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pastore siciliano

I Magici Suoni di Sicilia: L’Arte dei Pastori e la Tradizione del Piffero

3 Dicembre 2023 //  by Elio Di Bella

Esplora la ricca eredità dei pastori di Sicilia e la loro maestria nel creare e suonare il piffero, uno strumento che incarna lo spirito e la cultura dell’isola. Scopri storie affascinanti e tradizioni uniche attraverso i racconti di un pastore maestro del piffero. Un viaggio nel cuore della Sicilia rurale e delle sue antiche arti

Francesco Genzone da Petralia Sottana: non averlo conosciuto costituirà sempre per noi il rimorso d’un peccato d’omissione imperdonabile.

Aveva una sua fama locale e noi siamo inguaribilmente scettici verso le fami locali. Ma promettiamo che non accadrà più, almeno quando si tratta di celebrità che sappiamo costruire pifferi di canna, i più dolci e completi di tutta l’isola, sappiano suonarli come angeli silvestri, sappiano modellare nel legno e scolpire a punta di coltello scodelle per la ricotta e collari di capre e cucchiai, incidere fiasche di zucca e istoriare bicchieri di corno di bue.

Francesco Genzone: Un Maestro del Piffero Siciliano

Tutte queste cose sapeva fare Francesco Genzone e sono qualità divenuti così rare che   diffidenza e scetticismo non sono più ammessi.

Quando giunga voce di un personaggio simile bisogna partire: meglio fare una gita vuoto, piuttosto che rischiare di mancare un incontro felice.

Ed ora quest’uomo prezioso non c’è più, questa voce delle Madonie s’è spenta e   per uno stupido sfasamento della tecnica verso la vita, non si è avuto tempestivamente a portata di mano un banalissimo apparecchio registratore, che avrebbe consentito di conservare le sue sonatine.

Abbiamo qui una fotografia di Genzone negli ultimi anni col berretto in testa, quello ricamato che spetta ai vecchi, con ricco fiocco che gli cade sul collo, e la giacca di velluto.

Un’aria di signorile distacco spira dai tratti vigorosi del volto schivo, mentre le dita sensibili modulano attentamente il suono del piffero, di quel piffero prezioso, lungo, sottile, leggero, che lui, dopo averne fatti senza fine, considerava riuscito, come può riuscirne uno su mille, ed ogni foro della tastiera era circondato da un piccolo disegnino ornamentale a forma di cuore, ed una piccola croce stava sotto il buchino, a titolo di dedica e propiziazione: era un uomo religiosissimo ed un senso di preghiera accompagnava ogni suo lavoro.

Di quel piffero era gelosissimo. Lo teneva avvolto in una benda di lino entro un astuccio di lamiera, e prima di metterlo nelle mani di un visitatore curioso ci pensava due volte. Non lo lasciava mai e per suo desiderio quel piffero è stato sepolto con lui.

Tradizioni Musicali dei Pastori di Sicilia

A parlar bene di pifferi talvolta gli stessi musicisti non sono buoni: per troppi di loro il piffero di canna non è che una rustica approssimazione di un vero strumento.

Ci vuole un poeta e un poeta del piffero, tanto meglio.

Bisogna sentir Giovannino Vavaro parlare di pifferi di pifferari, Giovannino Varvaro che il vecchio Genzone chiamava maestro.

Il piffero che faceva Genzone, così ci spiega il Varvaro, è il piffero alla Contessa. Contessa non in onore di una nobildonna, ma perché il tipo di strumento col quale i pastori di Contessa Entellina placano la malinconia della solitudine. Forse   hanno l’anima particolarmente melodiosa.

Il Piffero Siciliano: Uno Strumento di Storia e Cultura

Perché di zufoli e pifferi di canna ve ne sono diversi.

C’è quello corto grosso, alla catanese, con quattro fori sopra e uno sotto, per melodie elementari.  ma forti e chiassose, capace di trascinare in un vortice bacchico tutta una turba di vendemmiatori, e c’è il friscalettu di Polizzi, più sottile, ma petulante oltre ogni dire: con esso i caprai possono comunicare da un pizzo di montagna all’altro.

Ma il re dei pifferi è quello detto alla Contessa, con la tastiera regolamentare a sei fori, più uno sotto.

Poi i virtuosi fanno modifiche e variazioni: il prediletto di Genzone aveva otto fori, quello personale di Giovannino barbaro ne ha sette,e due sotto, invece di uno.

È uno strumento affinato sensibile che ci fa pensare alle parole di Amleto nella profonda parabola shakespeariana del flauto e dell’anima umana: “c’è tanta musica, dice, e c’è una dolcissima voce in questo piccolo strumento… Ma non è facile tirarla fuori”.

Così è il piffero di Genzone che abbraccia due ottave mezzo.

Poco, incredibilmente poco, rimane dell’opera di Francesco Genzone che pure, oltre ai pifferi, deve aver creato tante belle cose per l’uso proprio e per accontentare qualche amico che gli chiedeva un ricordo. Giacché ha sempre disdegnato di fare commercio dei suoi manufatti.

Nella collezione del giudice Dottor Andrea, Collisani si trovano due cucchiai di legno di sua mano, policromi, mai adoperati, intatti.

