Il ricco patrimonio archeologico di Agrigento, dalla sua fondazione nel 582 a.C. ai recenti scavi che rivelano segreti millenari. Scopri come la Soprintendenza alle Antichità ha trasformato la valorizzazione dei siti storici, dai templi greci alle necropoli, offrendo una nuova prospettiva sulla magnificenza urbanistica e la vitalità economica della città antica.
Introduzione al Patrimonio Archeologico di Agrigento
Attiva, come soltanto in circostanze eccezionali si può esserlo, è stata in questi ultimi anni la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento, il giovane istituto creato nel 1939 per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico delle due province di Agrigento e Caltanissetta.
Attiva in tutti i campi che riguardano la sua competenza; attivissima in quello che naturalmente le è più proprio: lo scavo.
Ad esso è stato rivolto ogni possibile interesse; nessuno sforzo è apparso eccessivo o si è tentato di evitare, quando si è presentata la possibilità di cogliere un’affermazione in questo campo,
di impostare un nuovo problema, di recare un contributo qualsiasi – mercé le rivelazioni del piccone – alla complessa problematica dell’archeologia, straordinariamente interessante, delle nostre zone.
Particolari condizioni, sia di ambiente che di ordine più generale, hanno qualche volta determinato o comunque facilitato o incoraggiato il nostro lavoro.
Non vanno dimenticati a questo proposito l’appoggio, spesso non soltanto morale, di illustri personalità della politica e della cultura, la collaborazione schietta e cordiale delle autorità e degli uffici locali,
l’entusiasmo vivo delle popolazioni in mezzo a cui abbiamo portato, spesso per la prima volta, la passione e i metodi della nostra ricerca. E deve darsi logicamente ogni peso all’entità – veramente notevole – delle provvidenze finanziarie di cui abbiamo avuto modo di giovarci in questi anni.
Dai Ministeri della Pubblica Istruzione e del Lavoro agli Assessorati per la Pubblica Istruzione e per il Turismo del Governo Regionale della Sicilia, e soprattutto alla Cassa per il Mezzogiorno
cui va tributato un particolare riconoscimento, è stata come una nobile gara di impegni e di generosa rispondenza a quanto era oggetto di nostre sempre più ampie e svariate richieste.
Ma in aggiunta a tutto questo, e come substrato insostituibile delle cose qui doverosamente considerate, mi sia consentito di ricordare la passione e l’entusiasmo che sono stati nostri assidui compagni nel quotidiano svolgimento dell’opera fino ad oggi compiuta.
La Soprintendenza alle Antichità di Agrigento, che mi onoro dirigere fin dall’ottobre 1941 e a cui ho dato quanto onestamente può darsi ad una istituzione che si è rilevata bambina e si porta in pochi anni a completa maturità,
ha risposto in maniera che costituisce per me motivo di profonda soddisfazione ai grandi compiti che le sono stati arrecati da tanta pienezza di grazie.
Merito oltre tutto della buona organizzazione da essa finalmente raggiunta, mercé l’ottima qualità delle collaborazioni di cui ho avuto la ventura di giovarmi.
Tutti, dal più umile dei custodi attraverso il personale tecnico e di ufficio ai bravi ed infaticabili archeologi coadiutori
(quali il Dott. Ernesto De Miro per gli scavi di Agrigento e di Eraclea Minoa e i dottori Dino Adamesteanu e Piero Orlandini per quelli di Gela e del territorio ad essa scientificamente collegato), hanno compiuto come meglio non si sarebbe potuto il loro dovere.
Mi è grato, già in questa prima occasione, rivolgere loro il mio più cordiale ringraziamento, con l’augurio che sempre maggiori fortune arridano ancora alla nostra comune fatica, così meravigliosamente maturata in una messe eccezionale di risultati e di soddisfazioni.
Nelle pagine che seguono do sommariamente conto, in una visione panoramica che mi sono sforzato di costruire quanto più possibile completa anche se contenuta in termini di estrema essenzialità, della ricerca archeologica svolta dalla Soprintendenza, da cinque anni a questa parte o poco più, nelle due province della sua giurisdizione.
Le relazioni ufficiali dei singoli scavi sono in corso avanzato di elaborazione e saranno pubblicate a mano a mano in sede opportuna, dove è mia ambizione porre tra l’altro in risalto quali frutti magnifici possono venire da una collaborazione strettamente e lealmente intesa,
quale è quella che ho coscienza di aver promossa e mantenuta tra di me e l’eletta schiera di giovani archeologi da me stesso chiamati a condividere l’ansia, oltre che le conquiste, di tanto lavoro.
