Marcinelle nelle fonti belghe: risultati della ricerca
La ricerca è stata condotta esclusivamente su materiali prodotti, conservati o pubblicati in Belgio: il sito memoriale del Bois du Cazier, gli archivi audiovisivi della SONUMA, la Biblioteca reale del Belgio, la Polizia federale, l’Istituto reale belga di Scienze naturali, le università di Gand, Bruxelles e Louvain-la-Neuve, la Revue belge d’Histoire contemporaine, il Comune di Charleroi e la stampa della Vallonia.
Due vittime provenivano da Montaperto, ad Agrigento
Il dato più rilevante per la storia agrigentina riguarda non uno, ma due minatori originari di Montaperto:
- Carmelo Baio, nato il 26 novembre 1920, residente a Marcinelle in rue de la Babotterie 162;
- Calogero Reale, nato il 27 giugno 1922, residente in rue Grande Chevenière 158.
L’elenco ufficiale del Bois du Cazier indica correttamente “Montaperto” per Carmelo Baio e trascrive “Mantaperto” per Calogero Reale, specificando in entrambi i casi la provincia di Agrigento. Complessivamente, le fonti belghe registrano cinque vittime provenienti dalla Sicilia: Baio, Reale, Sebastiano Campisi di Augusta, Gaetano Indorato di Sommatino e Salvatore Piluso di Caltagirone.
La ricostruzione tecnica più attendibile
Le fonti ufficiali belghe indicano che quella mattina erano scesi nella miniera 275 lavoratori, non 274: tredici riuscirono a salvarsi e 262 morirono. Alle 8.10, al livello di 975 metri, un carrello introdotto nella gabbia nel momento sbagliato rimase parzialmente sporgente a causa di un dispositivo di arresto difettoso. Durante la risalita colpì una trave che, come un ariete, danneggiò una conduttura d’olio, due cavi dell’alta tensione e un tubo dell’aria compressa. Gli archi elettrici incendiarono l’olio nebulizzato; il legno presente nel pozzo alimentò le fiamme e il sistema di ventilazione diffuse fumo e monossido di carbonio nelle gallerie.
Il processo non affrontò le cause strutturali
La ricerca di Julie Urbain sul processo del Bois du Cazier mostra che le indagini produssero conclusioni contrapposte. Gli esperti giudiziari denunciarono la vetustà degli impianti e l’inadeguata organizzazione delle comunicazioni; l’Amministrazione delle Miniere sostenne invece che le strutture fossero soddisfacenti. La commissione governativa concentrò l’attenzione sugli aspetti tecnici, eludendo problemi quali la pressione produttiva, la scarsità degli investimenti, l’impiego di personale privo di adeguata formazione e l’arretratezza del sistema minerario.
Il dibattimento si svolse dal 1959 al 1962. Cinque persone furono processate e 195 familiari si costituirono parte civile. Il 1º ottobre 1959 arrivò l’assoluzione generale. In appello fu attribuita una responsabilità penale soltanto al direttore dei lavori della miniera; il successivo ricorso si concluse con un accordo tra le parti. La responsabilità sistemica finì così compressa nella colpa individuale di un solo tecnico.
Che cosa scrivevano i giornali belgi nel 1956
L’analisi accademica dell’UCLouvain ha esaminato La Libre Belgique, Le Soir, La Dernière Heure, L’Écho de la Bourse, Le Peuple, La Cité e numerose testate regionali, fra cui Le Journal de Charleroi, La Meuse, La Nouvelle Gazette, La Wallonie e Le Rappel. Sono stati individuati 37 interventi di lettori relativi a Marcinelle. La grande maggioranza non si limitava all’espressione del dolore: chiedeva sicurezza, controllo pubblico, responsabilità e trasparenza nell’utilizzazione degli aiuti destinati alle famiglie. Alcuni lettori di Le Peuple invocarono apertamente la nazionalizzazione delle miniere.
