la storia millenaria del grano Tumminia, varietà antica emblematica della cultura agricola siciliana, dalle sue origini greco-latine alla sua attuale valorizzazione come elemento del patrimonio agroalimentare mediterraneo.
Dalle radici antiche: il frumento “trimestrale” nel Mediterraneo
Il grano Tumminia rappresenta uno dei più affascinanti esempi di continuità storica nell’agricoltura siciliana. Il suo nome evoca una tradizione agricola millenaria che affonda le radici nell’antichità classica, quando già Teofrasto (371-287 a.C.) nella sua “Storia delle piante” menzionava il “τρίμηνος” (trìmenos), un cereale con la peculiare caratteristica di maturare in soli tre mesi dalla semina.
Questa particolarità, preziosa per gli agricoltori di ogni epoca, venne successivamente documentata anche da autori latini. Catone, nel suo “De agri cultura” (160 a.C. circa), parla di un “trimenstre”, mentre Columella nel “De re rustica” (30 d.C.) descrive il “trimestre” come un seme “gratissimo” agli agricoltori, poiché permetteva di recuperare un raccolto anche quando, per eccessive piogge o altre cause, non era stato possibile seminare nel periodo autunnale.
Plinio il Vecchio, nella sua “Naturalis Historia” (79 d.C.), aggiunge informazioni cruciali, menzionando sia il “trimestre” che il “bimestre” – quest’ultimo capace di maturare in soli due mesi – e precisa che queste varietà erano particolarmente diffuse nelle regioni montuose di Sicilia e Acaia. Interessante è anche il riferimento al nome greco “setanion”, che contribuisce a tracciare il percorso etimologico che porterà alle denominazioni moderne.
La trasformazione medievale: dal latino all’arabo
Durante l’epoca medievale, il termine latino “trimestre” evolve in diverse varianti come “tremesium”, “tremisium”, “trimense”, mentre parallelamente si sviluppa un nuovo filone terminologico con “marceschia”, riferito ai cereali seminati nel mese di marzo, da cui deriveranno il francese “marsois” e l’italiano “marzuolo”.
Un contributo fondamentale alla storia di questo cereale viene dalla Spagna islamica (al-Andalus), dove autori come al-Tignarī e Ibn al-‘Awwām, tra l’XI e il XII secolo, documentano la coltivazione del “tirmīḥ” o “tharmir”, un cereale dalla crescita rapida seminato in primavera. Questi termini, probabilmente derivati dal latino “trimensis”, mostrano come la cultura agricola mediterranea fosse un terreno di scambio e integrazione tra diverse tradizioni.
La nascita della Tumminia in Sicilia
È nel Cinquecento che si consolida definitivamente l’identità siciliana di questo grano. Nel 1519, lo spagnolo Lucio Cristóbal de Escobar, naturalizzato siciliano e noto come Scobar, nel suo dizionario latino-siciliano attesta per la prima volta il termine “timinia furmentu”, facendolo corrispondere ai termini latini “robus”, “zea” e “alicastrum”. Questa è la prima testimonianza certa che identifica il seme trimestrale non più come varietà di farro o orzo, ma come un tipo specifico di grano duro.
La conferma definitiva arriva un secolo dopo, quando il botanico francescano Francesco Cupani, nel suo “Hortus Catholicus” (1696), descrive scientificamente questa varietà come un “grano glabro, di semina primaverile, rossiccio, all’interno giallo, per farina più abbondante e dolce di tutti, di spiga lunga e stretta”, chiamato dalla gente comune “Tumminia”. Questa denominazione, con le sue varianti come “timinia” e “tumenia”, si era ormai imposta definitivamente, allontanandosi dalle radici greco-latine e incorporando probabilmente influenze arabe, come suggerito dal termine “thumniyya”, attestato in area semitica come unità di misura per cereali.
La Tumminia nell’identità agricola siciliana
La Tumminia diventa così parte integrante del paesaggio agricolo siciliano, tanto che persino Johann Wolfgang Goethe, nel suo viaggio in Sicilia del 1787, la descrive con ammirazione nei suoi appunti redatti ad Agrigento come “un meraviglioso dono di Cerere”, sottolineando come questo grano non necessitasse di molta pioggia ma piuttosto di forte calore per svilupparsi.
