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panorama 1952

Agrigento:La città dorme. Scivolata dalla collina verso la valle

25 Novembre 2014 //  by Elio Di Bella

panorama 1952

di Giuseppe Grillo

La città dorme. Scivolata dalla collina verso la valle; occupati violentemente gli spazi destinati ad orti, le scarpate incolte verso Buonamorone, le aree a nord di Spinasanta, i terreni gessosi di contrada Sorci, Agrigento ha raggiunto e superato i sessantamila abitanti. Ma non certo perché gli aborigeni siano particolarmente prolifici. L’invasione promana dai borghi abbandonati, dalla campagna improduttiva, dal flusso dei burocrati che occupano gli uffici pubblici.
Il fianco della collina sulla quale, in vetta, si erano appollaiate nel lontano passato le abitazioni dei residenti, è ora coperto di fabbricati costruiti rapidamente, spesso senza licenze edilizie, esteticamente brutti, espressione di impellenti necessità abitative o del cattivo gusto dei nuovi arrivati. Ma anche nel vecchio centro storico, l’ingordigia la ma mancanza di senso civico hanno moltiplicato i piani, occupato aree non edificabili, creato cortine di cemento davanti alle degradate casupole dei vecchi inquilini.

Si è scritto e si scrive che è stata invasa e guastata la valle: non è vero; si è sovrappopolata e guastata la città che ha edifici spropositati, brutti alveari congesti, accorpati, troppo accosti, privi di interspazi, di garagi, incombenti su stradine, in un centro che manca di aree pubbliche, di piazze, di fori e soprattutto di verde privato e pubblico. La modesta, raccolta, decente Girgenti – Agrigento, si è trasformata in un grande dormitorio; e la gente vi dorme e dorme.

Il problema della valle è un’altra cosa, e merita una trattazione a parte. Ma va subito e brevemente detto che l’uso e l’abuso della valle sono una favola, un pretesto per propinare oppio a una popolazione che non ha un programma, una volontà, un’idea chiara, e soprattutto che manca di dignità e di coraggio. Per risolvere il problema della valle dei templi, luogo incantato, universalmente riconosciuto come una delle sette meraviglie del mondo, è necessario stabilire definitivamente qual’è, cioè, dove comincia e dove finisce.

Fatto ciò, si dovrà guardarla con occhi appassionati e attenti, rilevarne le brutture (case, strade, stalle, abituri vecchi e nuovi), e se guastano l’armonia dei luoghi eliminarle senza indugio. E la regola non dovrà legarsi all’esistenza della licenza edilizia, ma alla discriminazione del brutto e del bello, della gratificazione e dell’offesa all’equilibrio ambientale e al costo sociale dell’operazione di bonifica. Ma a monte c’è il problema preminente della città e dei suoi abitanti, perché Agrigento non è un sonnacchioso agglomerato di quell’eterno sud che è la Sicilia. L’Agrigento del duemila è una città morta, nonostante la prefettura, la questura, la camera di commercio, le banche, l’intendenza di finanza, l’ispettorato del lavoro e gli altri infiniti uffici pubblici, ivi compresi i tribunali.

Agrigento non sopravvive, non sfrutta la rendita del suo passato; salvi i templi greci che attraggono un non dispendioso turismo archeologico, la città vive nella palude del quotidiano, nel proposito di tirare a campare, senza proiezioni verso il futuro prossimo o remoto, neppure partecipe o curiosa delle misere querelles degli esponenti delle politiche locali. E’ morta la coscienza della libertà civile, di quell’amore della propria dignità che spinse gli agrigentini a scacciare Verre quando i suoi scherani tentarono di espoliare il tempio di Ercole.

La città non ha una classe dirigente; esiste un ceto professionale dal quale non emergono personaggi pubblici, esponenti capaci di rappresentare, interpretare e realizzare importanti programmi di trasformazione del territorio. Né c’è una classe politica autorevole. Del resto, la morta gora costituita dalla maggioranza dei cittadini non consente a singoli di assumerne la leadership. Sono spenti i ricordi delle lotte politiche; e se un tempo si trattava di parrocchie, di conventicole, tuttavia c’era un fervore di idee e un senso di dignità che sono ora assenti, irreparabilmente perduti. Città di burocrati, ormai; spesso forestieri, la cui dote di spicco è l’ignoranza e la tracotanza.