La consultazione digitale diretta dei quotidiani del 1956 presenta tuttora alcuni limiti: BelgicaPress ha digitalizzato integralmente fino al 1970 soltanto Le Soir, mentre parte dei documenti soggetti a diritto d’autore richiede l’accesso scientifico o la consultazione presso la Biblioteca reale. Al momento della ricerca il sistema di autenticazione risultava inoltre temporaneamente indisponibile. La ricezione giornalistica è stata quindi ricostruita attraverso lo studio sistematico dell’UCLouvain, le citazioni delle singole edizioni e gli archivi audiovisivi della radiotelevisione belga.
La ricerca scientifica è proseguita fino al 2026
Nel 2021 furono riesumate le salme rimaste senza identificazione. L’esame antropologico, odontologico e genetico ha consentito di confrontare DNA estratto da denti e frammenti ossei con quello dei discendenti. Nel 2023 furono annunciati i primi due riconoscimenti. Al 28 maggio 2026 risultavano identificati complessivamente sei minatori; gli ultimi due erano Pietro Basso e Secondo Petronio. Secondo l’aggiornamento della stampa belga, rimanevano ancora da identificare un italiano e un greco.
Due minatori di Montaperto nell’abisso del Belgio
Negli elenchi ufficiali delle vittime del Bois du Cazier, tra centinaia di nomi provenienti da dodici nazioni, la storia di Agrigento compare due volte.
La prima sotto la lettera B: Carmelo Baio, nato a Montaperto il 26 novembre 1920. La seconda sotto la lettera R: Calogero Reale, nato il 27 giugno 1922 nello stesso centro agrigentino, trascritto nell’elenco belga come “Mantaperto”. Baio abitava a Marcinelle, in rue de la Babotterie 162; Reale in rue Grande Chevenière 158. Due indirizzi nelle periferie minerarie della Vallonia e un medesimo luogo d’origine sulle colline di Agrigento.
Non furono gli unici siciliani a morire nella miniera l’8 agosto 1956. Con loro c’erano Sebastiano Campisi di Augusta, Gaetano Indorato di Sommatino e Salvatore Piluso di Caltagirone. Cinque uomini partiti da una Sicilia ancora segnata dalla disoccupazione rurale, dalla precarietà e dall’assenza di prospettive, finiti nelle viscere industriali del Belgio.
La presenza di Baio e Reale restituisce alla tragedia una dimensione direttamente agrigentina. Marcinelle non appartiene soltanto alla storia nazionale dell’emigrazione italiana. Appartiene anche alla storia sociale di Agrigento, alle sue partenze, alle famiglie divise, ai paesi e alle campagne dai quali nel secondo dopoguerra si emigrava non per vocazione cosmopolita, ma per necessità.
L’accordo del 1946 tra il Belgio e l’Italia
Per comprendere Marcinelle bisogna risalire al 20 giugno 1946, quando a Roma venne sottoscritto il protocollo sull’invio di manodopera italiana nelle miniere belghe. Il Belgio aveva bisogno di carbone per ricostruire la propria economia, ma non disponeva di un numero sufficiente di lavoratori disposti a scendere nei pozzi. L’Italia aveva disoccupati, soprattutto nelle regioni meridionali, e necessitava di combustibile.
L’accordo prevedeva l’arrivo in Belgio di circa 50.000 lavoratori italiani e la fornitura all’Italia, a pagamento e a condizioni favorevoli, di due o tre milioni di tonnellate di carbone all’anno. Il governo italiano avrebbe dovuto favorire la partenza di duemila uomini alla settimana, preferibilmente giovani, sani e di età non superiore ai 35 anni.
Definire quel sistema come un semplice “baratto di uomini contro carbone” è una formula efficace, ma insufficiente. Non si trattò letteralmente di una compravendita di persone. Fu, tuttavia, un programma interstatale nel quale il corpo del lavoratore divenne una variabile della politica energetica: uomini selezionati, sottoposti a visite, smistati nei bacini minerari e vincolati a un settore produttivo che la stessa manodopera belga tendeva ormai ad abbandonare.
