«Agrigento – Marina – S. Leone»: la cartolina reca, in alto, la dicitura originale. Sul cielo, sopra i tetti, si intravedono ancora i ghirigori a penna di chi la scrisse e la spedì: un dettaglio che ci ricorda come questa immagine sia stata, prima che documento storico, un saluto tra persone. Lo stile del veicolo protagonista e l’assetto ancora rurale della borgata la collocano tra la seconda metà degli anni Venti e i primi anni Trenta del Novecento.
La scena si apre su una strada sterrata, solcata da carreggiate, priva di marciapiedi regolari: è quella «trazzera» di cui parlava l’avvocato Malogioglio ricordando come, ogni inverno, i marosi la martellassero fino a semi distruggerla. Sulla sinistra corre il primo fronte edilizio di San Leone: case a due e tre piani, un balcone in ferro battuto, un portale ad arco, un’insegna commerciale che pubblicizza vino e birra. Sono gli edifici del primo nucleo abitato, quello sorto tra la chiesetta e casa Di Martino nei primi anni del secolo.
Al centro della strada la vita quotidiana si ferma per un istante davanti all’obiettivo: due ragazzi in maglietta bianca posano accanto alle biciclette, un uomo con il berretto scuro sta impettito con le mani sui fianchi, forse un vigile incaricato di regolare il traffico rado ma già promiscuo di pedoni, calessi e motori; poco più indietro un gruppo informale osserva, mentre un carretto trainato affianca la scena, ultimo erede di un mondo che si sta lasciando alle spalle.
Ed è proprio quel mondo che il grande autobus sulla destra viene a sostituire. Il mezzo, dal cofano allungato, i doppi fari tondi montati alti, il radiatore verticale e la carrozzeria scura a pannelli chiodati, reca sul frontale una tabella con la scritta «S. Leone», preceduta da una sigla di linea poco leggibile. È l’erede motorizzato del «break a tre cavalli» che, come raccontava sempre Malogioglio, ogni pomeriggio scendeva per via Atenea alle quindici precise, annunciato da uno strillone che gridava «oh, cu avi a ‘iri e bagni!!!», per portare una quindicina di bagnanti allo stabilimento in legno costruito ogni anno dal pioniere san leonino Giovanni Mossuto.
Proprio quello stabilimento, lo «chalet» descritto nel 1932 dal giornale agrigentino «Il Corriere» come luogo con ristorante, bar e famiglie riunite la sera per godere «la freschezza marina», è la sagoma bassa che si intuisce sullo sfondo, verso il mare.
Questa fotografia racconta dunque un momento di passaggio: la vecchia San Leone dei pescatori e delle prime ville liberty e di strade asfaltate, che si affaccia già sull’era del turismo di massa, con un servizio pubblico regolare a sostituire il calesse. Chi conserva altre cartoline di San Leone, o ricordi di famiglia legati a quella corriera, è invitato a farsi avanti: ogni indizio aiuta a fissare con maggiore precisione la data di questo scatto e ad arricchire la memoria collettiva del nostro lido.
Elio Di Bella



Una consegna al Grand Hôtel des Temples a Girgenti