La fotografia porta una didascalia apparentemente innocente: «GIRGENTI – Costumi». Due parole che, a distanza di oltre un secolo, finiscono per raccontare molto più di quanto probabilmente intendesse mostrare l’editore della cartolina. Davanti all’obiettivo ci sono un padre contadino e suo figlio, ancora bambino. Sono entrambi a cavallo di animali da soma. L’uomo monta un mulo più robusto, con bisacce e finimenti; il ragazzo siede su un animale più piccolo, quasi scomparendo fra i voluminosi carichi sistemati ai due lati. Non sappiamo che cosa contengano quei fagotti e sarebbe arbitrario identificarne il contenuto. Sappiamo però che siamo davanti a uomini — e bambini — del lavoro.
La scena appartiene alla Girgenti dei primi decenni del Novecento, quando la città era ancora profondamente legata alla campagna. Sarebbe sbagliato immaginare il contadino agrigentino come abitante di una casa isolata accanto al proprio campo. La struttura del latifondo siciliano aveva prodotto un modello insediativo particolare: i lavoratori della terra vivevano prevalentemente nei centri abitati e percorrevano quotidianamente molti chilometri per raggiungere i fondi da coltivare. Ancora nei primi decenni del Novecento quasi tutta la popolazione della provincia risultava concentrata nei paesi e nelle città, mentre soltanto una piccola parte viveva stabilmente nelle campagne.
Quella fotografia racconta perciò anche il rapporto fra Girgenti città e Girgenti rurale. Il padre e il figlio non sono fotografati in mezzo a un campo. Alle loro spalle compaiono muri, edifici, una strada urbana. E’ quella sotto l’attuale Viale della Vittoria, la via Crispi. La campagna entra materialmente nella città attraverso uomini, animali e merci. Il mulo è il vero motore di questa economia: trasporta il contadino verso il feudo e riporta prodotti, attrezzi e carichi verso il centro abitato. Prima della diffusione dei mezzi meccanici, la vita economica girgentina dipendeva quotidianamente da questa mobilità animale.
Ma è il bambino a trasformare la cartolina in un documento sociale.
Non possiamo sapere dalla fotografia se quel ragazzo fosse formalmente iscritto a scuola o se non la frequentasse affatto. Possiamo però affermare che l’immagine lo colloca dentro l’universo produttivo degli adulti. Non è ritratto con un libro, non è vestito da scolaro, non è rappresentato nello spazio separato dell’infanzia. È sul mulo accanto al padre, inserito nella medesima giornata di lavoro.
Ed è proprio questa sovrapposizione fra infanzia e lavoro a caratterizzare una larga parte della società popolare dell’epoca. Nel 1904 la legge Orlando aveva esteso l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età. La legge dello Stato, tuttavia, non bastava a cancellare le necessità economiche delle famiglie.
A Girgenti il problema era drammaticamente evidente. Ancora nel censimento del 1911 il 56,9 per cento degli abitanti del capoluogo con più di sei anni risultava analfabeta; nell’intera provincia il tasso raggiungeva il 64,9 per cento. La scuola avanzava, ma il lavoro continuava a contendersi i bambini.
Per una famiglia contadina, infatti, un figlio rappresentava presto anche una forza produttiva. Poteva custodire un animale, accompagnare il padre, trasportare piccoli carichi, sorvegliare il bestiame, partecipare ai lavori stagionali. Non era necessariamente percepito come sfruttamento secondo le categorie morali della famiglia stessa: era parte di un’economia di sopravvivenza nella quale ogni braccio aveva un valore. Ma il risultato storico rimane evidente. Il tempo trascorso nei campi veniva sottratto alla scuola e la povertà tendeva così a riprodurre se stessa attraverso l’analfabetismo.
Poi c’è quella parola: «Costumi».
Per l’editore della cartolina il padre, il bambino, i muli e i loro abiti diventano una scena caratteristica, quasi un frammento di folklore locale da spedire lontano. Girgenti veniva offerta allo sguardo del viaggiatore attraverso i suoi «tipi»: il contadino, il carrettiere, la donna del popolo, l’animale da soma. Il lavoro e la povertà potevano così trasformarsi in pittoresco.
È questo il secondo livello della fotografia. Chi la comprava vedeva probabilmente un «costume di Girgenti». Noi, un secolo dopo, possiamo vedere qualcosa di diverso.
Vediamo una società nella quale città e campagna non erano mondi separati. Vediamo il latifondo entrare nelle strade attraverso i muli. Vediamo una famiglia nella quale la trasmissione del mestiere cominciava prestissimo. Vediamo soprattutto un bambino che appartiene già al mondo degli adulti.
Il padre guarda verso l’obiettivo con la sicurezza di chi è abituato a stare sopra quell’animale. Il figlio sembra quasi schiacciato fra il mulo e il carico. Forse per il fotografo era soltanto una bella immagine di «costumi» siciliani.
Per lo storico è invece una piccola, potentissima fotografia della disuguaglianza.
Perché nella Girgenti dei primi del Novecento, mentre alcuni bambini entravano nelle scuole e cominciavano lentamente a conquistare il diritto all’istruzione, altri imparavano il mondo da un luogo completamente diverso: dalla groppa di un mulo, seguendo il padre sulla strada che portava ai campi.


La concezione della ragione nella filosofia tomistica e nella filosofia cartesiana