Raffadali: un paese che nasce dalla terra
Raffadali sorge in un’area abitata fin dal Neolitico. Il suo toponimo, dall’arabo Rahl‑Afdal (villaggio eccellente), ricorda l’età in cui gli arabi portarono irrigazione e colture pregiate in Sicilia. Nel Medioevo il feudo divenne proprietà dei Montaperto, che lo ripopolarono e lo governarono. Per secoli i contadini vissero legati al padrone; solo dopo le lotte del dopoguerra nacque la piccola proprietà, ma l’emigrazione continuò. Questa radice agricola spiega il ruolo centrale del cibo e della saggezza popolare.
La civiltà del maccu
Il maccu, crema di fave con olio, è il piatto simbolo di Raffadali e dà al paese il soprannome di “paesi di lu maccu”. La sua origine è legata agli antichi scambi mediterranei e per Greci e Romani era un alimento sacro. Modi di dire sull’olio del maccu evocano al contempo abilità artigianale e avarizia.
I motti popolari raffadalesi: specchi di una comunità
La rivista La Siciliana (1914) raccoglie diversi motti popolari raffadalesi; sono frasi fulminee che raccontano abitudini, soprusi e virtù. Come blocchi di pietra estratti dalla vita quotidiana, questi detti fissano nel linguaggio collettivo il giudizio della comunità.
Senza nè chitibbi, nè chitabbi
L’espressione rimprovera chi agisce senza motivo: non ci sono chitibbi (scuse) né chitabbi (ragioni), dunque è meglio tacere. In poche sillabe racchiude l’idea di responsabilità individuale.
Cu tu dissi? Ciccu Tissi!
Se qualcuno chiedeva indiscretamente «Cu tu dissi?» (chi ti ha detto?), la risposta ironica era «Ciccu Tissi!»: rima che suona come una persona inesistente, per evitare di fare nomi e guai. È la prudenza al potere.
Ammazzatu comu a Tufaniu!
Il proverbio ricorda l’esecuzione di Epifanio Marchica, detto Tufaniu, fucilato in piazza nel 1848 per i suoi crimini. La frase ammonisce: chi commette ingiustizie può fare una brutta fine.
Lu paisi di lu maccu
Raffadali è chiamato «lu paisi di lu maccu o di li maccari»: le varianti – dal mettere il maccu nella scodella al bummulo o persino nel ciascu – giocano con l’idea che gli abitanti mangino solo questo piatto. Con il benessere il consumo è diminuito, ma l’autoironia è rimasta.
Va jti ad aggiustarivi sutta lu rrologgiu
Si dice a chi non vedrà mai il denaro che gli spetta. In passato sotto l’orologio comunale vi era un rudere dove la gente andava per le proprie necessità: invitare qualcuno a «aggiustarsi» lì equivale a rimandarlo al nulla.
Frecciate ai cognomi
Motti come «Guardativi di la littra G!» o «Rizzi, Vinti e Gueli spùntanni feli!» mischiano cognomi in rime mordaci per colpire famiglie intere: l’ironia popolare non risparmia nessuno.
Cu voli travagliari nni Bonannu
«Cu voli travagliari nni Bonannu av’èssiri nimicu di lu sonnu; li grana l’arricivi ’nquannu ’nquannu, lu faticari la notte e lu giornu!» ironizza sulla vita del bracciante: il lavoro è continuo, il compenso arriva di rado. Il nome Bonannu allude a un padrone che promette un “buon anno” e invece sfrutta.
Cci dissi Sirruy a mastru Saru
«Sangu a gghittari si vò stari bonu»: per guarire devi farti cavar sangue. Il motto nasce dalla storia del dottor Serroy che prescriveva un salasso a un paziente recalcitrante e lo sollecitava anche a pagare. La frase ricorda che la cura costa fatica e denaro.
Perché i motti contano
Questi detti sono documenti antropologici: in poche parole denunciano l’avarizia dei padroni, deridono la fama culinaria, ammoniscono i malfattori e invitano alla discrezione. Come blocchi di pietra nei templi, sono stati rifiniti con scalpelli di saggezza e tramandati senza malta di generazione in generazione.
Feste e tradizioni: il respiro del folklore
La Madonna degli Infermi e il ciclo delle feste
La festa più sentita è quella della Madonna degli Infermi, celebrata in luglio per ricordare l’intervento miracoloso con cui la Vergine avrebbe posto fine alla pestilenza del 1479; l’immagine lignea scolpita nel 1585 viene portata in processione tra canti.
Il resto dell’anno è scandito da un calendario rurale: a Natale si cantano novene, a Carnevale sfilano carri allegorici e si condividono dolci fritti; la Tavulata di San Giuseppi del 19 marzo apre le tavolate ai poveri; Pasqua è segnata da rappresentazioni sacre e dal panareddu cu l’ovu;
il Primo Maggio e la Fiera del Rosario celebrano lavoro e agricoltura; la commemorazione dei defunti regala pupi di zuccaru e cuccìa ai bambini; e l’Assunzione, un tempo, vedeva i contadini accendere falò nei campi per propiziare la fertilità. Queste celebrazioni intrecciano fede e agricoltura, come ingranaggi di un unico orologio.
Conclusione
I motti popolari raffadalesi raccontano con ironia la storia di una comunità agricola. Nascono da eventi reali – un’esecuzione pubblica, la fama di «mangiatori di maccu», l’avarizia dei padroni o un debito non pagato – e sono passati di bocca in bocca. Assieme alle feste della Madonna degli Infermi, di San Giuseppe, del Primo Maggio e dell’Assunzione, costituiscono un patrimonio immateriale che fonde storia, religione e lavoro. Raccoglierli e rielaborarli in modo rigoroso significa mantenere viva l’identità di Raffadali.
Elio Di Bella


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