• Menu
  • Skip to right header navigation
  • Passa al contenuto principale
  • Passa al piè di pagina

Before Header

Agrigento Ieri e Oggi

Una Storia che continua a parlare.

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello
spezieria
spezieria

Economia e Spezieria in Sicilia: Crisi e Commerci nel Seicento

5 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

Viaggio nella Sicilia del Seicento: economia, rotte commerciali e il fascino di un’antica spezieria a Catania.

L’Economia Siciliana nel Seicento: Tra Crisi Imperiale e Resilienza Territoriale

Il XVII secolo rappresenta per il bacino del Mediterraneo, e in particolar modo per la Sicilia, un’epoca di profonde e drammatiche contraddizioni. Sotto la dominazione della Corona Spagnola, l’isola si trovò al crocevia tra una stagnazione economica generale, pesanti crisi demografiche e la parallela, incessante fioritura di reti commerciali di lusso che collegavano l’Oriente all’Occidente. In questo complesso scacchiere, in cui il regno fungeva contemporaneamente da baluardo difensivo contro le incursioni barbaresche e da granaio per l’Impero, l’economia urbana trovava i suoi centri nevralgici in luoghi spesso trascurati dalla storiografia tradizionale: i porti franchi, le corporazioni artigiane e, in modo preminente, le botteghe degli aromatari.

La spezieria seicentesca non era, infatti, soltanto un luogo preposto alla cura delle malattie, ma un vero e proprio microcosmo economico. Al suo interno convergevano capitali stranieri, merci esotiche dall’altissimo valore aggiunto, saperi scientifici all’avanguardia e un prestigio sociale che proiettava la figura dello speziale ai vertici della nascente borghesia mercantile. Esaminare la storia economica della Sicilia del Seicento attraverso la lente di una spezieria significa, pertanto, decodificare le rotte marittime, le dinamiche di potere, l’imposizione fiscale e la vita quotidiana di un’epoca in cui la salute e la ricchezza erano indissolubilmente legate alle spezie, alle erbe e ai minerali preziosi.

Il Contesto Geopolitico e la Pressione Fiscale Spagnola

La fase più complessa del dominio di Filippo IV in Sicilia coincise con gli anni Quaranta del Seicento, un periodo storicamente interpretato come il culmine del declino del “sistema imperiale spagnolo”. Le incessanti guerre europee, in primis la logorante Guerra dei Trent’anni, richiesero un drenaggio continuo e massiccio di risorse finanziarie dai domini italiani. All’interno del sistema iberico, ai domini come il Regno di Sicilia erano affidati compiti gravosi: neutralizzare le spinte centrifughe locali, organizzare la difesa costiera e, soprattutto, inviare sovvenzioni per sostenere le guerre offensive della Spagna in Europa.

Questa congiuntura costrinse Madrid a imporre tasse ancor più gravose, generando un indebitamento insostenibile per le città e le università del regno. Il tessuto sociale siciliano si lacerò. Si verificò una profonda spaccatura tra la “vecchia nobiltà”, ormai colpita da un dissesto finanziario irreversibile a causa dell’incapacità di gestire vasti patrimoni e delle spese eccessive di rappresentanza, e un “nuovo partito” composto da mercanti, banchieri e ufficiali, che detenevano capitali liquidi e miravano a scalzare l’antica aristocrazia.

Le Rivolte del 1647: Fame, Debiti e Fratture Sociali

La pressione fiscale si saldò a eventi climatici avversi e a pessime annate agricole, culminando in una drammatica carestia tra il 1646 e il 1647. L’incapacità di garantire l’approvvigionamento frumentario, da secoli fulcro assoluto dell’economia isolana, agì da detonatore sociale. Il 20 maggio 1647, a Palermo, esplose una violenta rivolta che, partendo dalla capitale, si diffuse capillarmente in gran parte dell’isola.

Il viceré Los Veles si trovò a fronteggiare una situazione di caos in cui la “gente plebea e vile”, spinta dai morsi della fame, si abbandonò a saccheggi e atti sacrileghi. Tuttavia, la rivolta assunse ben presto connotati politici più complessi.