L’Arte della Lavorazione del Legno tra i Pastori

Il capraio nostro o il pastore in genere, ha sempre un coltello per le mani. Per chi non lo sapesse la contabilità della mandria è tenuta a punta di coltello, nella frase c’è alcun significato sinistro o recondito. Il libro mastro del pastore è un mazzo di verghe collegate in cima con tante fettucce di cuoio.

Ogni verga corrisponde al nome di un padrone degli animali presenti alla mandria. Su di esse, sera e mattina, ad ogni mungitura, viene registrata la quantità del frutto dato da quegli animali e settimanalmente vengono fatti rapporti.

È il mandriano con la punta acuminata suo coltello segna sulla bacchetta appiattita una barretta per un litro, una V per 5 litri, una X per 10 litri è una L per 50.

E la cognizione dei numeri romani non gli viene dalla scuola, viene consegnata per tradizione diretta da pastore a pastore: e magari non sanno che si tratta di numeri romani, ma sono numeri che si prestano a quel genere di registrazione e risalgono alla scrittura lapidaria, quando le lettere si incidevano nel marmo con lo scalpello.

Ricordi e Storie dei Vecchi Maestri del Piffero

Nei momenti di ozio, quando il gregge è tranquillo, quel coltello è facile che salti fuori dalla tasca del pastore. E si dia a lavorare di punte di taglio sul massello omogeneo di agrifoglio, un legno bianco compatto che oppone il giusto grado di durezza alla volontà plasmatrice dell’uomo.

Libererà dall’oscura prigionia della fibra ignara forme più strane.

Ecco un cucchiaio sognato da Francesco Genzone.

Dalla conca elegante del cavo, rimpetto alla punta acuta si distacca ad angolo il fusto a sezione rettangolare. Prima il coltello si diverte a costruire, uno sull’altro, vari corpi geometrici, rombi, prismi, cubi divisi da altrettante strozzature.

Nella faccia di uno compaiono le iniziali G. F. in rilievo, sottolineate da una viva policromia, bianche su fondo rosso.

In altri sono intagliati numeri, 1938, per esempio, o 1896. Saranno date? Ma quali date? Non quella di nascita dell’autore, che è molto più antica, né il 1938 la data di manifattura del cucchiaio, che risulta fatto vari anni prima. Vi è poi un 210 pure inspiegato.

Ma adesso è cessato l’accumulo di corpi geometrici, e un estro da scultore romanico invade i sogni del pastore.

Solidamente poggiato sull’ultimo parallelepipedo si innalza un angelo – cariatide, quasi curvato in due ad angolo retto col volto proteso, con le ali che fanno piattaforma. L’angelo regge una croce, ma questa croce appare come sorretta o addirittura portata da due uccelli alti sulle zampe sottili. Vivacissima la policromia: l’angelo alle ali dipinte, rosso, verde e viola, il volto trattato a segni sottili, labbra rosse, occhi e archi ciliare in bleu, mentre due uccelli che reggono tra loro la croce hanno zampe rosse, piumaggio giallo punteggiato di rosso e le penne delle ali alternate, verdi e viola….

  Si tratta di un ostensorio e di una sorta di altarino con crocifisso entro una nicchia…

Preservare la Cultura Siciliana Attraverso la Musica Popolare

Che altro sappiamo di Genzone?

Era proprietario di un fazzoletto di terra coltivata da orticello, ma dove tra cetrioli e melanzane faceva crescere pure una quantità incredibili di fiori, passione, questa, che assieme alla sua un po’ antiquata galanteria gli era valsa il soprannome gentile “mazzu di sciuri” (mazzo di fiori).

Suonava a preferenza musiche proprie che nessuno pensò mai di registrare, note, trilli, quelle voci che sono come le voci immediate della natura, delle sorgive, del vento tra i faggi, dalla mandria al bevaio, le voci che il piffero sa interpretare come nessun altro strumento.

In compagnia congeniale il vino rigorosamente limitato ad un bicchiere non gli dispiaceva e allora era capace di suonare ore e ore con temperamento sbalorditivo.  

A scuola era arrivato alla seconda elementare, la scrittura non aveva segreti per lui abbiamo visto la sua calligrafia decorosa.

Pure la forte su di lui l’impronta della professione, di un uomo abituato a vivere costantemente all’aperto e con le scarse comodità del pagliaio di alta montagna: le rare volte che le circostanze lo obbligavano a mettere una firma, non sedia e tavolino cercava. Invece si sedeva per terra, nella posizione che assumeva in campagna quando si dedicava a qualche lavoro minuto, poggiava la carta sul ginocchio e dipingeva la firma lentamente comprimendo le labbra con una patetica espressione di intensa applicazione.

Accadde una volta, in una festa, che gli chiesero di esaminare da vicino al suo piffero e poi con quel misto di curiosità petulante, di fondamentale indifferenza che caratterizza tanta gente, glielo mandassero a terra e sotto i piedi degli zotici.

Povero Genzone, ne ebbe un dolore immenso, come ferito. Raccolse quella povera cosa rotta e schiacciata e non ebbe pace finché non l’ebbe ricomposta ed incollata, felice di essere riuscito a ridare al caro compagno delle sue solitudine, voce vita, quasi come prima

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Antonio Daneu, ritratto di un pastore delle Maodonie, in Giglio di Roccia, estate 1957, pp. 15-17

Categoria: Storia SiciliaTag: antichi strumenti musicali, pastori di sicilia, piffero, sicilia

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