
Di Francesco Sinatra
Il Prof. Francesco Sinatra che conobbe personalmente Luigi Pirandello ed a cui i suoi familiari erano legati da profondo affetto, in questo racconto ricorda uomini e cose che diedero origine ad una delle più lunghe ed estrose novelle del Pirandello.
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Il 18 marzo 1901 moriva in Girgenti Antonino Cirino inteso u Saiaru all’età di 105 anni. La notizia produsse in città grandi commenti oltre che per l’età avanzata anche per le vicende della sua vita note a tutti i girgentini.
U vecchiu Saiaru era un contadino che con grandi sacrifici aveva accumulato un po’ di denaro che gli servi per comprare una terricciola nella Vallata dei Templi.
Il terreno di circa 4 ha. si allungava dal tempio cosiddetto di Giunone fin quasi al tempio della Concordia: a sud era limitato dalla muraglia dell’antica Akragas in cui sono scavate le tombe ad arcosoli e grotte dei primi secoli dell’era cristiana ed era tagliato in due da quella che chiamiamo la via Sacra, che allaccia sette dei grandi templi akragantini.
Il proprietario coltivava manualmente il terreno da cui ricavava tanto da poter vivere.
Ma avanzando negli anni, la zappa, di per sè stessa pesante, diveniva pesantissima e le braccia si rifiutavano di maneggiarla. Pensò di vendere il terreno con la piccola « roba » (casetta di campagna) e si pensi con quanto dolore venne a questa necessaria decisione che lo allontanava dalla terra dove aveva piantato e coltivato frutta, aveva passato la vita ed era così vicina alla città. Trovò la buona occasione che attenuò il dolore del distacco.
Don Pietro Di Benedetto, capo sarto del Distretto militare, la moglie donna Pietrina e soprattutto le due loro belle figliuole anelavano di avere un fondicello con una casetta nelle vicinanze della città dove passare le domeniche invitando i graduati del reggimento con i quali per ragioni di lavoro erano in continuo rapporto. Ma non potendo pagare la somma in unica soluzione donna Pietrina ottenne di fare un vitalizio: avrebbe versato lire 730 annue in 12 rate mensili anticipale di lire 61. Alla morte del marito il vitalizio sarebbe continuato per la metà in favore della moglie superstite.
Questo denaro, modestissimo oggi, allora (1877) rappresentava una piccola fortuna. Ricordo una canzonetta allora in voga in cui un fidanzato che vuol mettere su famiglia canta: mi vuscu una liricedda e la casa avanti va.
Come un agente di assicurazioni, donna Pietrina aveva fatto i calcoli di probabilità di vita: il vecchio era nato nel 1796: la morte non poteva tardare molto: aveva già ottantun anni.
Il primo giorno di ogni mese mastro Antonino Cirino, lasciata la nuova sua occupazione di confezionare panieri, corbelli, cofani e ventagli da cucina ed i fasci di vinchi, rametti e vimini di ogni specie, di cui la casetta nel quartiere di S. Croce era piena si recava al Distretto a riscuotere il canone stabilito.
Passavano i mesi e gli anni e don Pietro pagava, pagava. Arrivò così al decimo anno da che s’era convenuto il vitalizio e don Pietro, fatti i conti, constatava che il valore del fondo sborsato finora e decise di trovare chi lo sostituisse nel vitalizio.
Lo trovò in persona di mio padre: Giovanni Sinatra, il quale con atto 2 maggio 1887 si sostituì a don Pietro, cui diede 4000 lire per compenso di fabbriche fatte alla « roba ». Anche mio padre aveva fatto i calcoli di probabilità di vita che dopo 10 anni del primo contratto erano ben diversi: mastro Antonino era già nel 91. anno.
Con il primo del maggio 1887 il Saiaro cambiò rotta: invece che al Distretto si recava al negozio di mio padre e riscuotere il canone.
Vittima del rinnovato vitalizio fui proprio io. Rientrato verso sera dalla passeggiata pomeridiana per preparare una traduzione degli esercizi latini del Gandino trovai la stanza da studio invasa dal notaio con l’aiutante, dal Di Benedetto con la moglie, testimoni ed i miei.
L’indomani entrando in classe dichiarai che non avevo preparato il lavoro; conseguenza zero con un generoso punto interrogativo a significare che se non ci fossi stato recidivo lo zero sarebbe stato annullato.
Passavano i mesi, gli anni e mastro Antonino continuava a fare cesti, cofani e ventagli ed immancabilmente ogni mese di buon mattino si pre-sentava a riscuotere il vitalizio.
A me era dato l’incarico di preparare 12 rotoli da 5 lire tutte in bronzo da 5 e da 10 centesimi, che egli metteva in una sporta (coffa) da lui confezionata.
Fuori della porta ora uno ora un altro nipote lo attendevano.
Qualche amico diceva a mio padre: il Saiaro ha fatto il patto con la morte; mio padre rispondeva: «desidero che egli campi a lungo e che io possa vivere fin dopo la sua morte per poterlo pagare io stesso ».
Il nuovo secolo lo ebbe tra i vivi, mastro Antonino aveva chiuso il 1700, era vissuto in tutto il 1800 e salutava il 1900: morì il 18 marzo 1901: visse 105 anni e perciò fu detto l’uomo dei tre secoli. Solenni funerali gli furono fatti, la banda comunale accompagnò il corteo funebre suonando, come per i bambini, a gloria.
Della morte del Saiaro si parlò molto e non solo in città.
Richel nella prima pagina della Tribuna di Roma scrisse un estroso articolo: nel numero 3 della Tribuna illustrata fu riprodotto il ritratto ed un giornale della Provincia di Girgenti il « Box » gli dedicò, riproducendo il ritratto, tutta la prima pagina di un supplemento.
Poteva un tale avvenimento non attirare l’attenzione di Pirandello ?
Così nacque il « Vitalizio»: i cui personaggi sono quelli che ho presentato. Zi Mara (Maràlito) è il Saiaro, don Michelangelo Scine inteso il Maltese è Don Pietro Di Benedetto, Zi donna Nela è la grassa sua moglie donna Pietrina.
A mio padre è sostituito il notaro per un maggior rilievo. La località è quella descritta dal Pirandello: la casa ampliata ed abbellita da successivi possessori è stata abbattuta per ragioni panoramiche.
Come in questa in molte altre novelle i fatti, le persone sono tratti dall’ambiente agrigentino.
Pirandello era girgentino di Girgenti: anche lontano ne visse e ne seguì la vita.
Qui trovava i compagni di scuola del ginnasio Scinà: qui i cari ricordi della prima giovinezza; qui voleva ritornare come è ritornato il 10 dicembre 1956 nella casa del Caos dove nacque, dove passò la luna di miele, dove volle che i suoi resti riposassero.
Casa romita in mezzo alla
natia campagna
Te sempre vedo, sempre, da lontano.


Agrigento la caotica storia urbanistica della città