Le corporazioni artigiane, temendo la distruzione del tessuto produttivo e commerciale, trovarono un accordo con l’aristocrazia per reprimere le frange più estreme, portando all’esecuzione del capopopolo Antonino La Pilosa. Gli esiti politici di questi tumulti videro l’elezione di “giurati popolari”, tra cui esponenti del ceto mercantile come il mercante di seta Simone Sabatini, a testimonianza di come i ceti produttivi rivendicassero un ruolo attivo nella gestione della res publica.

Contemporaneamente, emerse la storica e radicale rivalità tra Palermo e Messina: mentre la prima insorgeva, la seconda dichiarava assoluta fedeltà al sovrano spagnolo, collaborando attivamente al mantenimento dell’ordine pubblico per salvaguardare i propri privilegi portuali e commerciali.

Dinamiche Commerciali e Porti Franchi: L’Eccezione di Trapani

Se il quadro macroeconomico generale appariva fosco, alcune specifiche aree dell’isola dimostrarono una straordinaria resilienza, trasformando le difficoltà in opportunità di profitto. La città di Trapani emerse come un porto vitale e una luminosa eccezione alla crisi imperante. La sua posizione geografica strategica ne fece uno scalo ineludibile per le rotte commerciali verso il Nord Africa, in particolare verso i ricchi mercati di Tunisi.

L’economia trapanese si reggeva su un bilancio fortemente attivo, garantito dall’esportazione di beni primari come il grano, il sale e la tonnina. Accanto a questo florido commercio di base, si sviluppò una classe mercantile estremamente dinamica, alimentata dall’artigianato di lusso. La lavorazione del corallo, assieme all’opera di argentieri e orafi, attrasse capitali e maestranze, creando un indotto economico che contrastava nettamente con la depressione delle aree feudali interne.

La Guerra di Corsa e le Nuove Aristocrazie Mercantili

Tuttavia, la vera forza propulsiva dell’accumulazione di capitale a Trapani e in altre città costiere fu la controversa “guerra di corsa”. Per proteggere i caricatori di grano e le redditizie tonnare dalle continue incursioni dei pirati barbareschi, le famiglie eminenti del patriziato urbano armarono proprie flotte, composte da galee e brigantini. Questo sforzo difensivo si trasformò rapidamente in una sistematica e lucrosa impresa offensiva.

Famiglie come i Fardella costruirono le proprie immense fortune, e la successiva ascesa nobiliare, proprio attraverso il finanziamento e la gestione logistica della pirateria. Il mercato degli schiavi musulmani catturati sulle coste africane alimentava i mercati siciliani, divenendo un vero e proprio status symbol per le famiglie nobiliari, e coinvolgendo persino gli ambienti ecclesiastici locali. A fare da contraltare a questo traffico, fioriva la complessa rete dei riscatti, gestita da istituzioni come il Convento dei Mercenari fondato a Trapani nel 1620, che muoveva ingenti somme di denaro per la liberazione dei cristiani prigionieri in Barberia.

I Mercanti Stranieri e il Dominio delle Rotte del Mediterraneo

L’approvvigionamento dei beni di lusso per le botteghe e le dimore aristocratiche siciliane dipendeva quasi interamente dalle potenti colonie mercantili straniere, che dominavano il traffico di esportazione e importazione dell’isola. Le droghe medicinali e le spezie, in particolare, viaggiavano lungo antiche vie commerciali che, dal Mar Rosso e da porti come Berenice e Alessandria d’Egitto, giungevano nei grandi empori del Mediterraneo prima di approdare in Sicilia.

Documenti notarili dell’epoca attestano che mercanti genovesi, veneziani e toscani costituivano l’ossatura finanziaria dell’isola. I genovesi gestivano una quota maggioritaria del commercio estero, sfiorando il 42% del traffico navale complessivo, e agivano come principali creditori della Corona e grandi assicuratori marittimi. I toscani, in particolare lucchesi e fiorentini come Vincenzo Lo Nobile e Martino Cenami, monopolizzavano settori chiave prestando capitali, impiantando lanifici a Palermo con materie prime spagnole e inglesi, e incettando frumento a Sciacca.