Una città nella quale il Sindaco è combattuto, avversato, perseguitato; in cui le opere pubbliche hanno tempi storici (ospedale incompiuto, palazzo di giustizia inusato); dove si tiene scoperta per mesi ed anni la poltrona di procuratore della Repubblica; che non sa portare avanti la proposta di istituzione di una sezione della Corte di appello; in cui non c’è più il Distretto militare, l’Ufficio di leva; dove non esiste un valido organo di stampa. Paese nel quale manca il mito della memoria, delle cose che furono ma non saranno

. Eppure i luoghi sono splendidi anche senza il fascino del passato, anche senza Empedocle, senza Pirandello, senza Sciascia. Potrebbe essere una meta incantata del turismo; un luogo designato per facoltà universitarie specializzate (archeologia, agraria) e per attività sperimentali e promozionali. Mancano un impegno e uno stimolo adeguati. Poco più di mezzo secolo addietro gli agrigentini riedificarono la città bombardata dagli americani; e la ricostruirono con le medesime caratteristiche, le stesse stradine, le eterne scale; ma la guastarono con i “tolli”, grattacieli sconci ed assurdi.

Qualcuno si illuse di modificare le coscienze, di fustigare i costumi, di infrenare la sete di speculazione e di facili guadagni. Fu così che nacquero giornali come Quattro e quattr’otto, La Scopa, Dovere nuovo, La sveglia, ed altri. Molti ebbero vita effimera; ma La Scopa ebbe fiato sufficiente a condannare e a suscitare iniziative e prese di coscienza. Vale la pena rileggere le copie anastatiche pubblicate dal Comune per rendersi conto di quel che può fare l’impegno civile di chi ama il proprio paese. Ma questo sforzo non poteva bastare; una città occupata poteva e può essere liberata soltanto con atti di eroismo. Ma gli eroi sono tutti morti e gl’ingegni supremi non vengono valorizzati, ma avversati.

D’altronde, è naturale che ciò avvenga: in un paese di nani, il gigante che può mutare il destino delle cose, si impastoia. Ricordate il viaggio di Gulliver a Lilliput nella terra degli uomini alti sei pollici? In un lontano passato si dice che gli agrigentini vivevano come se non dovessero mai morire, cioè con un impegno che proiettava nel futuro la loro esistenza. Ma è vero? O è tutta leggenda e la storia ci trasmette invece lo spettacolo di agrigentini morti da vivi perché incapaci di sollevare lo sguardo verso il cielo, verso orizzonti spaziosi e felici? Noi non abbiamo il mito del passato; quello remoto ci porta certo ai templi dorici, cioè ad un’epoca in cui la città fu ricca e florida e potente. Ma non seppe resistere ai cartaginesi, che si misurarono con essa, la invasero, bruciarono il tempio di Giove.

Era morto anche allora lo spirito bellicoso che aveva contrapposto Agrigento a Gela, che le aveva consentito di affermarsi come potenza? Certo, la storia ha alterne vicende; ma quella recente non può scriversi a lettere maiuscole. Si, è vero, negli ultimi cinquant’anni, da quando siamo usciti dalla guerra, abbiamo avuto ministri, sottosegretari, presidenti della Regione, assessori; ma le loro vicende e affermazioni personali non hanno per nulla influito sulla società civile di questo paese. Neppure i fenomeni negativi meritano qui grandi considerazioni. La stessa mafia ha mantenuto misure anguste e miserabili.

Sì, ci sono stati i morti, le estorsioni, gli arricchimenti illeciti; ma quella che ha riempito le cronache è una mafia minore, la cosiddetta stidda feroce e stupida associazione, estranea alle attività lucrative, barbaramente assetata di sangue e di vendette locali. Anche Cosa nostra qui ha avuto modeste proporzioni; non dico in città, dove forse i costruttori e i bottegai pagano il pizzo; ma anche nei paesi della provincia dove la congrega non ha perduto le sue caratteristiche di parassitismo, di intromissione nei trasferimenti dei beni immobili, nel monopolio degl’incarichi di sottogoverno, della dirigenza delle banche.

Niente di trascendentale. Di contro, c’è una disoccupazione imperante, aperta o misconosciuta, che pone il paese in capo alla graduatoria della povertà in Italia. E c’è perciò una miseria diffusa che contrasta con la condizione di una piccola borghesia egoista ed esibizionista. I rimedi a questa calamitosa situazione consistono nel riscatto dei poveri, cioè nella sicurezza di un lavoro che consenta di vivere dignitosamente ai ragazzi che lo cercano invano dopo avere studiato; che si disperano o si avviliscono o si drogano.

Bisogna spingere i ricchi a impiegare il loro denaro in imprese; sollecitare i poteri pubblici perché destinino fondi sufficienti per opere produttive; potenziare, finanziare, incoraggiare le attività turistiche, attrezzare le scuole e gli ospedali, cancellare le strade della morte che collegano Agrigento con Palermo e Caltanissetta. Ma sono prediche rivolte ai sordi; in questo deserto dei tartari dissiperemo la vita che ci rimane in attesa d’una guerra liberatrice che non arriverà mai.

Categoria: Agrigento RaccontaTag: agrigento, comune di agrigento

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