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panorama di girgenti

La Girgenti moderna di Guastavo Chiesi (1892)

26 Marzo 2017 //  by Elio Di Bella

Allorché si sale alla Girgenti moderna, colla testa piena dei ricordi, delle memorie, dei nomi, degli splendori dell’Acragas antica, se un certo senso di delusione vi prende siete scusati.

Girgenti non è certo l’ideale delle città moderne; delle città quali le comprendiamo o le desideriamo noi, incontentabili figli del secolo decimonono, cui gli agi e il comfort, i progressi nel bene e nel male, nella virtù e nel vizio, nei piaceri e nelle sensazioni, delle grandi città in ispecie, e delle continentali in particolar modo, hanno guasto ed ottuso, il palato, sì che non sente se non lo eccitano forti vibrazioni d’ogni genere.

Questo che diciamo non dovrebbe urtare la suscettibilità della cittadinanza girgentina, che sa e vede; come nulla toglie alla gentilezza sua ed alla bellezza naturale dell’ambiente nel quale vive. La posizione, piuttosto incomoda della città sulla vetta d’un monte, a quasi 350 metri dal livello del mare, appartata, si può dire, per molti secoli, dal rimanente della Sicilia, a cui non l’univano che poche malagevoli strade mulattiere ed una mal sicura via postale, od il mare; considerata dai governi del passato nell’Isola, ed un po’anche del presente, con occhi di noverca;

limitata nelle espansioni della sua attività alla troppo oscillante industria degli zolfi, od alle tristi condizioni delle industrie e produzioni agricole, non deve far meraviglia, nè suscitarle contro rimproveri, se Girgenti si trova alquanto in arretrato al confronto di altre fra le maggiori città, nonché dell’Italia continentale, della stessa Sicilia: anzi questo stato di cose dovrebbe esser sprone, in chi può e deve, ad incoraggiare, ad aiutare moralmente e materialmente, la nobile, – se non la magnifica — come la dissero gli antichi — città, sulla via di quella graduale trasformazione, di quel progresso morale e materiale, sulla quale, certa ormai dei suoi destini e della fibra forte, laboriosa del suo popolo si è messa, nella fede di non più arretrare.

Le glorie luminose del passato, meglio che un titolo di vana vanteria, unite alla efficace volontà dei suoi figli, sono oggi per Girgenti uno stimolo potente a perseverare su questa via che in un non lontano avvenire la metterà al posto che le compete fra le illustri città della Sicilia non solo, ma dell’ Italia tutta. Più che nei particolari, fra le sue vie strette, tortuose, or salienti alla vetta del monte or discendenti a valle, intersecantisi in una pianta confusa, ingarbugliata di chiassuoli, di piazzette, di viuzze, di passaggi, il visitatore trova a sorprendersi, a dilettarsi, nel panorama complessivo, sempre nuovo e vario che la città presenta: sia che la si osservi dall’alto della rupe Atenea, o dal Duomo, o giù dal basso della valle dei Templi e dal mare.

Anzi dal mare, quale appare da Porto Empedocle, tutta scaglionata, inerpicantesi per la montagna, l’aspetto di Girgenti assume i tratti di una vera imponenza. Minore impressione produce in chi sale alla città, dalla via che porta alla stazione ferroviaria.

La roccia scoscesa, sulla quale dovevano posare le fondamenta di Omface e di Camico, e che si avvalla quasi in una serie di profondi burroni, non lascia scorgere dietro le mura se non  l’abside e la cupola del duomo, le torri, i pinacoli, i tetti degli alti edifizi, che, più si sale verso la città, pare si abbassino, e scompaiano gli uni dietro agli altri quando finalmente l’ansimante bucefalo della sgangherata polverosa carrozzella vi avrà faticosamente trascinato al livello di quella grande squamatura della roccia, davanti al nuovo Palazzo provinciale e della Prefettura — squarciatura, come già accennammo, attribuita ad Empedocle.

La via Atenea è l’arteria della vita Girgentina: attraversa la città in direzione da oriente ad occidente, tagliandola in due sezioni disuguali: superiore la maggiore, inferiore la minore. La vita ed il commercio della città — di circa ventiduemila abitanti — si concentrano in questa via, che nei giorni festivi, quando accorrono per le provviste dalle cittaduzze e dalle borgate circostanti i contadini, coi loro vestiti caratteristici di sargia nera  e di velluto, attillati, colle loro mantellette ed i loro cappucci, prende un’animazione curiosa, singolare.