La Via delle Spezie: Merci Esotiche e Farmacopea tra Economia e Salute

In questo vibrante contesto commerciale, le spezie e le materie prime farmacologiche non erano destinate esclusivamente all’uso alimentare. Prodotti come il pepe, che nei secoli precedenti aveva spinto nazioni a ridisegnare i confini del mondo e che agronomi come Piero De Crescenzi definivano un “frutto divino”, continuavano a muovere flotte e a dettare i ritmi del commercio transcontinentale.

Nella Sicilia del Seicento esisteva una totale e pragmatica sovrapposizione tra la conservazione dei cibi, l’industria manifatturiera e la medicina. Molte spezie erano considerate fondamentali per “curare il corpo” attraverso l’alimentazione, seguendo la radicata logica galenica secondo cui il benessere fisico dipendeva dall’equilibrio degli umori, direttamente influenzabile dalle sostanze ingerite.

Sostanze come il verderame o l’olio di carabe (resina fossile) trovavano impiego simultaneo nella pittura e nella disinfezione delle ulcere; la sandracca produceva lacche ma anche medicamenti, mentre resine preziose come la mirra, radici come lo zenzero e cortecce come la china costituivano la base ineludibile dell’arsenale terapeutico.

La lavorazione di queste preziose e costose sostanze richiedeva enormi competenze botaniche e chimiche, oltre a una solida rete di approvvigionamento internazionale. È in questo preciso snodo cruciale, tra il grande capitale commerciale marittimo e la cura quotidiana dei cittadini, che si erge con forza la figura dell’aromatario.

L’Aromatario Siciliano: Prestigio Sociale e Monopolio Istituzionale

Tra il XIV e il XVII secolo, lo speziale siciliano fu protagonista di una formidabile ascesa sociale. Da figura inizialmente ambigua, sovente relegata al confine liminale tra “ciarlataneria e professionalità”, l’aromatario divenne un pilastro indiscusso della borghesia cittadina, rispettato per la sua dottrina e invidiato per il suo patrimonio. In un’epoca segnata da frequenti recrudescenze epidemiche, la comunità attribuiva all’aromatarius il ruolo fondamentale di colui che “compone utili medicamenti”, essenziali per la sopravvivenza.

Le Basi Giuridiche: Dalle Ordinationes al Protomedicato

Le fondamenta del potere economico degli speziali affondano nelle prime regolamentazioni giuridiche del regno. Furono i paragrafi 46 e 47 delle Ordinationes emanate da Federico II nel 1240 a separare nettamente le prerogative del medico da quelle dello speziale.

Questi antichi statuti posero i pilastri economici della professione: istituirono il monopolio della vendita delle medicine riservandolo esclusivamente a personale qualificato, imposero un calmiere sui prezzi per evitare speculazioni nei momenti di crisi sanitaria e, fattore cruciale per l’accumulazione di ricchezza, limitarono il numero di licenze per garantire a ogni farmacia un reddito sicuro e sufficiente ad ammortizzare i costi delle pregiate materie prime.

Questo impianto fu perfezionato nel 1407, quando il re Martino II emanò i Capitula pro regimine speciarorum Sicilie. Il controllo dell’intero comparto fu affidato alla suprema autorità del Protomedico di Sicilia, una magistratura sanitaria nata per vigilare sull’operato di medici, barbieri, chirurghi e speziali.

A livello locale, il sistema prevedeva l’elezione annuale di un console nelle città in cui operavano più farmacie; questo ufficiale aveva il compito gravoso di ispezionare fisicamente le botteghe per accertare che le droghe non fossero contraffatte e che i composti rispettassero i dettami delle farmacopee ufficiali.

Nel Cinquecento, sotto la spinta riformatrice del celebre medico Giovanni Filippo Ingrassia e dei successivi protomedici, le regole divennero ancora più stringenti. Per aprire una spezieria a Catania o Palermo, l’aspirante doveva certificare cinque anni di rigorosa pratica presso maestri rinomati e superare un severo esame teorico-pratico.

Il controllo si estese drasticamente sui veleni: norme specifiche stabilirono che merci come “argento vivo, arsenico, zarzaro, et altri cosi venenusi, né cosi solutivi” non potessero essere commerciate senza la licenza formale e scritta del Protomedico, garantendo agli aromatari un controllo totale sul mercato chimico della città.

