Entrammo in una valle rocciosa: lì si ergeva davanti a noi un’alta montagna, che cadeva ripida tutt’intorno.
E sebbene fosse così alta e ripida, c’era sopra una strana città con mura e strade, case e chiese: tutto in rovina, tutto morto e vuoto, e come incantato in pieno giorno.
Da secoli la città era abbandonata, abbandonata, nessuno saliva più lassù per disturbare.
Chi avrebbe dovuto rischiare il collo per scalare la terribile altezza rocciosa, dove non c’era più nulla da prendere?
Così il fantasma della città rimase intatto, abbandonato a se stesso anno dopo anno.
Ma quando girammo intorno alla montagna, splendeva ai suoi piedi un giardino meraviglioso, tutto coperto dal verde degli alberi e questo fittamente ricamato d’oro delle arance.
Una vista bella e singolare in questo nudo deserto roccioso. Subito dietro apparve poi la nuova Monteallegro, i cui fondatori un tempo avevano abitato quella città alta in rovina.
Mai nessun nido di città portò il suo nome con maggiore ingiustizia. Questa qui doveva essere un “monte allegro”?
Tormentoso dovrebbe diventare ogni giorno, finché non ci si fosse abituati e si fosse dimenticato tutto il resto.
Le case sono buchi calcarei, le strade terreno gessoso con polvere spessa, le montagne tutt’intorno bianche come il gesso.
Aria calda e soffocante ristagnava nelle strade. Eppure anche qui splendeva una capanna di pietra con lo stemma dei Savoia e l’iscrizione colorata: “Guardia Nazionale di Monteallegro“.
Nelle uniformi trasandate e sporche che si affacciavano lì, c’era una bella collezione di facce da forca, direbbe un compatriota tedesco che non conosce ancora gli italiani.
Poveri ragazzi! Chissà se avevano voglia di prendersi una pallottola in corpo dai loro compagni di scuola, che erano fuggiti sulle montagne per non fare i soldati?
Intanto cielo azzurro e bontà di donna durano ovunque. Anche nella piccola locanda di Monteallegro c’erano occhi gentili di ragazza, e il vino era buono.
Ma preferiremmo essere andati nella fresca cantina piuttosto che nella loro stanza, se ce ne fosse stata una.
Poiché avevamo ora uno scirocco così autentico e profondo come mai ne soffiò uno dall’Africa.
Su questa costa meridionale lo ricevevamo nuovo e fresco come panini caldi dal forno.
Intanto, a cosa serviva lamentarsi? Eravamo appena scesi da cavallo, che già tutto doveva tornare fuori nell’arsura secca, tra le colline desolate, nei meandri delle valli sotto montagne e catene collinari rocciose o scarsamente cespugliose.
Lhoer, Franz Von, dalla Sicilia a Napoli, Monaco, 1864



Il Castello di Palma di Montechiaro e l’Evoluzione del Territorio 