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Processo_Banca_Romana
Processo_Banca_Romana

Lo Scandalo della Banca Romana nel Racconto di Luigi Pirandello 

1 Agosto 2025 //  by Elio Di Bella

Lo scandalo della Banca Romana, deflagrato tra il 1892 e il 1894, rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia dell’Italia post-unitaria, non solo per le sue devastanti conseguenze economiche e politiche, ma anche per il suo profondo impatto sulla coscienza letteraria nazionale. Luigi Pirandello, scrivendo “I vecchi e i giovani” nel 1899, all’indomani dello scandalo della Banca Romana, trasforma questo evento traumatico in un potente catalizzatore narrativo per esplorare quella che egli stesso definisce la “débâcle della storia” e la “bancarotta del patriottismo” italiano.

  Lo Scandalo della Banca Romana: Contesto storico e dinamiche istituzionali

La Banca Romana, fondata da investitori francesi e belgi nel 1833 sotto la giurisdizione di Papa Gregorio XVI, divenne dopo l’annessione degli Stati Pontifici all’Italia nel 1870 una delle sei banche autorizzate dal governo italiano a emettere valuta. Questa molteplicità di istituti di emissione rappresentava un’anomalia strutturale del giovane Regno d’Italia, che mancava di una banca centrale unificata.

Il sistema finanziario italiano contribuiva nel 1890 a meno dell’1% del PIL, ed era composto da circa 1.100 entità, incluse 153 banche, 216 casse di risparmio e circa 700 banche popolari. In questo contesto frammentato, la Banca Romana assunse un ruolo sistemicamente importante, particolarmente dopo che Roma divenne capitale e conobbe un enorme boom edilizio accompagnato da una speculazione immobiliare senza precedenti.

Gli indicatori di stabilità finanziaria della banca si deteriorarono rapidamente. Tra il 1882 e il 1892, il capitale declinò dal 23% delle attività e dal 33% della circolazione di banconote, al 13,5% di entrambi, mentre la liquidità diminuì dal 26% delle attività e dal 30% delle passività a breve termine al 18-22%. Questi problemi non erano unici alla Banca Romana, ma furono particolarmente severi in questa istituzione, dove irregolarità e frodi si verificarono su larga scala.

  Il ruolo di Bernardo Tanlongo e le reti di corruzione

La figura centrale dello scandalo fu Bernardo Tanlongo, divenuto governatore della Banca Romana nel 1881. Tanlongo agì come agente delle élite politiche nelle speculazioni immobiliari e, successivamente, speculò anche per conto proprio. Dopo la sua nomina a governatore, utilizzò da un lato queste connessioni per ottenere copertura politica per le sue operazioni non completamente legali, e dall’altro utilizzò le attività della banca per rafforzare tali connessioni, estendendo e rinnovando prestiti personali non garantiti (e altri pagamenti) a politici, giornalisti e altri potenti sostenitori.

Per coprire le perdite accumulate, la banca iniziò a stampare illegalmente banconote, inclusi duplicati con gli stessi numeri di serie di quelle già in circolazione. Fu rivelata un’eccedenza di circolante di circa 25 milioni di lire e 9 milioni di lire in banconote abusive nel 1889, e successivamente si scoprì che nel 1891 erano state duplicate clandestinamente banconote per circa 40 milioni di lire.

  Il coinvolgimento della classe politica e l’insabbiamento

Lo scandalo coinvolse i più alti vertici dello Stato. Le inchieste ministeriali, come quella affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi e al funzionario Gustavo Biagini nel 1889, rivelarono le irregolarità ma furono insabbiate da capi di governo come Francesco Crispi, Giovanni Giolitti e Antonio Di Rudinì per “supremi interessi del Paese e della Patria”.

