Una cartolina dei primi del Novecento: carrozze, lampioni e il salotto buono di Girgenti davanti al Circolo Empedocleo.
Una cartolina in fototipia, il cielo lattiginoso, l’inchiostro di un annullo postale che morde il bordo superiore e una data manoscritta ormai quasi illeggibile. Basta poco, in queste immagini, perché un pomeriggio qualunque di cent’anni fa torni a muoversi. Qui il pomeriggio è quello della via Atenea, nel punto in cui la strada maestra si allarga davanti al Circolo Empedocleo, e la scena che il fotografo ha fermato è insieme banale e rivelatrice: qualche carrozza che passa, un uomo seduto sui gradini, una piazza vuota che aspetta la sera.
La scalinata come palcoscenico
Il primo elemento che colpisce è la gradinata. Occupa tutta la fascia inferiore dell’inquadratura, larga, bassa, con alzate minime e pedate profonde: non una scala da salire di corsa, ma un raccordo pensato per essere percorso lentamente, magari a braccetto. È il dispositivo che risolve il salto di quota fra il piano stradale e il ripiano della piazza, e nello stesso tempo è la platea urbana di Girgenti. Ci si siede, ci si ferma, si guarda chi passa. Sul terzo gradino da destra un uomo con la coppola sta appunto seduto, le gambe raccolte, la giacca scura: probabilmente un carrettiere in attesa, forse solo un ozioso. È l’unica figura ferma in mezzo a un’immagine di cose in movimento.
Alle sue spalle il piano della piazza si distende luminoso, quasi abbagliante per contrasto con le architetture scure. Lungo il margine si riconoscono i sedili in muratura, quei banchi bassi e continui che nell’Ottocento arredavano le passeggiate pubbliche. Un parapetto in ferro battuto, con maglie a losanga, chiude il lato di sinistra affacciato sul vuoto: di là comincia il declivio verso la vallata, e lo sguardo, in una giornata limpida, correva fino ai templi e al mare.
Le carrozze, il lusso che si muove
In primo piano sfilano le carrozze, ed è da lì che l’immagine prende voce. Se ne contano almeno tre, incastrate l’una nell’altra dalla prospettiva: ruote a raggi sottili, cerchioni ferrati, mantici abbassati, un telo chiaro ripiegato sul sedile posteriore di quella centrale. A destra un cocchiere in berretto rigido siede a cassetta con la schiena dritta, le redini raccolte; i cavalli, bardati con paraocchi e finimenti scuri, hanno le teste rivolte in direzioni diverse, segno che il gruppo si sta ricomponendo dopo una sosta.
Sono vetture da nolo o da rimessa privata — landau, carrozzelle, calessi — cioè lo strumento con cui a Girgenti si esibiva l’appartenenza a un ceto. Percorrere la via Atenea in carrozza, nell’ora che precedeva il tramonto, non era un modo di spostarsi: era un modo di farsi vedere. La strada, lunga e sinuosa, stretta fra i palazzi, costringeva le vetture a un passo lento; e il passo lento era esattamente ciò che serviva perché la città potesse guardare e commentare.
La facciata di Raffaello Politi
Sulla destra si impone l’edificio del Circolo. Il piano terra si apre in un portico scandito da colonne binate, con gli intercolumni in ombra profonda: una successione di archi e vuoti che il fotografo ha reso come una fila di macchie nere. Sopra corre una balaustra decorativa a piccoli pilastrini, e il piano nobile si allinea con finestre incorniciate da mostre lisce. Al centro, in asse, un elemento ornamentale a rilievo — un vaso o un cimasa scolpita — segna la simmetria del prospetto.
È la Casina Empedoclea, nata nel 1835 per volontà di alcuni notabili girgentani che avevano deciso di darsi un luogo stabile per la conversazione, la lettura e il gioco. La facciata che vediamo nella cartolina fu disegnata da Raffaello Politi, l’architetto e antiquario che nell’Ottocento agrigentino fu insieme studioso dei templi e arredatore della città moderna. Quel neoclassicismo misurato non è un dettaglio estetico: è una dichiarazione. La borghesia e l’aristocrazia locali sceglievano, per il proprio salotto, il linguaggio della classicità che avevano sotto casa.
Anche la piazza ha una storia politica. Era stata deliberata nel 1826 e inaugurata alla fine del 1829 come piazza “della Riconoscenza”, gesto di ammenda verso il sovrano borbonico dopo i moti del 1820, con al centro la statua regia scolpita da Valerio Villareale. Nel gennaio del 1848 la statua fu abbattuta. Quando fu scattata questa fotografia, di quel monumento restava soltanto lo spazio vuoto che si vede al centro dell’inquadratura.
I lampioni e l’ora della passeggiata
Due lampioni presidiano la scena. Quello di sinistra, più vicino all’obiettivo, ha un fusto sottile e una lanterna poligonale a vetri; l’altro, arretrato, mostra un braccio orizzontale e un puntale a croce. Sono i pali della prima illuminazione pubblica moderna, e raccontano una città che aveva cominciato a vivere anche dopo il tramonto. Sullo sfondo a sinistra si staglia un corpo di fabbrica compatto, dal tetto piano e dalle pareti quasi prive di aperture: probabilmente un magazzino o un edificio di servizio addossato al ciglio della vallata, la parte prosaica di una scena altrimenti elegante.
Chi entrava e chi restava fuori
Ed è questo, alla fine, il vero soggetto della cartolina. Il Circolo Empedocleo era il salotto buono della vecchia Girgenti: vi passarono sovrani, principi di Casa Savoia, garibaldini, letterati e artisti di passaggio; vi si tennero conferenze che scandalizzarono i benpensanti e commemorazioni che allarmarono le autorità. Dentro c’erano i proprietari terrieri, gli avvocati, i notai, i funzionari, i mercanti di zolfo che dalle miniere dell’entroterra ricavavano le fortune con cui si compravano palazzi in via Atenea.
Fuori c’era l’altra Girgenti: i carrettieri, i cocchieri, gli zolfatari che scendevano dai paesi, le donne dei quartieri alti che portavano l’acqua. La stessa fotografia le contiene entrambe, separate da sei gradini. L’uomo seduto guarda la piazza; la piazza non guarda lui.
Ciò che la cartolina non dice
Chi comprava queste cartoline le spediva per dire “sono stato qui”, e sceglieva l’immagine che riteneva più degna della città. Nessuno pensava di consegnare un documento sociale. Eppure è esattamente ciò che ha fatto: un pomeriggio senza eventi, con le carrozze in transito e il portico in ombra, si è rivelato più eloquente di molte cronache. Guardandolo oggi, la via Atenea è ancora lì, la facciata di Politi è ancora lì. Mancano soltanto i cavalli — e il silenzio che rendeva udibile il loro passo.


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