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Vues de Girgenti - Porta di Ponte 1860
Vues de Girgenti - Porta di Ponte 1860

Curiosità agrigentine: Perchè si chiama Porta di Ponte ?

19 Settembre 2014 //  by Elio Di Bella

porta di ponte

di Giuseppe Iannuzzo

Non c’è nessun agrigentino che, almeno una volta al giorno, non pronunci la frase “porta di ponte”: “ci vediamo a Porta di ponte”, se si dovrà dare un appuntamento ad un conoscente; “vado a Porta di ponte”, se si esce per fare quattro passi; “vengo a Porta di ponte”, se si vorrà trascorrere un po’ del tempo libero con gli amici a far maldicenza; “andiamo a prendere un caffè a Porta di ponte”; “io compro il giornale a Porta di Ponte” ecc., ecc.: ma ce ne sono pochi, in verità, che si domandano: “perché si chiama Porta di Ponte”? “E il ponte dov’era”?

Solo qualcuno di costoro sa che….. a Porta di Ponte, il ponte non c’era affatto! Sono qui per chiarire – ammesso che ne sia capace – il controverso argomento: ma, per giungere al traguardo, occorre che mi si segua in alcune premesse.

PRIMA PREMESSA. Porta di Ponte era prospiciente sul cosidetto “Taglio di Empedocle”, esteso, a quanto pare, dall’inizio della attuale Via Imera (accanto al palazzo delle Poste) alla Via Damareta (la scalinata che separa la Banca d’Italia dal complesso edilizio Grasso); aveva una forma di chiglia di nave se guardato dall’alto (e perciò detto anche la “la nave”); era a forma di imbuto con il beccuccio a sud, se guardato da tramontana. La leggenda ci tramanda che fu Empedocle a fare scavare profondamente la zona (il taglio, quindi), per consentire ai venti freddi da nord di gettarsi sui pantani a sud della città, dove allignava, terribile, la malaria, noto essendo già da quel tempo che la malattia era propiziata dall’acqua stagnante e sporca, specie se di temperatura tiepida. Invero, il “taglio di Empedocle” esisteva già da alcuni millenni prima della nascita del nostro più famoso concittadino, poiché esso fu il risultato di una frattura delle rocce calcarenitiche avvenuta in epoca geologica: ma se vogliamo accettare anche la leggenda, possiamo ipotizzare che Empedocle ordinò la regolarizzazione degli opposti pendii delle due colline allo scopo di velocizzare il vento di tramontana, tanto più che la leggenda afferma anche che egli fece rivestire i due pendii, regolarizzati, con pelli di cavallo per rendere ancora più facile lo scorrimento del vento!

SECONDA PREMESSA. Una attenta osservazione della collina ovest o di Gergent ci dà contezza del fatto che la roccia tufacea si ferma in corrispondenza del ciglio della Via oggi Gioieni, al di là del quale v’era il baratro: infatti la Via Imera, sottostante, è tutta fondata su terreno alluvionale e da riporto, così come furono fondati su terreno altamente friabile il Palazzo delle Poste, la Questura e la Prefettura. Analoga osservazione della collina est, o della Rupe Atenea, comprova che la roccia prospiciente il “Taglio di Empedocle” presenta una fortissima pendenza in corrispondenza della scalinata Filino, dietro l’archivio notarile, dietro il costruito della Piazzetta Vadalà, dietro la Caserma dei Carabinieri e in Via Cicerone. Le rocce contrapposte delle due colline distano tra di loro circa 120 metri tra la Via Cicerone e la Via Gioieni, circa 80 tra la Piazzetta Vadalà e la Porta di Ponte, circa 20 tra il Palazzo Grasso e la Banca d’Italia. Orbene, le surriportate misure confermano la forma ad imbuto che il “taglio di Emedocle” possedeva.

TERZA PREMESSA. Secondo Erodoto ed Antioco Siracusano, al fondo del “Taglio di Empedocle”, tra le contrapposte colline, scorreva un fiumiciattolo, poi scomparso, che si sarebbe chiamato Camico. E sempre secondo Erodoto, le comunicazioni tra le due colline sarebbero state oltremodo difficili: occorreva scendere nel burrone e poi risalire dall’altra parte… Dai lati prospicienti, le colline erano facilmente difendibili, perché percorse da un solo viottolo, ripido o erto, sicché bastavano solo pochi arcieri bene armati, posti nella parte più alta per respingere qualsiasi tentativo di invasione…. Caruso Lanza F. ha approfondito l’argomento dei luoghi, e ha manifestato l’opinione che la distanza che separava Porta di Ponte dalla Collina della Rupe era “soltanto” di alcune centinaia di metri (!), non dovendosi superare altro che la larghezza e la profondità della “Nave”, e ha precisato che, per transitare da una collina all’altra, occorreva prima scendere di circa 60 metri di quota, attraversare il ponte (sospeso su un baratro inaccessibile) e poi risalire dalla parte opposta per altrettanti metri di quota; la distanza indicata dallo studioso agrigentino potrebbe anche essere esatta ove si pensasse che, per arrivare alla quota del ponte e da essa poi risalirne, occorreva percorrere viottoli in discesa e in salita, e con parecchi tornanti, scavati nelle due colline.

