Sambuca, la storia. Nessuno degli antichi cronisti o storiografi della nostra Sicilia s’occupò a descrivere il vetusto Castello di Zabut e qualcuno di essi si limitò solamente ad accennarne il nome. Difatti Tommaso Fazello, che ebbe i suoi natali in Sciacca, città a noi vicinissima, e visse colà dal 1498 al 1570, poiché allora tanti cari ricordi esistevano, nella sua storia di Sicilia scrive:
A Chiusa verso ponente nell’ altura di una rupe recisa all’ intorno soprastà il castel di Giuliana ornato di mura e di fortezza di Federico II Re di Sicilia e ripieno di abitanti. E questo castello era già un casale di Saraceni, insieme con Zabut, Comicchio, Adragno e Senurio, come si può ritrarre da un privilegio di Guglielmo II Re di Sicilia dato in Palermo, nel mese di giugno dell’anno di nostra salute M C L X X X V; il quale chiama questi luoghi casali„.
Da Giuliana sotto tre miglia verso mezzogiorno si vede Comicchio, rovinato a cui soprastà la Chiesa di S. Giacomo.
Ed a pag. 624 del Voi. I. prosegue:
Città di Sciacca, la quale da Diodoro, da Pomponio Mela. e da Plinio è chiamata Terme, da qui da man destra dieci miglia fra terra è lontano il Castel della Sambuca secondo il parlar moderno; ma già anticamente era un borgo di Saraceni chiamato Zabut, siccome appare dal connato privilegiò del 1185. Soprastà a questo, lontano un miglio, il Castel di Adragno, il quale era anch’ egli un castel di Saraceni, ma poi fu abitato da Cristiani, ed oggi è deserto e non è conosciuto per altro che per le rovine.
Da questo è discosto quattro miglia verso ponente Senurio, che era già un castello di Saraceni, ma oggi è del tutto rovinato e non v’ è altro che una osteria e gran quantità d’ anticaglie.
Presso Senurio, sei miglia versò mezzogiorno, si trova Misilindini, che ancora egli era un piccolo castello di Saraceni, ma oggi è una piccola fortezza abitata da poche persone„.
Lo storico Pirro scrisse:
Zabut, casale di nome moresco, concesso alla Chiesa eli Monreale nel 1185 da Guglielmo II, oggi è un feudo che ne conserva il nome, il castello di Zabut è quello che oggi appelliamo Sambuca„.
Il Di Marzo dice:
“Questo castello è di costruzione antica, che appellasi Zabut, dal nome di un emiro saraceno e che i suoi immensi sotterranei nel 1837 furono riempiti di numerosi morti di colera. „
Lo Edrisi scrive questo nome:
As Sabuguah, che in arabo non ha significato„.
Il Tardia lo crede di origine araba.
Il Mazza ed il Pasqualini opinano che sia stata già abitazione di Saraceni detto da loro Zabut o Zabuc.
L’ Abate Vito D’ Amico (Dizionario topografico della Sicilia vol. 2 pag. 451), – che ne parla più estesamente, scrisse:
“Il castello di araba struttura sollevasi sulla sommità orientale del Comune ed appellavasi Zabuth dal nome di un emiro saraceno; fu ridotto nel 1819 a carcere comunale, nel 1837 l’immenso numero dei mietuti dal colera, fu messo nei suoi sotterranei, e d’allora son venuti diroccandosi le sue magnifiche ruine„.
Ed a pag. 670 prosegue, dicendo:
“Zabut – Casale un tempo, ora il paese di Sambuca, insignito del titolo di marchesato„.
Ed infine, il Dottor Vincenzo Navarro dice (Navarro – Cenno storico intorno a Sambuca, Edizione 1852 -Palermo):
Sambuca, ricca ed industriosa comune di Sicilia, nella provincia di Girgenti, vuolsi derivata da Zabut, nome di un emiro saraceno, dato ad un castello che torreggia la sommità orientale di detto comune, il quale or non è più; esistette il detto castello fino al 1819 ridotto a carcere comunale.
Nel 1837, immenso numero di vittime mietute dal colera nei suoi sotterranei fu messo. Noi, prosegue il Navarro, che dopo quell’anno funesto fissammo qui il nostro domicilio, abbiamo veduto diroccare le sue magnifiche rovine e costrutto di moderno abitato„.
