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gruppo folkloristico agrigento

Le Affascinanti Leggende e Tradizioni di Agrigento: Un Viaggio tra Miti e Storia

29 Marzo 2024 //  by Elio Di Bella

Il cuore di Agrigento attraverso le sue leggende e tradizioni millenarie. Dalle misteriose Maccalube alla storica Fontanazza, scopri i racconti che tessono la trama di un’isola ricca di cultura e misteri.

Nel nostro grosso paese, Agrigento, tutti i rappresentanti del lavoro hanno ognuno una loro secolare tradizione, che diventa poi tradizione generale.

Leggende che si tramandano da padre in figlio, che svelano l’affascinante fantasia infiammata di vita della nostra gente, la passione interna che ognuno agita e spinge sempre innanzi,

la forza interiore del nostro popolo come un particolare aspetto di tutta la razza siciliana, la capacità artistica e creativa del nostro spirito, che in parte attingendo alla vita di ogni giorno, sa ricamare su una trama reale, una carica poesia di sogno, di fiaba, di gioia, di dolore, ma soprattutto di speranze di felicità.

Le Maccalube: Leggende di una Città Sotterranea Perduta

Alle “Maccalube”, dove esiste una zona di terreno vulcanico che ad intervalli di tempo si accende e che il gas di metano fa rivoltare, la fantasia popolare ha creato una città sotterranea di nome “Cartagena”, sprofondata molti secoli addietro, che ogni sette anni di notte riappare e chi avesse la fortuna di vederla, diventerebbe ricchissimo, poiché colà vi sono tesori immensi.  

Il Tesoro della Fontanazza: Un Incrocio tra Storia e Mito

Un altro tesoro, un po’ differente, per il popolo esiste, alla “Fontanazza”.

Qui sono stati trovati importantissimi cocci di vasi antichi in terracotta ed in smalto, varie monete di diversi periodi, avanti Cristo, dei mulinetti di tipo romano, due tipi di muratura, una alta ed uno rustico, un molare di animale preistorico, le tante altre cose di molta importanza per l’archeologia e per la sovrintendenza alle antichità.

E non potrebbe essere veramente un tesoro l’esistenza di una signorile villa suburbana, come asseriscono persone autorevoli? Sarebbe certo una immensa ricchezza artistica, l’esistenza, come sembra probabile, di questa villa.

Tanti altri sono i posti che forniscono al popolo l’occasione per intrecciare canti e tradizioni, che sono la delizia dei nostri bambini, le storie leggendarie, la letteratura del nostro paese. Tanti che si tramandano e che col tempo subiscono delle variazioni nel contenuto, sono anche l’elemento artistico poetico di questa gente d’anima primitiva e sincera.

La Poesia nel Cuore di Agrigento: Tradizioni Orali e Canti Popolari”

Di certi motivi non restano le parole, perché il nostro ambiente, che si è man mano  determinato, ha necessariamente richiesto l’evoluzione del contenuto.

Tuttavia ancora per le campagne sentiamo, nella   fantasmagoria della luce stellare, nelle calmi notti d’estate, quei canti d’amore intonati dai contadini costretti alla veglia dal lavoro, o nei tardi pomeriggi, per le trazzere, intonare dai villani, che tornano a casa, dalla campagna, quelle caratteristiche stornellate amorose, che hanno un sapore misto di orientale, di gitano e di nostrale.

I contenuti sono prevalentemente d’amore, espressi in modo da far pensare ad un poeta completo nella sua arte. Vogliamo citare “tormento”, di un tale Raon d’Aragona, che inizia: “tegnu l’amanti di nomu Rusidda – ca di li donni beddi è la chiù bedda – la notti è lu iornu  contrasta cu idda – tantu geniu mi fa sta picciutedda…”

Quindi continua paragonando in una sequela di rime ed assonanze, specialità artistica della nostra poesia, la sua donna ad una stella, dimostrando il proprio dispiacere quando lei è assente… – quannu ci passu e nun ci viu a idda – quantu pari scurusa sta vanedda”.

In seguito poi dice “quannu mi guarda sta rosa virmiglia – comu la  cira stu cori si squaglia” ecc. Poi: “La pensu notti e iornu spasimannu – l’ arma è lu cori mè nenti cchiù vonnu – ca  stringila e vasalla tutto l’annu”.

Quindi, per dimostrare quale grande tormento questa donna sia per lui, dice che solo “la Vergini e lu Signuruzzu” lu sanno, ma che tuttavia “sta cruci granni cuntenti l’abbrazza”.

Il bene vince sul male

Tante altre sono le poesie che  per tradizione si tramandano, o si fanno per un fatto strepitoso come l’arresto di un bandito, l’assassinio per onore, il suicidio per amore, un furto allarmante, difficile da scoprirsi, eccetera.

In genere, però, questi tipi di poesia contemplano due personaggi che rappresentano la vittima, che poi trionfa, il bene e l’onestà, e l’oppressore, il male che poi viene vinto. Alcune di queste hanno poi un carattere satirico e burlesco.

A queste ultime, si possono riallacciare per carattere satirico  certi canti speciali che hanno origini quantomai interessanti.    

lu gruppo di li cumpari Ragunisi  

Di questi canti, negli ultimi periodi, si impadronirono e ne fecero quasi un monopolio “lu gruppo di li cumpari Ragunisi”.  

“E nanini nani holla”, è il ritornello predominante, cantato a coro.

 A questi canti, diedero origine “li jssara”, cioè gli spaccatori di cristalli di gesso. I dirigenti di tale industria, molto fiorente dalle nostre parti, assoldavano molti di questi spaccatori, ed affinché il lavoro procedesse ordinato con un medesimo ritmo,

li disponeva a gruppi, il capo dei quali “capomastro” sorvegliante, ripeteva, cantando, il motivo ” E nanini nani”, al quale rispondevano “holla”, gli operai, battendo le mazze di ferro sui cristalli di gesso che erano stati cotti.

Da questo lontanissimo motivo, nacquero i canti di oggi, intesi a criticare qualcuno o qualche cosa.

Quando la moda accorciò le gonne, nacque “li picciutteddi – su comu la scalora – ca usanu la moda – lì fallitteddi curti   –  e li gammi di fora”, ” E nanini nani holla ” ecc.  Poi: ” li picciutteddi d’ora– su comu la scalora – veni lu ventu e vola – si vonnu maritari”.

Anche contro le persone realmente esistenti, si dirigevano e si dirigono questi epigrammi, ad esempio “Calojeru Fanara – misurami lu vinu – misuramillu bonu – vannò t’ammaccu u schinu”; e questo stesso Fanara senza minimamente preoccuparsi di ciò, come se l’argomento non lo riguardasse, suole accompagnare con la chitarra coloro che si dilettano in questi epigrammi.

Francesco Rizzo, Giornale di Sicilia, ottobre 1952

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: agrigento

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