La storica Anne Morelli ha dimostrato, sulla base degli archivi del primo ministro Achille Van Acker e della Federazione carbonifera belga, che il ricorso agli stranieri consentì di evitare un aumento sostanziale del costo del lavoro e di rinviare la modernizzazione del settore. In termini brutali, agli immigrati vennero proposte condizioni che una parte crescente dei lavoratori belgi non era più disposta ad accettare.
Senza formazione davanti al pozzo
Il contratto del 1946 non prevedeva un vero periodo obbligatorio di preparazione al lavoro sotterraneo. Soltanto nel 1952 venne introdotta una fase di iniziazione, senza che ne fosse stabilita con precisione la durata. Molti immigrati vedevano realmente una miniera soltanto al momento della prima discesa.
Le fonti belghe descrivono uomini che, compreso ciò che li attendeva, si rifiutavano di scendere una seconda volta. La rottura del contratto poteva comportare la segnalazione alla polizia degli stranieri, l’arresto, il concentramento a Bruxelles e il rimpatrio. Il lavoratore non era formalmente prigioniero, ma la sua libertà risultava fortemente limitata dal contratto, dalle norme sull’immigrazione e dalla dipendenza economica.
Il problema non riguardava soltanto la miniera. L’accordo assicurava sulla carta un alloggio decoroso; nella realtà, numerosi italiani furono sistemati negli ex campi utilizzati durante la guerra per i prigionieri russi e tedeschi. Alcuni conservavano ancora il filo spinato. Nei dormitori si trovavano letti sovrapposti, materassi di paglia, coperte sporche, assenza di lenzuola e riscaldamento insufficiente. Testimoni belgi ricordarono che in inverno l’acqua gelava all’interno delle baracche.
Questa non era un’anomalia marginale. Era la contraddizione originaria dell’emigrazione mineraria: un sistema capace di organizzare convogli internazionali di lavoratori, ma incapace — o non sufficientemente interessato — a garantire loro formazione, abitazioni e sicurezza proporzionate al rischio.
Marcinelle, 8 agosto 1956: la meccanica della catastrofe
Alle 8.10 dell’8 agosto 1956, al livello di 975 metri del pozzo Saint-Charles, un malinteso tra il fondo e la superficie determinò l’avvio della gabbia mentre un carrello non era stato completamente introdotto. Un dispositivo di arresto difettoso lasciò sporgere il vagone. Durante la risalita, questo colpì una trave metallica, che venne trascinata verso l’alto trasformandosi in un ariete.
La trave lacerò una tubazione contenente olio, danneggiò due cavi dell’alta tensione e ruppe una conduttura dell’aria compressa. Le scintille prodotte dagli archi elettrici incendiarono l’olio nebulizzato. Il getto d’aria alimentò le fiamme; le strutture lignee del pozzo offrirono ulteriore combustibile.
L’elemento decisivo fu il sistema di aerazione. Il pozzo di estrazione era utilizzato anche per l’ingresso dell’aria. Il ventilatore, anziché proteggere gli uomini, distribuì fumo e monossido di carbonio attraverso il circuito sotterraneo. Non fu dunque il solo urto del carrello a uccidere. A trasformare un errore operativo in una strage fu l’interazione fra impianti, materiali, organizzazione del lavoro e configurazione della ventilazione.
Quella mattina erano scesi 275 uomini. Sette risalirono nei primi minuti; altri sei furono recuperati vivi nel pomeriggio. I superstiti furono tredici. Le vittime furono 262: 136 italiani, 95 belgi, otto polacchi, sei greci, cinque tedeschi, tre algerini, tre ungheresi, due francesi, un britannico, un olandese, un ucraino e un russo.
Quindici giorni davanti ai cancelli
Per quindici giorni, le famiglie rimasero davanti ai cancelli della miniera, mentre squadre belghe, francesi e tedesche tentavano di penetrare nei livelli invasi dal fumo e dai gas. La possibilità che alcuni minatori avessero raggiunto una zona isolata alimentò una speranza sempre più fragile.