È costante tradizione in Sambuca che, all’ingresso dei Musulmani in Sicilia, nell’anno 827 E. V., sull’estremità orientale di una collina di forma, come suol dirsi, a schiena d’asino, leggermente declive ed esposta al tramonto dal grande Astro, sita nell’ ex feudo Sambuchetta, ove erano assai piante di sambuco, 1’emiro saraceno Zabut edificò il castello, che dalle sue prese il nome di Zabut e ne fu signore, poscia fu detto terra della Sambuca ed oggi comune di Sambuca Zabut.
In quell’eminente sito lo piantò appunto, giacche, per la sua elevata positura, era in corrispondenza col castello di Giuliana e questo con quello di. Caltabellotta (antica Triocala), col castello di Galatamauro, che veniva in corrispondenza con la città d’Entella, in modo che le milizie, ai convenuti segni, eseguir potessero le manovre militari?
E veramente la costante tradizione, generalmente conosciuta sin dall’ infi- mo idiota, constatata dalle non dubbie osservazioni archeologiche sugli umili fabbricati che costituivano la parte dell’antichissimo casale, composto di sette ranelle che come a contrade o quartieri ritennero quel nome sino al censimento della popolazione dell’anno 1882 in cui fu sostituito il nome, di vicolo Saraceni l.° 2.° 3.° 4.° 5.° 6.° 7.°, ci danno invero l’idea di questo umile casale fondato dall’ Emiro Zabut.
Esso castello di Zabut, che era altresì fortificato e difeso da due torri, che oggi a campanili s’ergono nelle Chiese di S. Giorgio e Matrice, fu visto dai nostri padri esistente ed abitato sino all’ anno 1819, nel quale anno, ridotto a carcere comunale, vi furono racchiusi i detenuti.
Sino all’ anno 1830 circa, il castello di Zabut era in buono stato e tuttavia esistente e se non fosse stata la mano devastatrice dell’uomo che, per profittare della pietra, ne volle la distruzione, avrebbe potuto sfidare i secoli avvenire.
E biasimevole l’opera contemporanea devastatrice del castello di Zabut, poiché esso è l’emblema, la vera figura simbolica della storia di Sambuca ed anche perchè, a dire dello Scaturro (Storia della Città di Sciacca – Vol. I pag. 518), il castello di Zabut ebbe l’onore di essere assediato da Re Martino I, in sul finire di settembre 1403.
Nell’ anno 1837 Sambuca (L’Arpetta – Giornale d’ amenità letterarie, 20 luglio 1856, n. 11 pag. 81) e tutta la Sicilia fu desolata dall’ asiatica lue cholera morbus. E poiché l’uomo profitta dei rivolgimenti e delle calamità, in quell’ anno funesto si videro diroccare i ruderi del saracinesco castello di Zabut, costruendovi sopra nuove fabbriche private. Un documento antico porta una breve descrizione del castello di Zabut. Esso dice così: “- In prospetto al piano della Chiesa Madre eravi una grande entrata con porta di legno bene inferriata, difesa avanti con grosso baluardo e muraglia; a man destra entrando, era l’ingresso della stanza addetta al castellano, indi seguivano le prigioni baronali, che davano comunicazioni a dammusi sotterranei e trabucchelli, simboli della barbaria feudale, seguiva la cappella con porta nel cortile di rimpetto a dove siamo entrati, di fronte al castello di Giuliana vi era una torre merlata, seguivano alla parte settentrionale alcune muraglie, pure merlate con saettere „.
Ritornando al portone d’ingresso (1) a man sinistra entrando oravi una magnifica scala che conduceva negli appartamenti, ove, sino alla famiglia Baldi, ampia dimora vi facevano i Marchesi della Sambuca, i quali poi di alcuni fabbricati ne fecero diverse concessioni enfiteutiche „ (Vedi atto 17 dicembre 1722 in notar Gaspare Graffeo).
“Sino al 1840, nel cortile s’osservavano ancora due fosse, e la cisterna. Sotto le rovine si rinvennero alcuni sotterranei e trabucchelli, come sopra si disse, proprio di quelli che gli antichi baroni, ai tempi del loro mero e misto imperio, vi precipitavano, anche per capriccio, i loro miseri vassalli „.
Cosi, distrutto il castello di Zabut, rimase l’antico adiacente casale, che sino a noi si conserva, e forma un quartiere dell’abitato. Lo spazio del vetusto castello fu ridotto in parte a moderni fabbricati ed altra parte in piazza che prese il nome di Piazza Matrice – indi Piazza Baldi Centelles, in omaggio agli antichi signori del paese ed il resto, verso levante di fronte a Giuliana, nell’ anno 1854., in occasione della venuta in Sambuca dei PP. Gesuiti, per la missione, al minimo cenno dei Missionari, la folla del popolo entusiasta, corse con zappe e vanghe, rase del tutto le rovine del castello, vi eresse il Calvario con una spaziosa gradinata per ascendere in quell’ ampio ed ameno poggio, nel di cui centro fu eretto un quadrato, alla sommità del quale furono erette tre croci, vessillo della nostra redenzione e simbolo del monte Calvario, siccome fu generalmente appellato.
