazia fondiaria, introducendo innovazioni nelle tecniche di coltivazione e nell’organizzazione produttiva.
Considerazioni conclusive
Il caso siciliano nella dissoluzione del patrimonio ecclesiastico presenta peculiarità significative nel panorama italiano. L’isola, risparmiata dalle soppressioni napoleoniche, conservò più a lungo la struttura tradizionale della proprietà ecclesiastica, che fu poi massicciamente privatizzata solo dopo l’Unità d’Italia.
Questo ritardo nell’alienazione dei beni della Chiesa ebbe conseguenze importanti per lo sviluppo economico e sociale dell’isola. Da un lato, permise la formazione di una più moderna borghesia fondiaria e imprenditoriale; dall’altro, rafforzò in molti casi il latifondo e non risolse i problemi strutturali dell’agricoltura siciliana.
I 190.000 ettari di terre ecclesiastiche privatizzati in Sicilia rappresentarono comunque un’opportunità di mobilità sociale e di trasformazione economica, sebbene non si realizzò quella redistribuzione a favore dei contadini poveri che alcuni riformatori avrebbero auspicato.
La dissoluzione del patrimonio ecclesiastico in Sicilia costituisce quindi un capitolo fondamentale nella storia economica e sociale dell’isola, segnando il passaggio dall’Antico Regime a una società più moderna, con nuovi protagonisti economici e sociali, anche se persistevano ancora molti elementi di continuità con il passato.
Necessità di ulteriori ricerche
Come sottolineato dagli studiosi, permangono ancora molte lacune nella comprensione di questo processo storico. Mancano studi sistematici sulla specifica situazione siciliana, che permettano di valutare con maggiore precisione l’impatto delle alienazioni sulla struttura della proprietà, sui soggetti sociali coinvolti e sulle trasformazioni agrarie che ne derivarono.
Il tema della dissoluzione del patrimonio ecclesiastico in Sicilia rimane quindi un campo ancora in parte da esplorare, che richiede ulteriori indagini negli archivi dell’asse ecclesiastico per comprendere appieno la portata di questa “rivoluzione economica” che contribuì significativamente alla modernizzazione dell’isola tra Sette e Ottocento.
Elio Di Bella


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