Or se è vero ciò che scrissero Erodoto e Antioco Siracusano, e poi in tempi moderni Caruso Lanza, (e io non ho elementi per dissentirne) sulla presenza del fiumiciattolo nel fondovalle tra le due colline di est e di ovest, la quota del piano oggi corrispondente alla Stazione Bassa doveva essere superiore rispetto alla quota corrispondente alla parte più settentrionale del “Taglio di Empedocle” per consentire alle acque del fiumiciattolo di scorrere verso sud, e quindi, a non meno di 50-60 metri dal piano di calpestio della attuale Piazza Vittorio Emanuele, che, approssimativamente, coincide o quasi con la quota di Porta di Ponte. Voglio, cioè, dire che il “Taglio di Empedocle” (“Nave” che dir si voglia), in corrispondenza della congiungente Piazzetta Vadalà-Porta di Ponte, era profondo più di 50 metri e largo intorno agli 80!Nessuno degli storici, greci prima e romani poi, ci ha dato notizia della esistenza di un ponte tra le due colline, dalle dimensioni colossali come avrebbe dovuto essere se costruito alla stessa quota della Porta di Ponte.

QUARTA PREMESSA. Alla caduta dell’Impero Romano di occidente, con la distruzione e il sacco di Agrigentum, la situazione ai resti della popolazione, che aveva cercato scampo fuggendo nella collina di Gergent, dovette apparire assolutamente tragica: della gloriosa e bellissima città che sorgeva sulle pendici della Rupe Atenea – tranne i templi verso cui gli invasori ebbero rispetto – non esisteva più nulla; tutte le vie di comunicazione erano interrotte; l’Emporium era divenuto irraggiungibile ed era comunque distrutto; gli averi degli abitanti erano stati razziati; la carestia e la pestilenza erano alle porte…. Per riprendere, sia pure in parte, il posto occupato nel periodo ellenistico-romano, gli akrakantini dovettero con tutta verosimiglianza – ma ci vollero decenni ! – dotare la città di muraglioni difensivi; dovettero costruire altrove il porto e, infatti, lo fissarono laddove poi è sorta Porto Empedocle; dovettero costruire ex novo la strada del suo collegamento con la città e aprire nello spessore della cinta muraria una porta che chiamarono “Porta di Mare”, perché appunto da lì iniziava codesta strada, diretta al mare.E poiché le invasioni si succedevano con molta frequenza, diverse volte essi dovettero ricostruire le mura devastate dagli assedianti.

Da quanto sopra emerge che neppure nel Medio Evo gli akrakantini ebbero modo di costruire nel punto in esame il ponte di collegamento tra le due colline poiché esso non sarebbe servito a nulla stante la totale distruzione della vecchia Agrigentum. Caruso Lanza, nel trattare della morfologia del “Taglio di Empedocle” afferma, però, testualmente, nel suo ben noto Volume (Osservazioni e note sulla topografia agrigentina, Formica ed., Agrigento, 1931), che “per transitare da una collina all’altra, occorreva prima scendere di circa sessanta metri di quota, attraversare il ponte sospeso su un baratro inaccessibile, e poi risalire per altrettanti metri di quota”. Ma un ponte, sito a metà del burrone del “Taglio di Empedocle”, non sarebbe stato né logico né strategico, sia perché i viottoli, per raggiungerlo, erano di per sé facilmente difensibili, come abbiamo detto, sia anche perché un po’ più a valle – e lo vedremo a momenti – le rocce erano assai più vicine e il ponte sarebbe stato più sicuro e assai meno impegnativo.

Né poteva trattarsi di ponte levatoio, come qualche contemporaneo afferma, perché il ponte levatoio in quel punto sarebbe stato irrealizzabile. I ponti levatoi, infatti, oltre ad essere di dimensioni limitate (difficile che superassero i 5-6 metri di lunghezza) incombevano su fossati larghi in genere tanto quanto era la lunghezza del ponte; se la larghezza del fossato fosse stata superiore, il ponte veniva costruito in due comparti: uno, stabile e fisso, era costituito dalla cosidetta controscarpa a un pilastro, che si innalzava dal fondo del fossato ed era chiamato “battiponte”; il secondo, dal battiponte alla porta, era costituito dal ponte levatoio mobile. Erano costruiti in legname e mossi per mezzo di carrucole, di bolzoni o altro; erano sollevati da cordame o da catene. Non potevano e non dovevano essere pesanti. Il problema serio dei ponti levatoi era costituito dai serventi del ponte e dai loro alloggiamenti e, se del caso, dalle truppe di guardia. Appare evidente che detta costruzione non poteva essere realizzata su pendii scoscesi e con vie di accesso assai limitate in larghezza ed estremamente pericolose.