Il 23 agosto, raggiunto il livello di 1.035 metri, i soccorritori comunicarono l’esito definitivo: «Tutti cadaveri». La frase, pronunciata in italiano, trasformò una constatazione tecnica in un verdetto collettivo. L’italiano era divenuto, per un istante, la lingua pubblica del lutto europeo.
Le fotografie delle donne aggrappate alle inferriate, dei soccorritori anneriti e delle bare trasportate dai minatori entrarono nell’immaginario del dopoguerra. Tuttavia, ridurre Marcinelle alla sola iconografia del dolore rischia di occultare la domanda decisiva: perché un errore relativamente circoscritto poté provocare la morte di 262 persone?
Impianti vecchi e responsabilità contrapposte
Dopo il disastro furono avviate tre indagini: giudiziaria, amministrativa e governativa. Le loro conclusioni non coincisero. Gli esperti nominati dalla magistratura sottolinearono la vetustà degli impianti e la cattiva organizzazione delle comunicazioni fra il fondo e la superficie. Gli esperti dell’Amministrazione delle Miniere giudicarono invece soddisfacenti le installazioni e negarono che l’età del pozzo avesse avuto un ruolo determinante.
La miniera del Bois du Cazier era una concessione relativamente piccola, indipendente dai maggiori gruppi finanziari. Nel 1956 utilizzava ancora 46 cavalli per il trasporto sotterraneo dei carrelli, un segno evidente dell’arretratezza organizzativa. Erano stati avviati alcuni lavori di ammodernamento, ma il sistema produttivo restava segnato dalla scarsità degli investimenti e dalla ricerca del rendimento.
La commissione governativa, istituita il 25 agosto 1956, si concentrò prevalentemente sugli aspetti tecnici. Secondo la ricostruzione storica di Julie Urbain, rimasero ai margini le questioni più scomode: l’aumento della produzione senza adeguati investimenti, l’arretratezza dei metodi di estrazione, la presenza di lavoratori scarsamente formati, il sistema disciplinare e il rapporto fra interessi industriali e controlli pubblici.
Il termine “fatalità”, pertanto, non è sufficiente. Marcinelle nacque da un errore, ma divenne catastrofe a causa di una concatenazione di vulnerabilità tecniche e organizzative. Una società può considerare imprevedibile l’istante esatto di un incidente; non può definire imprevedibili i rischi che essa stessa accumula.
I giornali belgi tra cordoglio e denuncia
La stampa belga seguì quotidianamente le operazioni di soccorso. Lo studio di Vinciane Votron per l’UCLouvain ha analizzato quotidiani nazionali come La Libre Belgique, Le Soir, La Dernière Heure, L’Écho de la Bourse, Le Peuple e La Cité, insieme a testate regionali quali Le Journal de Charleroi, La Meuse, La Nouvelle Gazette, La Province, Le Rappel e La Wallonie.
Ne emerge una reazione pubblica più complessa del semplice cordoglio. Lo studio ha individuato 37 lettere o estratti di lettere pubblicati in relazione alla tragedia. Nel sistema giornalistico degli anni Cinquanta era un numero significativo: le pagine erano meno numerose, gli spazi riservati ai lettori limitati e ogni testo veniva sottoposto a una forte selezione redazionale.
L’89 per cento degli interventi esaminati presentava contenuti razionali e propositivi; il 27 per cento conteneva elementi emotivi, con categorie in parte sovrapponibili. I lettori non chiedevano soltanto di onorare i morti. Discutevano di sicurezza, responsabilità, controllo degli impianti e condizioni di lavoro.
La Cité pubblicò gli interventi più ampi. Alcuni lettori di Le Peuple proposero la nazionalizzazione delle miniere, sostenendo che soltanto il controllo pubblico avrebbe consentito verifiche efficaci e investimenti adeguati. Uno di essi formulò un principio di elementare durezza: una miniera non più economicamente sostenibile doveva essere chiusa, non mantenuta in attività al prezzo della vita umana.