Per ora basterranno poche notizie, corredate per altro di un buon manipolo di illustrazioni, che sono state scelte tra materiale di particolare interesse, ancora quasi tutto inedito o poco meno.
SCAVI AD AGRIGENTO
Ad Agrigento la zona archeologica è stata sottoposta a notevoli lavori di sistemazione e di abbellimento, che ne hanno radicalmente cambiato il volto, permettendo altresì una migliore valorizzazione dei suoi celebri monumenti, dai templi greci alle antichità paleocristiane e bizantine.
Si sono curate in particolare la viabilità (con la costruzione di un’ampia strada – La Via dei Templi – che unisce il tempio di Ercole a quello di Giunone e di altra che la continua dallo spiazzale ad esso sottostante fino alla località Bonamorone) e le attrezzature di conforto (apprestando un elegante edificio per un «Posto di ristoro», attorno al quale s’è creato un grande spiazzale che serve da autoparco);
si sono estesi in maniera assai rilevante i confini della zona demaniale, destinata quanto prima a comprendere l’intera collina dei Templi, dove sarà sistemato, tra i mandorli e gli ulivi, un «Parco» che sia degna cornice ai preziosi monumenti;
ed è ormai prossima la realizzazione di un altro antico voto che si propone di aumentarne i valori di suggestione, con l’impianto di un modernissimo sistema di illuminazione notturna, del tipo di quella che tanto successo ha avuto già da alcuni anni a Pompei.
Quanto a scavi, alcuni di modesta entità, ma di risultati scientifici assai interessanti, ne sono stati fatti negli anni scorsi in punti diversi, sia nell’area della città antica che nel suburbio.
La Fondazione di Agrigento e i Primi Scavi
A Montelusa, presso il mare, si è saggiata la necropoli più arcaica della città greca, databile in qualche sua parte tra la fine del VII e il principio del VI sec. a. C., e cioè in epoca anteriore alla fondazione vera e propria che fu opera di Gela circa il 582.
L’analogia con i materiali dei sepolcreti arcaici trovati a Gela, più che a comuni rassomiglianze nell’ambito della colonizzazione ellenica del tempo,
penso debba attribuirsi alla presenza fin da allora di elementi gelesi sulla costa agrigentina, tenuta quale zona ad essi riservata già da prima che attorno al 628 fosse fondata tanto più ad ovest, da coloni megaresi, Selinunte.
Sulla collina dei Templi molte cose si sono fatte che hanno aperto nuove vie ad una conoscenza più approfondita, e in gran parte originale, della sua organizzazione nell’antichità.
Si è scavato lungo il lato meridionale del tempio di Giove, di cui si sono chiariti importanti problemi particolari, confermando tra l’altro la sua caduta per effetto di terremoto ed accertando in diversi punti l’intatta posizione delle rovine
quale si configurò nel momento del pauroso crollo, così da legittimare la speranza che attente e ben organizzate ricerche possano qualche volta fornire quegli elementi di cui finora si è mancati per la soluzione di appassionanti incognite come quella della collocazione dei Telamoni.
Sul pendio a nord del tempio di Ercole, durante i lavori per l’ampliamento della Via dei Templi, si è trovato, perché fosse purtroppo sacrificato, un tratto di un’antica via dalle carreggiate profondamente incise nella roccia; nello stesso spazio si rinvennero cinque tra pozzi e cisterne, pieni di materiale archeologico vario, tra cui, con statuette di più comune interesse, una bella testa fittile di «koùros», databile nei primi decenni del V secolo.
Un po’ più a nord, presso l’angolo nord-ovest del moderno autoparco nella zona antistante alla grande ara del tempio di Giove, sono stati intravisti elementi di una pavimentazione a grosse lastre calcaree, che mi propongo di ritrovare con apposito scavo quanto prima, perché sia o meno confermata certa ipotesi dello Schubring, che, sulla scorta di Cicerone, non era alieno dal supporre in questa zona l’agorà dell’abitato greco;
Tempio di Giunone
Nel terreno a monte del tempio di Giunone, durante i lavori per la costruzione della nuova strada Bonamorone-Nazionale n. 115, sono venuti alla luce notevoli ruderi attribuibili a buona epoca e assai probabilmente pertinenti ad opere di fortificazione.