Nel dicembre 1892, quando il deputato radicale Napoleone Colajanni rese noti i risultati dell’inchiesta in Parlamento, la città di Roma si preparava a celebrare il Natale mentre il Parlamento dibatteva una legge che avrebbe prolungato per altri sei anni il privilegio esclusivo di emettere banconote concesso a sei banche. L’intervento di Colajanni sorprese l’audience denunciando una serie di irregolarità che chiamavano in questione la salute finanziaria della Banca Romana e, più generalmente, la viabilità dell’intero sistema di emissione.

Nonostante le accuse, il processo del 1894 si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati, spesso per mancanza di prove o per la sparizione di documenti compromettenti. Giolitti fu costretto alle dimissioni ma tornò al governo anni dopo, mentre Crispi riprese la guida del governo.

  “I vecchi e i giovani”: La trasposizione letteraria della crisi nazionale

Pirandello ambienta il romanzo tra le elezioni del 1892 e la repressione dei Fasci siciliani del 1894, con lo scandalo della Banca Romana come sfondo fondamentale. Questa scelta temporale non è casuale: nell’orizzonte del romanzo, l’atto fondante è l’unificazione politica della nazione, ma la materia diretta e bruciante è oltre la soglia degli anni Novanta, tra il 1891 e il 1894, con la creazione dei Fasci siciliani dei Lavoratori e, in parallelo, lo scandalo della Banca Romana che colpisce esponenti della sinistra.

Il romanzo è ambientato contro lo sfondo dell’Italia di fine Ottocento, particolarmente in Sicilia e Roma, esplorando il tumultuoso panorama politico seguito alle insurrezioni garibaldine di metà Ottocento. La narrazione ruota attorno a vari personaggi intrappolati in complessi dilemmi politici e personali, tra cui Roberto Auriti, un giovane politico con un lignaggio rivoluzionario, e Flaminio Salvo, un capitalista con interessi acquisiti nelle elezioni locali.

  La rappresentazione dei personaggi e il simbolismo generazionale

I personaggi del romanzo interpretano i diversi aspetti della complessa situazione storica che stanno vivendo, più che casi individuali. Così il principe don Ippolito di Colimbetra rappresenta il fedele suddito borbonico; don Flaminio Salvo, esponente della nuova borghesia capitalista; Roberto Auriti, glorioso garibaldino che si spegne in un’esistenza amorfa.

Il personaggio di Roberto Auriti riveste particolare importanza simbolica. Roberto Auriti, figlio di Caterina, giovane generoso che ha visto morire il padre garibaldino nell’eroica giornata di Milazzo, 20 luglio 1860, viene sconfitto alle elezioni, amareggiato e intristito dalle polemiche, si ingolfa a Roma in faccende non pulite e resta coinvolto nello scandalo della Banca Romana. Questo personaggio, identificato con Rocco Ricci Gramitto (zio materno di Pirandello, coinvolto nello scandalo come prestanome), incarna quella “bancarotta patriottica” e il compromesso morale della classe dirigente post-unitaria.

La critica Carlo Salinari legge correttamente questo romanzo come l’espressione della consapevolezza di Pirandello di tre fallimenti storici – il movimento risorgimentale, gli ideali di unificazione e il socialismo – e sembra genuinamente deluso dalla prospettiva pessimistica dello scrittore. Questi fallimenti si sovrappongono poi a quelli “individuali” «dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani».

  Roma come metafora della corruzione

Un elemento fondamentale del romanzo è la rappresentazione di Roma, che assume valenze simboliche profondamente negative. Nella seconda parte del romanzo l’azione si sposta a Roma, dove Roberto Auriti è ritornato dopo la negativa esperienza elettorale. La capitale è sommersa dal “fango” dello scandalo della Banca Romana in cui, in una sorta di «bancarotta del patriottismo», sono implicati eminenti uomini politici.

Roma viene rappresentata in termini fortemente negativi, come una “putrida carogna”, un “cadavere immane”, una “cloaca” che inghiotte denaro e uccide le speranze. Come si rende ben conto il Cav. Cao, segretario del Ministro Francesco D’Acri: “dai cieli d’Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie già guadagnate su i campi di battaglia”.

