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Girgenti Picturesque Mediterranean, 1891

Il Fascino Antico della Valle dei Templi di Agrigento

5 Dicembre 2023 //  by Elio Di Bella

Esplora la magica Valle dei Templi di Agrigento attraverso il racconto di un turista. Scopri il suo inconfondibile fascino storico e culturale, un viaggio incantevole tra mito e realtà in una delle gemme della Sicilia.

Primavera. Ho viaggiato tra i fiori, attraverso la campagna cosparsa di alberelli sbocciati di fragili corolle.

Su ogni rametto esile, archeggiato, proteso al sole con gioia, a ciuffi erano le corolle fragili, e pure.

Ho viaggiato tra gli ulivi ingemmati di pesche fioriti di rosa. Leggere, intatte corolle sorridevano nella campagna.

Era il terzo giorno del terzo mese e c’era il sole.

L’amico sole incontra la nostra gioia, indispensabile al nostro sangue siciliano.

Il Viaggio Incantato nella Valle Agrigentina

Bella terra, la Sicilia, terra di amore, di melodia. I ruscelli erano gorgoglianti per la pioggia recente e riluccicavano di argento vivo.

Gli eucalipti alti, bellissimi, erano nostalgici.

Pizzi alti di monte sembravano castelli invecchiati a coronare una vetta e vecchi castelli sdruciti si confondevano con la roccia viva accanto ad un mandorlo freschissimo punteggiato di fiori.

Il nuovo e l’antico, la pietra ed il fiore, il cielo ed il campo di fili di erba odorosa di sole, tutto si intonava al canto.

Passammo il Platani dall’ampio letto giungendo nella valle agrigentina e la sequenza di montagne lontane, aveva una tinta violetta sovraccarica acquarellata.

Ma il sole calava oltre l’orizzonte, sul mare lontano inebriato di luce ed il cielo chiaro rimava di nenia, di desiderio e di preghiera.

Era la caratteristica del paesaggio agrigentino, fascino inconfondibile della valle antica, che cullava d’incanto il nostro arrivo.

Era il panorama di una favola: l’asinello condotto dall’uomo vestito di velluto da riflessi gialli che si vedeva in profilo sulla linea dell’orizzonte vicinissimo, recava da un villaggio arcaico della fantasia, le leggende più antiche, più belle della terra siciliana.

Nel 582 prima di Cristo, Aristoneo e Pistillo giunsero da Gela in questa terra, soggiogati dal fascino di essa, fondarono Akragas presso le rovine di una città abbandonata.

Ancora oggi, dall’incantevole valle emana melodia di sommesse canzoni, una magia inconfondibile, magnetica, quel senso di attrazione, di amoroso istinto, che generarono la città felice.

Questo fascino giunge a noi da secoli come la luce delle stelle.

Induce a pensare, la fantasia veleggia lidi lontani e ti circonda la piena estasi dell’adolescenza, con i desideri e le illusioni.

Ad Agrigento si ritorna sulle soglie della prima giovinezza.

Akragas: Culla di Storia e Mito

Tra velami trasparentissimi di cobalto Marino, sotto il grande cielo, la valle incantevole racchiude i gioielli della sua pregevole storia:

 i templi d’ocra dorata, fusti di sole vivo, che ci ricordano i giorni di Empedocle dottissimo e del ricchissimo Gellia.

Durante le olimpiadi, Gellia accoglieva tutti i forestieri che avrebbero gradito l’ospitalità della sua casa, che aveva una cantina di 300 botti di vini squisiti, ognuna di 100 anfore.

Splendida era Acragante, sebbene Siracusa fosse politicamente più grande.

Tutti i tesori d’Africa venivano portati qui dal commercio, l’oro e l’avorio erano impiegati a profusione e di cittadini spinsero il lusso a raffinatezze irraggiungibili: vestivano fini tessuti ricamati d’oro e calzavano sandali sonori di bronzo.

Il giorno che Antistene, soprannominato il Rodico, condusse a nozze la figlia con un corteo di 800 carri e 1600 cavalieri, imbandì nelle vie mense per tutti gli agrigentini ed illuminò con tale sfarzo è magnificenza la città da far credere che essa andasse in fiamme.

Nella valle conduce uno stradale largo, dolcemente in discesa con ampie curve.

Diana viene verso la riva, iniziando la danza della caccia con l’arco, in mezzo ai cani nervosi, snelli, agilissimi, dai bei denti di avorio pronti ad addentare.

Venere lavava i peccati d’amore nel trasparente mare che tutta la rispecchia, impudica. Minerva aveva abbandonato lo scudo e l’asta e guidava un cocchio inviolato di ciclamini, tirato da divini cavalli ed Apollo ricciuto, senza tunica annoiato come un dio pallido, cantava, mentre le ninfe intrecciavano collane di fiori da porre in festoni tra colonna e colonna dei templi.

Non immaginare, o lettore, che dee ed Apollo fossero venuti in mio onore. Tutti gli dei abitavano la valle con le ninfe, i satiri.

Nessuno di essi si dedica più alla guerra e neanche si ricordano, forse, della più grande battaglia della prima guerra punica, che proprio in questa valle combatterono, nel 262 prima di Cristo, difendendo i figli e gli amanti fra tra gli uomini.

Non scorre più il sangue, la terra è d’ambra, il mare di zaffiri, i fiori di corallo e di perle.