In tal caso avrebbero importanza non poca, anche per le novità di ordine topografico che ne deriverebbero in rapporto alle ricostruzioni tradizionali del tracciato delle mura in questa zona.
Alla necropoli cristiana, variamente dislocata tra le antichità classiche nel settore orientale della collina dei Templi, si sono dedicate speciali cure per una sua più adeguata valorizzazione nel complesso monumentale di cui è parte tutt’altro che trascurabile.
L’Impegno della Soprintendenza alle Antichità
E in aggiunta agli scavi compiuti in essa nel 1940-41 da Catullo Mercurelli, altri ne sono stati fatti posteriormente: sia nel giardino di Villa Aurea, dove si è completamente sterrato l’ipogeo D;
sia nella necropoli subito a nord della catacomba detta «Grotte di Fragapane» (Ipogeo A del Mercurelli), dove son venuti alla luce un regolare sistema di tombe terragne ed altra rotonda con sarcofagi, in uno dei quali ho trovato recentemente due iscrizioni mutile reimpiegate;
sia ancora nella catacomba vera e propria, dove lo sgombro di un’antica cisterna parzialmente interrata in età greca ha restituito, con altre cose, una bellissima testa maschile di terracotta, che credo di poter datare nella prima metà del IV sec. a. C.
Fuori della collina dei Templi scavi e saggi diversi sono stati condotti qualche anno fa nella parte centrale della città antica, intesi ad impostare alcuni problemi di topografia storica (da alcuni di essi deriva il grande scavo presso S. Nicola di cui appresso parleremo):
tra le cose più interessanti va citato lo sterro completo di un grande ipogeo ipostilo di età romana in località Giacatello, quasi certamente servito da serbatoio idrico, in un più vasto impianto di acquedotti sotterranei che meriterebbe di essere particolarmente studiato.
E passando alle ricerche nel suburbio, deve farsi menzione di alcuni saggi sulla marina di S. Leone, dove, sulla riva sinistra presso la foce del fiume (l’antico Akràgas), sono stati scavati magazzini e sepolcri, tutti tardo-romani, riferentisi senza dubbio all’antico Emporio.
I Monumenti Storici: Dai Templi Greci alle Necropoli
Ma i grandi scavi si sono iniziati ad Agrigento soltanto poco più di un anno fa (nel luglio 1953) e si svolgono attualmente con grande alacrità.
I mezzi finanziari di cui finalmente si dispone possono ben dirsi cospicui, ed è augurabile che la ricerca archeologica in questa che fu una delle più grandi e splendide città del mondo antico possa svolgersi a lungo oltre la fortunata fase dell’ora che volge.
Gli scavi in corso riguardano due serie di problemi, nettamente diversi sia dal punto topografico che per interessi di storia e di cronologia.
Le indagini archeologiche
Nel settore occidentale della zona archeologica vera e propria è stata largamente impostata, con scavi limitati finora quasi sempre agli strati più superficiali, ma che saranno quanto prima sviluppati con ogni possibile cautela in profondità, un’indagine che
si propone di chiarire tutta una quantità di punti oscuri riguardanti la configurazione urbanistica e la vita nel tempo di quell’interessantissimo gruppo di Santuari che occupano la zona oltre il colossale tempio di Giove.
Una grande trincea, larga m. 25 e lunga poco più di 120, ha permesso già che ci si facesse una chiara idea di quant’era contenuto nello spazio che corre tra questo tempio e l’attiguo santuario delle Divinità ctonie. Un ordinato e complesso sistema di edifici, naturalmente pertinenti al culto e ai suoi servizi accessori, occupa l’intera zona.
I due santuari
Al punto d’incontro dei due santuari, là dove era presumibile che dovesse trovarsi un lungo muro divisorio tra le rispettive aree, s’è avuta invece la bella sorpresa di scoprire fondazioni appartenenti con ogni verosimiglianza alla fabbrica di una «stoà»
che ha la forma ad L nel doppio orientamento da sud a nord e da est ad ovest, e che con le sue fronti, rispettivamente rivolte ad oriente e a settentrione, si affaccia su due strade (manifestamente «vie sacre») aventi lo stesso orientamento della «stoà» ed incontrantisi là dove essa piega a 45°.