Qualcun altro ha avanzato l’ipotesi che il ponte levatoio potesse essere stato piazzato a livello della Porta di Ponte: ma ciò dovrebbe presupporre il già avvenuto riempimento del “Taglio di Empedocle” il che è accaduto tra il secolo XVIII e XIX; ma né Fazello, né Picone, né Diana, né Politi ne parlano, a parte il fatto che la “strettezza” dello spazio dove era allocata la porta non poteva consentire la collocazione del macchinario necessario all’elevamento e all’abbassamento del ponte che, per quanto semplice, avrebbe occupato da destra e da sinistra una parte della struttura. Per di più, allorché la Decuria di Girgenti deliberò di “modernizzare” la Porta, non parlò affatto della esistenza del ponte. Ma un’ultima osservazione sarebbe da porre: non si dimentichi che Girgenti, sino alla fine del 1800, non aveva acqua corrente: l’acqua era fornita dalla sorgente di Bonamorone e venduta con le “lancelle”; e non si dimentichi che un qualsiasi ponte levatoio funzionava su un fossato pieno di acqua da ricambiare e che Girgenti, per quanto detto, non ne aveva!

Neanche codesta ipotesi regge, quindi, a obiezioni elementari!

PORTA DI PONTE E I GIARDINETTI

Eppure le due colline – quella di Gergent e quella della Rupe – erano certamente collegate da un ponte, che veniva utilizzato dagli akrakantini per andare nella collina di Gergent, dove, con ogni verosimiglianza, esistevano culture agricole, e per recarsi nelle necropoli, per la sepoltura dei morti. Schubring, Caruso Lanza, Cavallari, parlarono anche loro della esistenza di un ponte e codesto ponte lo chiamarono “ponte dei morti”, appunto per la sua principale destinazione…. A mio modo di vedere il ponte non poteva che essere stato costruito nel luogo più idoneo e quindi là dove la roccia della collina Est e quella della collina Ovest, in corrispondenza del beccuccio dell’imbuto (al quale abbiamo paragonato il “Taglio di Empedocle”), si avvicinavano maggiormente, e che corrisponde oggidì alla zona di via Damareta compresa tra la Via Crispi e la Via Esseneto. Si trattava di un ponticello, onde il nome dato dagli akrakantini alla Porta Orientale della Città di “Porta del Ponte”, poi diventato “Porta di Ponte”.

La storia del “Ponte dei morti” di Girgenti registra una “cantonata” celebre di uno dei più celebri archeologi che l’umanità abbia mai avuto, lo Schubring. Venuto in Girgenti e occupandosi della topografia archeologica della città, egli ritenne di individuare in una edificazione greca, posta a metà del vallone delle Cavoline, sul suo lato sinistro per chi sale verso la città, il pilastro di un grande ponte, che egli chiamò, appunto, “il ponte dei morti”, perché vicinissimo alla più grande Necropoli agrigentina in contrada Pezzino (siamo nella zona in cui la aberrazione umana consentì il posizionamento di un pilastro del cosidetto Viadotto Morandi nel bel centro della necropoli). Tale edificazione, grossolanamente quadrilatera, di circa 15 metri di lato, costituita da massi parallelopipedi – come le mura – e da diversi strati sovrapposti, fu ritenuta dallo Schubring come la base di un pilastro di sostegno del ponte, anche se dall’altro lato del Vallone non vi fosse alcun manufatto similare ed anche se tale maestosa costruzione sembrasse assolutamente sproporzionata per un ponte posto a cavallo di un vallone in quel punto molto ristretto per non dire angusto! In effetti si tratta , così come per primo, qualche tempo dopo, fu individuato dal Marconi e come meglio descrisse il Griffo recentemente, di un possente baluardo di difesa, posto, insieme a un muro che lo continua posteriormente, in posizione avanzata, a costituire il primo sbarramento su una strada che in quel sito, sale dal vallone correndo a mezza costa del pendio. Ma, siccome era stato lo Schubring ad averlo detto, tutti, tranne Pirro Marconi e Pietro Griffo, Vi credettero……

di Mario La Loggia

FONTE RIVISTA AGRIGENTINI A ROMA E ALTROVE

Categoria: Agrigento RaccontaTag: agrigento racconta

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