Gioielli Architettonici: I Templi Dorati

Il tempio della Concordia, il più conservato dei templi esistenti, mostra le sue 34 colonne scannellate di stile dorico, perché nel medioevo i cristiani lo trasformarono in chiesa, dedicandola San Gregorio, detto delle Rape.

Questa fortuna non ebbero gli altri templi e di quello di Giunone non tutte le colonne si ergono oggi nell’aria incantata;

del tempio di Ercole, che ebbe le stesse dimensioni del Partenone e racchiudeva la famosa statua del dio scolpita da Mirone, restano otto colonne e pietre scomposte;

quasi nulla resta del tempio di Giove olimpico;

quattro colonne di angolo restano del tempio di Castore e Polluce;

due sole del tempio di Vulcano;

meno del tempio di Esculapio, e dei resti di quello dedicato a Cerere e Proserpina, oggi si compone la Chiesa di San Biagio.

Ma intero resta il fascino della valle.

Le passioni si risvegliano squillando, suonano i crotali di bronzo e fremono i timpani mentre si rinnova la fragrante spuma del mare.

Non è flauto che suona, e la musica della onda che corre l’una sull’altra, sospinta dall’ebbrezza a fiorire sulla riva bellissima.

Amarognoli amori distilla l’aria salmastra satura del profumo inebriante della primavera fiorita. Sprizza la passione, come l’acqua sorgiva dirompente e dalla vitalità del sangue vermiglio.

Le belle colonne scannellate vivono ancora oggi nella veste morbida di quello stile che seppe  rendere la pietra ricca di pieghe, alleggerendo la pesantezza uniforme della superficie liscia, come fece l’artefice arabo che scannellò ogni spigolo del rustico carretto e persino ogni ruota e gli assi creando, ricco di colori, il gioiello dell’artigianato siciliano.

La Magia della Natura e dell’Antichità

Sulla rupe Atenea – il luogo più bello di Agrigento – la realtà della natura siciliana che incanta, perde ogni contatto diretto con le cose per condurci nel sogno.

È alta la rupe si affaccia come un grandissimo terrazzo sulla valle felice.

L’immenso cielo di cobalto si fonde col tono pacato del mare sbiadito dal sole e sulla dolcissima riva verde si scorge la cittadina di Porto Empedocle.

Tutta la città è un immenso balcone proteso verso la valle perché Agrigento è la città a scale, e la città che sale rampa a rampa per raggiungere il posto più bello.

Un palazzo non intoppa la vista in quello di fronte, qui tutto si intona al nostro istinto che ci spinge verso la luce e nessun’altra città come questa è ricca di tanto cielo, nessuna a questo immenso velario di luci.

Le scale sono le vie di essa.

La bella adolescente agrigentina dal seno di Venere che si intravede sotto il semplice abito bianco, dal profilo purissimo, viene scendendo un’ampia gradinata tra le case di contro il cielo luminoso e le chiome castano dorate le scendono in trecce sulle spalle.

Le più belle Madonne settecentesche non l’eguagliano

Forse, scendendo, ha il passo della danza.

Il misterioso fascino della città a scale vibra in ogni cosa, mentre tu ammiri la bella, pensi che Zeusi quando dipinte la sua Giunone per il tempio della valle, ebbe a modello cinque ragazze agrigentine.

Ne deduci che la bellezza di quei modelli che additiamo a perfezione assoluta, vive ancora oggi ai nostri occhi che vedono.

La città è senza frastuono sotto il cielo che è la completa espressione dell’infinito.

Io ricordavo gli aedi illusi di creare visioni di sogno, cantando dolci parole.

Tradizioni Leggendarie di Agrigento

Tutta la vita è  una canzone in Sicilia, tutta la vita è un sogno luminosissimo di leggende e di favole:

divinità ed eroi, storia, storia, fantasia, musica e danza, fiori e cinguettii la popolano oggi, come ieri, come sempre.

È un continuo sognare in Sicilia:

basta aprire gli occhi senza l’ausilio degli stupefacenti e della metà mescalina dagli stimoli coloristici.

Un cinguettio fitto riempie la piazza ed è la voce della primavera che ci accoglie come a soffocarci di baci.

Vorrei vivere mille anni in un’ora – pensavo – vorrei che sotto questo cielo non battesse l’ordigno odioso che l’uomo ha inventato per misurare una creazione divina, il tempo, rinchiudendo l’eternità entro piccoli meccanismi di acciaio e d’oro.

Vorrei allungare gli attimi come il confettiere allunga il bombone di zucchero, vorrei vivere mille vite in un giorno solo, senza memoria.

Riflessioni sulla Bellezza Eterna di Agrigento

Non mi interessai ad Agrigento degli stucchi del Serpotta che un’altra volta avevo visti, né della Chiesa del Purgatorio, né di quella trecentesca di Santo Spirito, che ancor oggi mi ricorda il graziosissimo nome di suora Stellina, che fu perfida e mi offrì un dolce di pistacchio.

Al tramonto, Agrigento è tinta di rosa ed  il sole,  che si immerge nel mare,  non trova altro paragono che quello di un torlo d’uovo scarlatto.

Poi restò la bragia come di una fornace divampante.

 La valle era popolata di ninfe ciarliere e profumata di pallide rose.

Il disco bianco e verde fece ad un tratto partire il nostro treno che sembrava deliziosamente immobile, rompendo tutti gli incanti

Alfredo Terzo, Fascino della valle agrigentina, in Il giglio di roccia, Palermo, primavera 1958, pagine 9-10

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Categoria: Agrigento RaccontaTag: agrigento, agrigento racconta, valle dei templi

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