Nel Ventennio la via Atenea si chiamò via Roma. Una cartolina ci restituisce i tavolini e il passeggio.
C’è una didascalia, in basso a destra, che vale quanto tutta la fotografia: Via Roma.
Non è un errore del tipografo. È la nostra via Atenea, riconoscibile nel suo andamento sinuoso, nei prospetti ottocenteschi, nel basolato lucido. Solo che per un ventennio, ad Agrigento, la strada maestra portò il nome della capitale.
Quando Atena cedette il posto a Roma
Nel giugno del 1927 un regio decreto cancellò Girgenti e impose Agrigento, italianizzazione del latino Agrigentum. Il regime aveva una particolare attrazione per le tradizioni classiche latine, e nella stessa logica la via Atenea — che porta il nome greco della dea della saggezza, Atena — divenne via Roma.
Fu una sostituzione simbolica netta: la Grecia che arretra, Roma che avanza. Caduto il fascismo, la strada si riprese il suo nome antico, e Atena tornò al suo posto. Ma questa cartolina resta a testimoniare quei vent’anni, e ci consegna qualcosa di più prezioso di una targa: la vita che ci scorreva sopra.
I tavolini sul marciapiede
Guardate a sinistra. È il cuore dell’immagine.
Un prospetto lungo, scandito da grandi aperture e da lesene, con un’insegna a caratteri in rilievo che corre per tutta la facciata — quelle insegne “all’inglese”, campeggianti, che qualcuno ricordava in oro zecchino su pannelli lignei. Due globi di vetro su bracci di ferro battuto ricurvi sporgono dal muro: la luce elettrica, orgoglio della strada.
E sotto, sul marciapiede, una fila di tavolini tondi con sedie viennesi, quelle in legno curvato dalle gambe tornite. Ai tavoli si sta seduti: un uomo in giacca chiara a quadri, appoggiato al ripiano; altri due o tre, con il cappello ancora in testa. In piedi, sul bordo del gruppo, una figura in giacca bianca: quasi certamente il cameriere. Più avanti, altri tavoli, altre teste, e quella che sembra la sagoma di un bambino.
Ecco il punto: in via Roma non si passeggiava soltanto. Ci si sedeva. Il caffè non era un luogo dove si consumava e si andava via, era il palco da cui si guardava la città passare — e da cui si veniva guardati. Chi non poteva permettersi la consumazione camminava; chi poteva, occupava il marciapiede.
Una strada senza automobili
Nella carreggiata non c’è un solo veicolo a motore. Non uno.
La gente cammina in mezzo alla strada, in gruppi di tre, quattro, cinque, come si faceva. Il basolato in lastre di lava — posato nel 1870, rinnovato nel 1904, prolungato nel 1913 — disegna le sue commettiture che fuggono in prospettiva. Ai lati, marciapiedi stretti e rialzati, appena un cordolo chiaro.
In primo piano, di spalle, un ragazzino in giacca corta e calzoni al ginocchio attraversa la carreggiata con le braccia un po’ larghe. Sull’acciottolato, due piccole forme scure: probabilmente colombi.
I prospetti raccontano il resto: balconi con ringhiere in ferro battuto, persiane accostate contro il sole, cornici marcapiano, tende da sole sulle botteghe di destra. Sopra le teste, la vita privata; sotto, la vita pubblica.
Il codice di una società
Gli uomini sono quasi tutti in giacca e cappello — uscire a capo scoperto era inconcepibile. E il passeggio aveva regole non scritte severissime: si può immaginare quanto coraggio servisse a una ragazza per farsi vedere spesso in giro, esposta al giudizio implacabile di chi stava seduto ai tavolini.
Perché il tavolino, ad Agrigento, non era solo comodità. Era osservatorio. E la maldicenza, diceva Voltaire, è il sale dell’intelligenza: di quel sale, qui, ce n’era fin troppo.
E oggi
La strada è la stessa. Il basolato non c’è più, sostituito dall’asfalto e poi ripavimentato; molte saracinesche sono abbassate; il commercio è migrato in periferia.
Ma i tavolini sono tornati. E ogni volta che qualcuno si siede a guardare passare la gente lungo la via Atenea, ripete — senza saperlo — un gesto che questa fotografia ha fermato quasi cent’anni fa.
Cambia il nome della strada. Non cambia a’ chiazza.


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