Su La Libre Belgique del 23 agosto un lettore chiese che gli aiuti fossero destinati prioritariamente alle vedove, agli orfani e agli anziani. Altri domandarono che i giornali pubblicassero i conti delle somme raccolte, affinché la solidarietà non fosse assorbita dalla burocrazia. La tragedia mise dunque in discussione non soltanto la miniera, ma anche la gestione pubblica del lutto.
La nascita della cronaca televisiva belga
L’8 agosto 1956 la radiotelevisione belga filmò le prime immagini sul piazzale del Bois du Cazier. La SONUMA conserva un bollettino di otto minuti girato quello stesso giorno. La televisione belga, ancora agli inizi e seguita da un numero ridotto di famiglie, sperimentò a Marcinelle una delle sue prime grandi coperture continuative di un evento nazionale.
Gli archivi conservano anche Avec ceux du fond, reportage realizzato nel 1958 sul lavoro minerario, e Marcinelle, cinq ans après, trasmissione del 1961 che tornò a interrogare i familiari e la sicurezza nei pozzi. Nel 1976, a vent’anni dal disastro, i giornalisti Christian Druitte e Robert Mayence ricostruirono in tre parti la sequenza degli avvenimenti.
Queste registrazioni mostrano il passaggio dalla cronaca dell’emergenza alla costruzione della memoria. Prima il fumo, l’attesa e i soccorsi; poi le cause, le responsabilità e la condizione degli immigrati. La televisione non si limitò a documentare Marcinelle: contribuì a trasformarla in un trauma nazionale belga.
Il processo del Bois du Cazier
Il processo iniziò il 6 maggio 1959 e si concluse nel febbraio 1962. Sul banco degli imputati sedevano il direttore dei lavori, l’ingegnere capo della miniera, due responsabili dell’Amministrazione delle Miniere e un elettricista incaricato del controllo degli impianti. Le parti civili erano 195: mogli, figli, genitori, fratelli e sorelle delle vittime.
Il dibattimento fu dominato dalla contrapposizione fra esperti e risultò quasi incomprensibile al pubblico. Le domande sulla politica industriale, sugli investimenti e sul futuro delle miniere restarono fuori dall’aula o furono ridotte a questioni collaterali. Il 1º ottobre 1959 il Tribunale correzionale di Charleroi pronunciò l’assoluzione generale. Il quotidiano comunista Le Drapeau Rouge titolò: «Uno scandalo».
In appello venne riconosciuta la responsabilità del solo direttore dei lavori per omessa previsione o precauzione. Il ricorso successivo si concluse con un accordo fra le parti. Dopo anni di udienze, il processo non produsse un accertamento capace di comprendere unitariamente impresa, amministrazione, controlli e politica mineraria.
Non si può affermare che non vi sia stato alcun processo. Vi furono indagini, perizie, imputati e sentenze. Ma l’esito giudiziario non corrispose all’ampiezza storica della tragedia. Il diritto cercò una condotta individuale; Marcinelle mostrava invece una responsabilità distribuita lungo un intero sistema.
Dopo Marcinelle: sicurezza e politica europea
Il disastro rafforzò in Belgio la richiesta sindacale di un controllo più rigoroso del settore minerario. La discussione riguardò anche la struttura proprietaria delle miniere: secondo una parte del movimento operaio, la frammentazione delle concessioni e la subordinazione degli investimenti alla redditività rendevano impossibile una politica nazionale della sicurezza.
Nel settembre 1956 venne promossa una conferenza sulla sicurezza nei paesi della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Nel maggio 1957 fu istituito un organismo permanente per la sicurezza e la salubrità nelle miniere di carbone. Non fu la soluzione immediata di tutti i problemi, ma rappresentò uno dei primi tentativi di trasformare un disastro industriale nazionale in una politica europea coordinata di prevenzione.