  La critica alla politica meridionale e l’antidannunzianesimo

A differenza di Émile Zola, che nel suo romanzo “Rome” (pubblicato nel 1896, l’anno in cui Pirandello iniziò la gestazione de “I vecchi e i giovani”) descriveva un Sud “ignorante e pigro” e una politica meridionale “scaltra e trafficante”, Pirandello offre una visione opposta e complementare. Egli rivendica il contributo dei siciliani all’impresa unitaria e il tradimento subito dal Sud, attraverso personaggi come Lando Laurentano che denunciano la pioggia di benefici riversata sul Nord Italia.

Pirandello rappresenta la destra parlamentare come un accumulo di immagini negative: “e liti e duelli e scene selvagge; e la Prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo”, ma descrive pure la sinistra storica con aggettivi ugualmente severi: “usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico”.

  Lo scandalo come metafora esistenziale e politica

Il termine “bancarotta del patriottismo”, utilizzato da Pirandello per descrivere lo scandalo della Banca Romana, assume una valenza che travalica il mero fatto cronachistico per configurarsi come metafora esistenziale della condizione dell’Italia post-unitaria. Lo Scandalo della Banca Romana è segno del fallimento del Risorgimento; ha coinvolto e macchiato la reputazione anche degli eroi del 1860, disilludendo chi aveva ciecamente riposto fede. Con ironia e ferocia Pirandello dipinge la falsità dell’ideale, in questo caso quello della libertà d’Italia, che va in pezzi di fronte all’interesse personale.

Il personaggio di Mauro Mortara rappresenta emblematicamente questa disillusione. Anziano garibaldino, egli incarna l’idealismo della vecchia generazione e la sua amara disillusione di fronte alla corruzione. Il suo viaggio a Roma lo porta a esclamare: “È questa […], questa è l’Italia?” e a chiedersi del “sangue” dei giovani. Al ritorno, si sente “ferito a morte” e disilluso, avendo visto la sacralità del passato sporcata dal fango.

  La dimensione autobiografica e familiare

Non è un caso che Pirandello abbia scelto questa congiuntura spazio-temporale. È questo, forse, lo scritto più radicato nella biografia di Pirandello. Lui stesso si rappresenta nel personaggio di Antonio del Re, giovane smanioso e insoddisfatto, personaggio-simbolo della rabbiosa delusione provocata dal fallimento dell’Unità.

Il coinvolgimento diretto della famiglia Pirandello nello scandalo – attraverso la figura dello zio Rocco Ricci Gramitto, eroe dell’Unità d’Italia poi compromesso nelle vicende della Banca Romana – trasforma il romanzo in un’elaborazione dolorosa del trauma familiare e nazionale. La forte partecipazione alla causa garibaldina e il forte senso di idealismo di quei primi anni del Risorgimento si trasformarono rapidamente, specialmente in Caterina (la madre di Pirandello), in una rabbiosa e amara delusione per la nuova realtà creata dall’unificazione.

  La rappresentazione della violenza e della repressione

Il romanzo racconta a ripetizione episodi di violenza collettiva; i fatti di Milocca con la sollevazione delle donne, il massacro di Caltavuturo, l’eccidio di Aragona e i tumulti di Favara, che concludono drammaticamente il libro. Più dei baroni, i potenti borghesi temono la sovversione e ne riducono al silenzio le voci. La nuova società borghese è guidata dal calcolo e dal perseguimento dell’interesse personale.

Le influenze verghiane si trovano in più parti del romanzo, soprattutto nella parte del massacro d’Aragona che richiama la novella “Libertà” di Verga e rimanda particolarmente alla violenza cieca rappresentata da Verga. Questa dimensione della violenza collettiva si configura come l’altra faccia della corruzione delle élite, in un quadro complessivo di disgregazione sociale e morale.

Elio Di Bella

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