Una Spezieria Catanese del XVII Secolo: Il Caso di Santoro Cavallaro

Pochi documenti storici riescono a illustrare il prestigio economico, l’estetica del potere e il livello culturale della borghesia mercantile siciliana quanto l’inventario post-mortem di una spezieria. Un caso di inestimabile valore storiografico è rappresentato dalla bottega dell’aromatario catanese Santoro Cavallaro.

Operante prima del devastante terremoto del 1693, che avrebbe cancellato l’antico tessuto urbano della Sicilia orientale e quasi ogni traccia della plurisecolare tradizione ceramica locale, l’inventario di Cavallaro ci permette di ricostruire millimetricamente l’economia di una spezieria del Seicento.

Il Foro Lunare e la Dimora del Mercante-Speziale

Alla sua morte, avvenuta nell’agosto del 1678, Santoro Cavallaro lasciò alla moglie Caterina Lo Castro e ai figli minori un patrimonio immobiliare e mobiliare imponente, testimonianza tangibile del successo economico della sua impresa.

Oltre a possedere una vasta tenuta agricola con casa e mandria nella ricca piana di Mascali (nella contrada dell’Auzanetto), un giardino di alberi da frutto ad Acireale e un “tenimento” di case vicino alla chiesa di San Vito, il cuore della sua ricchezza e del suo prestigio era concentrato nella sua abitazione catanese.

La dimora si trovava nella contrada del Foro Lunare, il cuore commerciale e pulsante di Catania fin dall’epoca aragonese. L’arredo domestico, minuziosamente descritto nell’inventario del 1679, era lo specchio fedele di un tenore di vita aristocratico.

Vi era una sovrabbondanza di mobili di lusso: grandi casse in legno di noce finemente intagliate “alla Genuisa” e “alla napolitana”, letti (trabbacche) di ebano decorati con foglia d’oro, cuscini di damasco, paramenti di seta “carmesina” e sedici sedute rivestite in velluto rosso e cuoio di Cordova.

A certificare lo status culturale della famiglia, le pareti della casa ospitavano una pinacoteca privata impressionante, composta da ben 162 dipinti.

La collezione spaziava da paesaggi racchiusi in cornici nere con angoli dorati, a soggetti religiosi dipinti su pregiata pietra di Genova o lastre di rame (tra cui la Conversione di San Paolo, l’Ecce Homo e il Lazzaro resuscitato), fino agli immancabili specchi veneziani e a un ritratto celebrativo dello stesso aromatario, a perenne memoria del fondatore della dinastia commerciale.

Maioliche, Vetri di Murano e l’Infrastruttura del Sapere

Il passaggio dalla dimora privata alla bottega rivelava un ambiente meticolosamente progettato per incutere rispetto, trasmettere un’idea di purezza scientifica ed esibire opulenza. La spezieria non era un semplice retrobottega intriso di odori acri, ma un elegante santuario della scienza medica seicentesca. L’infrastruttura si basava su otto grandi file di scansie in legno massiccio, armadi a vetri per i composti più delicati, un imponente bancone e tappeti persiani adagiati a terra.

Sul bancone troneggiava lo strumento simbolo dell’equità e della precisione mercantile: una bilancia finemente “musiata di osso”, adoperata per pesare al grammo erbe esotiche provenienti dall’Oriente e pietre preziose.

L’immagine di assoluto prestigio della spezieria era assicurata dalla natura superba dei suoi contenitori farmaceutici: La maggior parte dell’attrezzatura per la distillazione e la conservazione era importata direttamente dalla Repubblica di Venezia, a conferma delle solide rotte commerciali menzionate in precedenza.

L’inventario registra campane di vetro per l’estrazione del caustico olio di zolfo, sofisticati alambicchi definiti “cappelli di vetro di lambiccare”, decine di “carrabelli” per lo stoccaggio delle polveri sottili, eleganti vasi a collo lungo a forma di colomba e svariati tamburi “storiati venetiani”.

Accanto ai vetri lagunari, le scansie esponevano l’eccellenza dell’artigianato siciliano pre-terremoto: decine di pregiati vasi in terracotta invetriata provenienti dalle fucine di Caltagirone. Si contavano pillolari, fiaschi decorati a foglia, “conservari” e massicci vasi di unguento rosato.