La stoà
Sulla prima, proprio in prossimità di quest’angolo, una grande cisterna si addossa al muro orientale della «stoà». L’altra via, quella che abbiamo vista orientata da est verso ovest,
è sicuro (come può giudicarsi a prolungarne idealmente il tracciato sul terreno) che doveva attraversare per lungo tratto il santuario di Giove, correndo poi a nord del grande tempio e dirigendosi probabilmente verso l’agorà, se è vero che questa non si trovava gran che lontana dal suo altare (vedi sopra).
Verso occidente correva invece a mezzo del Santuario delle Divinità ctonie per una ventina di metri oltre l’angolo della «stoà», per piegare poi in direzione di sud-ovest ed uscire attraverso la cosiddetta Porta V al di fuori delle fortificazioni che serrano sul lato meridionale il santuario testé citato. – La Porta V è stata ora integralmente scavata.
Gli scavi di Pirro Marconi
La sua forma e le sue dimensioni sono radicalmente diverse da quelle che furono descritte venticinque anni fa dal Marconi.
Posta al fondo di una rientranza delle mura, di cui abbiamo elementi bastevoli a ricostruirne l’esatta direzione e lo spessore, è del tipo «sceo». Pare possa ricostruirsi come un «dipylon» nel senso della profondità.
Il suo vano è interamente occupato da grandi blocchi senza dubbio caduti dai suoi muri di spalla. L’epoca di questa caduta per il momento ci sfugge;
ma è certamente antica ed appartiene ad un tempo oltre il quale sulla porta occlusa fu costruito qualche muretto di pietrame incerto, che sembrerebbe romano.
Anche la via sacra venne in questo tempo a perdere la sua funzione originaria; in diversi suoi tratti, nella parte da noi scavata, fu soggetta ad interramenti al di sopra dei quali sorsero edifici di tecnica vile, che vanno manifestamente datati in epoca piuttosto tarda.
Gli Scavi Moderni: Rivelazioni e Restauri
– Ad est della Porta V abbiamo saggiato un vasto tratto di terreno a ridosso delle mura. Siamo ancora nell’ambito del Santuario delle Divinità ctonie: fondazioni mal ridotte e larghi tagli nella roccia
sembrerebbero indicare l’esistenza di altro tempio, di cui s’è trovato sparso qualche frammento di triglifo e di cornice, mentre una grande fondazione circolare è probabile appartenga a una costruzione posteriore almeno al V sec., dato che tra i suoi elementi sono riadoperati frammenti architettonici databili in quel tempo.
– Oltre la Porta V, tra questa e l’estremità occidentale della collina, si sono messi alla luce importanti tratti delle mura di difesa, forniti di torri quadrangolari;
lo scavo acquista valore particolare dalla considerazione che essi costituiscono tutto quanto rimane delle fortificazioni greche che correvano sul lato meridionale, dove ogni altra traccia ne è purtroppo scomparsa nel lunghissimo percorso tra il tempio di Giunone e quello di Giove.
Il santuario delle divinità ctonie
– A nord di queste mura da noi scavate, nel terreno compreso tra il Santuario delle Divinità ctonie e l’estremità della collina, avevamo postulato – progettandone lo scavo
– l’esistenza di altro santuario sconosciuto, che sarebbe venuto ad accrescere il numero assai rilevante delle aree sacre susseguentisi sulla collina stessa in serie ininterrotta da oriente ad occidente.
Tale previsione appare già confermata dai saggi che abbiamo recentemente compiuti: purtroppo lo strato di terra nel quale i ruderi sono contenuti è alto poche decine di centimetri dal piano della roccia,
e tutto sembra ridursi alla presenza delle fondazioni di un paio di sacelli arcaici e di altri edifici non facilmente identificabili, tra i quali vorremmo almeno sperare che ci capiti di rinvenire qualche favissa rivelatrice.
Di ben altra natura sono gli scavi in località S. Nicola, dove può dirsi che fosse il cuore della città classica. Qui eran da tempo conosciuti antichi ruderi, che la tradizione popolare indicava
col nome di «Casa greca», fino a quando dal Gabrici e dal Cultrera non era stata ampliata l’area di scavo con il rinvenimento di porzioni di varie case e di tabernae attribuibili all’ultima età repubblicana ed all’impero.
L’Importanza della Collaborazione Culturale e Finanziaria
Miei saggi eseguiti nel 1946 avevano indicato come straordinariamente ricco di promesse tutto il terreno circostante.
I finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno hanno permesso anche qui di operare su vasta scala, con risultati di particolare grandiosità e di alto significato, da cui possono ben trarsi conclusioni nuove e inattese sulla vitalità economica, sulla magnificenza urbanistica, sullo splendore edilizio della città in tempi che si erano finora ritenuti, a torto, di decadenza e di relativa povertà.
Nuove scoperte
– È venuto così alla luce tutto un ampio quartiere urbano, di tracciato regolarissimo, sorto – come le prime ricerche stratigrafiche consentirebbero di affermare
– verso la fine del II sec. a. C. e durato, attraverso vicissitudini che risultano chiare dal differenziarsi delle strutture e dalla varietà dei livelli e della suppellettile ad essi associata, fin verso il IV-V sec. dell’era nostra.
– Il sistema stradale su cui è ordinata questa zona e che era già stato particolare oggetto d’indagine nei saggi del 1946, è ormai conosciuto nella sua integrità.
Trattasi di tre lunghi cardines fra loro paralleli, larghi ciascuno attorno ai 4 m. e distanti l’uno dall’altro circa 30 m.: un quarto cardo corre certamente un po’ più ad est di questa serie, ma rimane purtroppo sotto terra oltre il limite della zona di scavo.
I cardines
Tutti i cardines sboccano sull’odierna Strada Nazionale n. 118, che – non v’ha più dubbio – ricalca in questo punto esattamente il percorso di un antico decumanus, quello che doveva mettere in comunicazione anche allora la città alta con la zona dei Templi a Porta Aurea,
e di cui conosciamo ormai esattamente la larghezza (era un’ampia strada di oltre 10 m.) e la struttura almeno della fase più tarda, quando fu pavimentato di un forte opus spicatum in mattoni di cotto, che ne occupava l’intera sede viabile, qui in accentuata pendenza da est verso ovest.
In questo sistema di strade, a terrazze leggermente digradanti, s’inserisce il complesso delle abitazioni, distinte l’una dall’altra a mezzo di strettissime intercapedini e distribuite variamente negli spazi contenuti tra i cardines, sicché ora tra due cardines successivi è compresa una sola casa, ora nello stesso spazio c’è posto per due.
Le case
Le case sono di tipo vario: ci sono quelle a peristilio; altre hanno atrio di tipo italico. Strutturalmente sono nella tradizione edilizia del luogo: costruite in blocchi di pietra come i templi e le altre fabbriche della piena età greca, ignorano assolutamente l’uso dei laterizi e il conglomerato dell’architettura romana. Molte di esse dovevano avere ricca ornamentazione nell’apparato interno.
Ne fanno fede le tracce evidenti di intonaco dipinto alle pareti e numerosi frammenti di ornati in stucco bianco o policromo; e soprattutto i resti, già notevoli per numero e qualità, di pavimenti musivi, vari sia di tecnica che di stile,
in quanto vanno dai signini e tessellati più semplici dell’ultima età ellenistica ai complessi intrecci geometrici e alle rappresentazioni zoomorfe e fitomorfe dei primi tre secoli dell’impero.
Particolarmente bello e interessante un piccolo «emblemata» in minutissimo vermiculatum, raffigurante in un paesaggio silvestre un cervo che si disseta alla fonte.
– Su uno dei cardines si affaccia anche qualche taberna: una, dal caratteristico banco di vendita, deve verosimilmente ritenersi una caupona, cioè un’osteria.
– Accurato e complesso il sistema che presiede al regime delle acque piovane e dei rifiuti igienici, ricco di pozzi, cisterne, cabalette di scolo e fognature, quali in Sicilia si ritrovano anche a Solunto, mentre – com’è noto – fanno difetto nell’organizzazione di città, pur notevoli, come Pompei.
I Nuovi Ritrovamenti: Una Finestra sul Passato
Non molto lungi da questi scavi ora ricordati, nel terreno circostante alla Chiesa medioevale di S. Nicola, dove si conserva altresì quell’«heroon» funerario di età romana conosciuto col nome di Oratorio di Falaride, sorgerà quanto prima il bell’edificio del Museo Nazionale, la cui istituzione, dopo un sessantennio che se ne parla, è ormai un fatto sicuro e sarà fatalmente un atto di giustizia riparatrice per gli interessi morali e turistici della moderna Agrigento.
fonte: Pietro Griffo, Bilancio di cinque anni di scavi, Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, Agrigento, 1954


Innovazione e Simbolismo nell’Architettura dei Templi Antichi in Sicilia