Anche il reclutamento italiano cambiò. Dopo Marcinelle, l’Italia interruppe l’invio organizzato di lavoratori nelle miniere belghe. Il Belgio rivolse progressivamente la propria domanda di manodopera verso altri paesi: Spagna, Grecia e, negli anni successivi, Marocco e Turchia. Cambiarono le nazionalità dei lavoratori; non scomparve la tendenza a trasferire sui migranti i lavori più pericolosi e meno desiderati.
La scienza restituisce i nomi
Per decenni alcune salme rimasero prive di identificazione. Nel 2021, su impulso dei familiari e con il coordinamento del Disaster Victim Identification della Polizia federale belga, vennero avviate nuove operazioni di esumazione e analisi. L’iniziativa aveva finalità storiche e umanitarie, non comportava la riapertura giudiziaria del caso.
Antropologi, medici legali, odontologi ed esperti dell’Istituto nazionale di criminalistica prelevarono campioni da ossa e denti, confrontandoli con il DNA dei discendenti. Nel 2023 furono comunicate le prime due identificazioni. La memoria cessava così di essere soltanto commemorazione e diventava nuovamente indagine.
Il 28 maggio 2026 la stampa belga ha annunciato l’identificazione di Pietro Basso e Secondo Petronio. Il numero dei minatori riconosciuti attraverso il nuovo progetto scientifico è così salito a sei. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile, restavano ancora senza nome un italiano e un greco.
La scienza non modifica il numero delle vittime e non corregge le insufficienze del processo. Restituisce però ciò che ogni sistema produttivo tende a cancellare quando trasforma le persone in contingenti, turni e coefficienti: l’identità individuale.
Dal luogo della produzione al luogo della coscienza
Il Bois du Cazier è oggi un museo dedicato alla storia industriale, alla sicurezza sul lavoro e alle migrazioni. Nel 2012 è stato inserito, insieme agli altri principali siti minerari della Vallonia, nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Nel 2018 ha ricevuto il marchio del Patrimonio europeo.
Nel 2026, settantesimo anniversario della tragedia e ottantesimo anniversario dell’accordo italo-belga, Charleroi e il Bois du Cazier hanno organizzato mostre fotografiche, documentari, spettacoli teatrali, incontri e iniziative educative. L’obiettivo dichiarato non è conservare una memoria immobile, ma collegare il 1956 ai temi contemporanei delle migrazioni, dell’integrazione, della sicurezza e della dignità del lavoro.
Il passaggio da miniera a museo non neutralizza il passato. Lo rende leggibile. Le strutture industriali, le fotografie, le piastrine, le lampade e gli archivi non sono reliquie di un mondo scomparso: sono documenti di un modello economico nel quale la modernizzazione dell’Europa procedeva anche attraverso il rischio imposto agli ultimi.
Marcinelle e la memoria di Agrigento
Per Agrigento, ricordare Marcinelle significa riportare Carmelo Baio e Calogero Reale nel luogo dal quale partirono. I loro nomi dimostrano che la grande storia dell’emigrazione non è composta da masse anonime. È una somma di partenze individuali: un paese lasciato alle spalle, una famiglia, un indirizzo straniero, un turno di lavoro.
Marcinelle non fu soltanto una sciagura mineraria e neppure soltanto una tragedia italiana. Fu il punto di collisione fra ricostruzione economica, arretratezza industriale, migrazione organizzata e insufficienza dei controlli. Fu europea perché europee erano le nazionalità degli uomini nel pozzo, europei gli interessi energetici e politica europea divenne, dopo la strage, la sicurezza mineraria.
La sua lezione non consiste nella generica affermazione che il lavoro debba essere sicuro. Consiste in qualcosa di più esigente: quando la produzione dipende dal silenzio dei più deboli, la sicurezza non può essere affidata alla sola convenienza dell’impresa; quando un incidente rivela carenze diffuse, la giustizia non può limitarsi a cercare un unico colpevole; quando gli emigranti vengono descritti come numeri, la memoria deve restituire loro un nome.
A Marcinelle, tra quei nomi, vi sono anche quelli di due uomini di Montaperto. È da lì che la storia europea del carbone ritorna ad Agrigento.
Elio Di Bella


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