La maiolica siciliana da farmacia svolgeva inoltre una potente funzione psicologica e religiosa, fondendo la medicina empirica con la fede. I preziosi albarelli, chiamati localmente “burnie”, erano frequentemente decorati con le effigi dei santi invocati dal popolo per specifiche patologie.

Si potevano ammirare le icone di Sant’Agata (con le tenaglie in mano, invocata contro le malattie al seno), Sant’Antonio Abate (patrono contro le devastanti malattie cutanee come l’ergotismo) e Santa Rosalia, la cui intercessione era considerata l’unica vera barriera contro il flagello più temuto del secolo: la peste.

Un aromatario del calibro di Santoro Cavallaro non era un semplice esecutore di ricette, ma un dotto conoscitore della botanica e della chimica. L’inventario della sua vasta biblioteca offre una mappatura straordinaria della circolazione del sapere scientifico nella Sicilia del tempo.

Custodiva le opere del medico arabo Jean Mesue, autorità indiscussa nella galenica, e i fondamentali Discorsi sull’opera di Dioscoride di Pietro Andrea Mattioli, il testo base per la botanica medicinale in tutta Europa. Possedeva inoltre l’Hortus Messanensis (1638) del grande scienziato romano Pietro Castelli, fondatore dell’orto botanico di Messina, oltre ai trattati dello spagnolo Luiz de Mercado, medico personale di Filippo II, e dell’anatomista svizzero Gaspard Bauhin. Questa formidabile collezione libraria certifica che la spezieria catanese operava secondo i più alti standard di aggiornamento scientifico internazionale.

L’Arsenale Terapeutico: Elettuari, Unguenti e l’Uso delle Pietre Preziose

I medicamenti custoditi nella spezieria di Cavallaro riflettono la rigorosa codifica promossa dal medico Giovanni Filippo Ingrassia, il quale aveva suddiviso i rimedi approvati in quattordici gruppi principali. Questa vastissima farmacopea dimostra come l’economia della salute fosse profondamente gerarchizzata: dai preparati comuni a base di erbe locali, si giungeva a composti il cui valore commerciale eguagliava quello dell’oro zecchino.

Il nucleo operativo della galenica seicentesca era costituito dagli elettuari, farmaci complessi in cui polveri ed estratti vegetali venivano pazientemente impastati con dolcificanti come il miele o sciroppi per mitigarne il naturale sapore acre.

Nelle “burnie” della spezieria si trovavano ingredienti giunti dai confini del mondo: legno di sandalo bianco e rosso, resina di mirra africana, incenso, zenzero, avorio e tamarindo. Vi erano anche estratti potenti e potenzialmente letali, maneggiati con estrema cautela: la coloquintide (un purgante tossico), l’aggressivo euforbio, l’oppio per i suoi ineguagliabili effetti analgesici e narcotici, e il prezioso castoreo, un liquido antispastico e sedativo estratto dalle ghiandole del castoro.

Tra i composti più complessi e costosi spiccava la “confezione hamech”, un elaborato preparato a base di rabarbaro, siero di capra bollente, colaquintida e assenzio, la cui estenuante preparazione richiedeva cinque giorni di infusione continua sotto cenere calda.

Le pillole (“medicamento principe” della bottega) venivano sovente rivestite con vere e proprie foglie d’oro o d’argento, sia per proteggere i principi attivi dall’ossidazione atmosferica, sia per assecondare l’ostentazione di ricchezza della nobiltà. Per i trattamenti esterni, la bottega produceva in proprio ben ventotto varietà di unguenti e quindici tipologie di empiastri solidi a base di miele, cera, zafferano e resina di trementina.

Ma il vertice indiscusso della spesa farmaceutica — e l’indicatore più fulgido dell’intreccio tra medicina e capitale commerciale — era rappresentato dall’impiego clinico delle pietre preziose. La spezieria di Cavallaro custodiva rubini, granati, topazi, lapislazzuli, zaffiri e smeraldi.