Se poi, come a chi Scrive, accade di capitare a Girgenti nel giorno di qualche speciale festività paesana — celebrantesi generalmente in Sicilia, come in tutti paesi meridionali, con variopinte, rumorose, interminabili processioni vespertine o serali — allora vedi la via Atenea pavesata a bandiere marittime di tutti i colori e di tutte le nazioni possibili ed immaginabili e di tutte le segnalazioni portate dal codice telegrafico semaforico internazionale: con festoni di verdura tirati ad arco fra una casa e l’altra; cordicelle sorreggenti una miriade di lampadine e lampioncini di carta per la luminaria alla veneziana;

bandieruole e stendardi ed orifiammi di carta da incendiarsi, da strapparsi dalla folla dei monelli, grandi e piccini,, dopo il passaggio della processione, per finire degnamente il festino — che così in Sicilia son chiamate codeste cerimonie pseudo-religiose. E quivi, sono pur troppo, per quanto insigniti di pomposi nomi, i deplorevoli hotels della città, che nei mesi di chiusura dell’aristocratico Hotel des Temples — aperto soltanto nella stagione d’inverno — hanno il non grato (pei forestieri s’intende!) ufficio di spellare i viaggiatori che vi capitano;

e ciò colla maggiore  malagrazia del mondo, nella città ricordante ancora gli splendori ospitali di Gellia e di Antisteno! Ho passato la notte senza sognare…. Le armonie che esalava la pianura sopivano il crepuscolo della sera, cullando ancóra vagamente i primi albori mattutini.

Ora sono più incerte e ondeggianti pare che vengano da un mondo lontano, come i raggi delle stelle che prima di giungere a noi hanno viaggiato secoli e secoli nello spazio infinito. Questo dormiveglia inconscio e dolce che non è il pieno possesso di sè medesimi, e che non è più il sonno, si prova negli anni giovanili, ma raramente poi.

Un raggio di sole che tremola sull’ imposta mi toglie da quel piacevole torpore. Quel sorridente sole, amico del viaggiatore, dona già dei riflessi rosei al cielo e alle creste dei monti vicini. E fra poco, alzandosi verso lo zenit, splenderà sui paesaggio d’Agrigento che la luna ha accarezzato nella notte con la sua luce blanda.

Ho aperto le imposte: oh la bella cintura di colonne d’oro dei templi antichi ch’io scorgo laggiù al sole, attraverso i boschi, dinanzi al mare!…  Il mare azzurro, gli ulivi d’argento, i templi d’oro, che visione divina! E qual rara felicità, non è vero? poter contemplare al tempo stesso, strettamente unite, la natura e l’arte, questi due splendori immortali. Eccomi ora errante per le vie scoscese della città originale, intravista jersera sotto le stelle.

La strada principale dove sono le botteghe e qualche  albergo, segue la curva del colle; questa sola ha rapporto con la linea orizzontale. Qui è il centro degli affari, ma la strada conserva ugualmente la sua impronta locale : vi passano i mulattieri, e i venditori d’arance fanno sentire ogni poco una specie di lamentevole cantilena per richiamare l’attenzione dei compratori.

Poi non vi sono che vicoli tortuosi, stretti, quasi impraticabili e spesso s’incontrano delle scalinate che s’intrecciano, le quali conducono alla cima su cui s’innalza la cattedrale. Prima però bisogna fermarsi un momento dinanzi un antico palazzo d’aspetto spagnolo, dalle muraglie corrose dal tempo, posto su una piazzetta ; vi si ammirano le ringhiere dei balconi, in ferro battuto d’un gran carattere e di un lavoro bellissimo; ciò sorprende altamente in mezzo a quel vicinato di casupole.

A me piace questo labirinto di viuzze, le quali presentano ogni tanto, da qualche buco, un bel punto di vista sul mare, delle prospettive luminose sulla pianura o dei lembi di cielo turchino. Tutto è pittoresco in questo quartiere, e la chiesa di Santa Maria dei Greci è degna di considerazione.

È la più antica chiesa di Girgenti; fu costruita sulle rovine del tempio di Giove Polieus; due colonne del santuario pagano sono ancora incastrate nei muri interni e in una galleria bassa, con volta, si vedono dei  gradini e dei plinti di colonne.

M’ero riservato di visitare, dopo mezzogiorno, i grandi templi della pianura. La gita è lunga ; ci vogliono tre o quattro ore di carrozza contentandosi di veder tutto superficialmente, perciò risolsi di consacrarvi tutte le ore pomeridiane.

Scendiamo una strada, fiancheggiata di cactus, e di aloe, attraverso gli uliveti; i fiori d’oro, di porpora e d’azzurro, che abbiamo intorno, spiccano allegramente in mezzo alla bionda messe. Partendo dall’alta acropoli seguiamo sempre la cinta dell’antica città. Il pendio della strada è formato da frantumi di vasellami, scorie, filari di pietre c massi sparsi qua e là, ed anche qualche tronco di colonna dorme nella polvere; tutto ciò fa pensare!

La natura s’è nuovamente impadronita di quell’antico sepolcro d’un popolo e fiorisce sulla terra cruenta e stilla profumi nelle ceneri dei morti. Che cosa importa a lei

Gustavo Chiesi in La Sicilia Illustrata, 1892 Milano

Categoria: Agrigento RaccontaTag: agrigento, girgenti, gustavo chiesa

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