L’importanza di questa varietà nell’economia agricola siciliana è attestata da numerosi documenti d’archivio, come l’inventario di una masseria di Mezzojuso del 1600, dove si menziona “una salma di tumenia”, o l’inventario ereditario di Racalmuto del 1767 che elenca “salmi quattro di tomminia” tra i beni del defunto. Questi documenti testimoniano come la Tumminia fosse ormai una realtà consolidata nelle campagne siciliane, costituendo una delle principali sementi insieme alla Maiorca, alla Castigliona e alla Cannizzara.
Classificazione scientifica e valorizzazione moderna
Con l’avvento della tassonomia scientifica introdotta da Linneo nel Settecento, inizia una nuova fase per la definizione di questo grano. Gli studiosi settecenteschi come Michele Del Bono, Giuseppe Vinci e Michele Pasqualino nei loro dizionari riportano l’etimologia greca del termine, collegandolo esplicitamente al “τρίμηνον” (trimestre) e descrivendo la Tumminia come “grano marzuolo” che matura nell’arco di tre mesi.
Il passaggio decisivo verso la moderna identificazione scientifica avviene però negli anni ’30 del Novecento, quando la Stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia, sotto la direzione di Ugo De Cillis, seleziona e classifica diverse varietà locali di frumento. Tra queste, la “Timilia S.G.1” e la “Timilia S.G.2”, entrambe caratterizzate dal chicco bruno ma differenziate dal colore delle reste (nere nella prima, bianche nella seconda), vengono ufficialmente riconosciute come varietà di Triticum durum secondo la classificazione di Desfontaines.
Patrimonio da preservare: la Tumminia oggi
Ciò che emerge da questa lunga storia è il profondo legame tra la Tumminia e l’identità agricola siciliana. Questo grano rappresenta non solo una varietà botanica, ma un vero e proprio patrimonio culturale che ha attraversato i secoli, adattandosi ai cambiamenti climatici, economici e sociali dell’isola.
La Tumminia, con la sua capacità di crescere in condizioni difficili e la sua resistenza naturale a parassiti e malattie, incarna perfettamente i valori dell’agricoltura tradizionale mediterranea: resilienza, adattabilità e sostenibilità. La sua riscoperta e valorizzazione negli ultimi decenni, con il riconoscimento come grano antico e l’apprezzamento per i prodotti derivati come il celebre pane nero di Castelvetrano, rappresenta un importante recupero di biodiversità agricola e di tradizioni alimentari.
La storia della Tumminia è emblematica di come la Sicilia sia stata nei secoli un crocevia di culture diverse, dove tradizioni greche, romane, arabe e normanne si sono intrecciate creando un patrimonio unico. Il suo nome stesso, risultato di una complessa evoluzione linguistica che ha visto sovrapporsi etimologie greco-latine e influenze semitiche, testimonia questa ricchezza culturale.
Oggi la Tumminia, con il suo chicco scuro che produce una farina dal caratteristico colore bruno, è diventata simbolo di un’agricoltura che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici, valorizzando tecniche tradizionali e varietà locali come risposta alle sfide della sicurezza alimentare e della sostenibilità ambientale.
Conclusione: un simbolo dell’identità agricola siciliana
La storia della Tumminia rappresenta dunque un affascinante viaggio attraverso epoche e culture diverse, che ha trovato nella terra di Sicilia il suo approdo definitivo. Da attributo generico del grano a maturazione rapida, è diventata una specifica varietà di frumento duro che porta con sé millenni di storia mediterranea.
La sua riscoperta e valorizzazione non sono solo operazioni di recupero di biodiversità agricola, ma anche di riappropriazione di un patrimonio culturale che parla di adattamento al territorio, di saperi tradizionali e di quella straordinaria capacità delle comunità agricole siciliane di conservare e tramandare varietà preziose, che oggi rappresentano una risorsa inestimabile per un’agricoltura più sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
Elio Di Bella


Il tesoro nascosto della Chiesa siciliana e la riforma mancata della terra