Lungi dall’essere destinati all’oreficeria, questi cristalli venivano frantumati senza pietà in grossi mortai di bronzo e marmo genovese per essere somministrati per via orale ai pazienti più facoltosi. Il corallo rosso, ad esempio, era considerato un eccellente emostatico e, secondo celebri medici dell’epoca, era essenziale per combattere l’epilessia neonatale. Lo smeraldo e il rubino polverizzati venivano ingeriti dai ceti dominanti nella speranza di prevenire o curare le malattie più letali e temute: la lebbra e la peste bubbonica.

L’analisi di tale inventario svela le dinamiche di una società profondamente diseguale, in cui il diritto alla salute era rigidamente modulato dal censo. I farmaci elaborati a base di corallo, oro e spezie orientali rimanevano un appannaggio esclusivo della ricca aristocrazia feudale o della nascente borghesia finanziaria. Per il popolo, costantemente falcidiato dalle carestie agricole che avevano innescato le insurrezioni del 1647 , le cure di lusso della spezieria rappresentavano un miraggio irraggiungibile.

Tuttavia, l’aromatario agiva in specifiche occasioni come garante e calmiere sociale. Esponenti di spicco come Santoro Cavallaro, detentori di una rispettabilità inscalfibile, venivano ufficialmente chiamati dalle autorità a certificare e avallare i prezzi delle forniture medicinali destinate alle istituzioni pubbliche, come l’antico ospedale San Marco di Catania. Ciò dimostra un’interconnessione organica, complessa e vitale tra la grande impresa privata della spezieria commerciale e l’embrionale, fragile sistema di welfare ospedaliero dell’epoca.

Conclusione: Il Microcosmo della Spezieria nello Scacchiere Economico

La ricostruzione analitica della spezieria siciliana del XVII secolo svela in modo inequivocabile come la scienza medica, l’estetica del lusso e le correnti dell’economia globale si fondessero all’interno di botteghe ricolme di raffinati vetri muranesi e vivaci maioliche calatine. Dietro l’odore pungente dell’olio di zolfo, del legno di sandalo, dell’oppio e delle erbe aromatiche siciliane, si celava un motore economico formidabile.

Gli aromatari non erano soltanto dei semplici depositari di antichi segreti galenici, ma si rivelavano imprenditori di straordinaria abilità, perfettamente integrati in una ramificata rete commerciale che univa idealmente le agguerrite navi corsare di Trapani, le potenti logge dei banchieri genovesi e fiorentini, le sapienti fornaci dei vetrai di Venezia e le carovaniere cariche di spezie provenienti dall’Estremo Oriente.

Mentre la macroeconomia del Regno di Sicilia gemeva sotto il peso insostenibile della fiscalità spagnola, della crisi della produzione agricola e delle conseguenti, rabbiose rivolte popolari, il selettivo microcosmo della spezieria continuava a prosperare. Protetto dalle rigide e monopolistiche leggi del Protomedicato e alimentato dall’inestinguibile, trasversale bisogno umano di alleviare le proprie sofferenze fisiche, questo settore si garantì un flusso di capitali costante.

La spezieria si ergeva dunque a simbolo perfetto e potente di un Seicento siciliano intessuto di drammatici chiaroscuri: un’epoca complessa e affascinante in cui l’oscurità della peste, delle guerre e delle carestie veniva quotidianamente affrontata con l’illusoria, sfarzosa e costosissima luminosità della polvere di rubino, dell’oro finemente ingerito in pillole e dell’arte immortale racchiusa per sempre in una “burnia” di ceramica smaltata.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia Sicilia

Post precedente: «emporio di Akragas Emporio di Akragas
Post successivo: Zeusi ad Agrigento: le cinque modelle per Era Lacinia le fanciulle di zeusi»

Footer

Copyright

I contenuti presenti sul sito agrigentoierieoggi.it, dei quali il Prof. Elio di Bella è autore, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all’autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001.

Privacy

Questo blog rispetta la normativa vigente in fatto di Privacy e Cookie . Tutta la docvumentazione e i modi di raccolta e sicurezza possono essere visionati nella nostra Privacy Policy

Privacy Policy     Cookie Policy

Copyright © 2026 Agrigento Ieri e Oggi · Creato da Webbando.net