- Alla cantonata della casa che volge in via Castello, un tempo posseduto da un certo Pietro Mulè fu Stefano e poi da D. Giuseppe Chiara, tuttora si vede la base destra dell’antica grande entrata del vecchio castello di Zabut. Filippo Maio fu Domenico e Pietro Armato vendettero al detto Mulé, a nome del figlio chierico Stefano, un casaleno con luogo vacuo circondato di muri, con pozzo, pila ed alberi di celso, limitrofo alla casa del compratore Mulé, sito in Sambuca sotto il castello, nella contrada Vassalli, per atta 8 ottobre 1632 in notar Tommaso Graffeo.
Questo avvenimento fu registrato dal contemporaneo Dott. Vincenzo Navarro con parole di cui, per migliore conoscenza dei nostri lettori, facciamo la trascrizione;
“ Un novello e magnifico Calvario, demolito quello della porta S. Maria, dagli egregi Missionari PP. Gesuiti nel 1854 s’è. innalzato alla sommità di questo Comune, dove l’antico castello di Zabut torreggiava- Questa opera bellissima ed insiee eminentemente religiosa, che era nel desiderio degli ottimi cittadini, si produsse a forza di popolo, diremo quasi in un’ istante. Essa va composta di un gran muro di cinta che s’innalza sino alla circonferenza d’ un gran terrazzo, circondato da sedili con una vastissima base nel mezzo di figura quadrelatera di un bello architettonico prospetto. E di là un ameno estesissimo e svariato orizzonte al nostro sguardo si dischiude; e quivi si gode e l’aria più pura si respira. „ )
Al giorno in cui i PP. Gesuiti, innalzarono la croce sul nuovo Calvario di Sambuca, come sopra si disse, il prelodato Dott. Navarro dedicò un inno (2), con il quale l’illustre poeta meritamente lodò l’opera dei missionari dicendo:
- Oh, come qui risplendere Si
vede la natura
Per quanto il guardo gira
quell’orizzonte mira
Che termine non ha!
- 2 Borghi e città si scorgono
Di presso e di lontano !
Con qual beltà salternano
La valle, il colle, il piano !
V’è il monte delle Rose
Li presso a cui s’ascose
La Sinibaldi un dì
3. Vedi da Ciullo d’Alcamo
I salutati monti!
V’è il Genuàrdo ripido!
Vedi le altere fonti
Di mille gioghi e mille!
Campi e prati e valli.
Tutto sorride qui.
4. Dove azzurrino è l” etere
. L’ onda perenne e schietta
La brezza e il foco estivo,
Qui poco, dura, e un vivo
Tepor ne allieta il sen.
5. E qui dal colle al vertice
Con degno monumento.
Or s” erge un bel Calvario
Dal popolo contento
Dove l’ Architettura
Il Giusto e la Natura
Brillan festosi appien.
6. E chi, chi mai tant’ opera
Produsse in un istante
Che lotterà coi secoli
Bellissima Gigante?
Furo i compagni eletti
Dolcissimi diletti
Del Salvator Gesù,
7 A sparger la parola
Sublime dell’Altissimo
Che atterra e che consola:
Che atterra il vizio rio,
Consola C uomo pio
E soprana, alla virtù.
8. O Padri della misera
Umanità che geme
O voi, che alacri e vigili
Spargete il divin seme
Del Verbo che ne toglie
Alle perverse voglie
Di un secol mentitor.
9. Abbiatevi spontanea
Di un popolo la fede,
Che generoso e docile
Or salutar qui gode
Il Sacrosanto legno
Che ne promette un regno
Di gloria e pace e amor.
Ma la civiltà dell’epoca, dopò 1’anno 1860, tolse quel quadrato per maggiormente ampliare questo spazio, dove, nelle sere, della stagione estiva, v’è molta affluenza di persone d’ogni ceto, allietate dal suono melodico della, banda cittadina nelle domenich, e imbalsamate dall’aria, fresca e pura che colà si respira.
Giuseppe Giacone fu Domenico, Zabut. Notizie storiche del Castello di Zabut e contiguo casale oggi Comune di Sambuca, 1932


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