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il porto di girgenti nel Cinquecento
il porto di girgenti nel Cinquecento

Congiure e rivolte nel territorio agrigentino durante il Cinquecento siciliano

24 Aprile 2025 //  by Elio Di Bella

Le congiure e rivolte nel territorio agrigentino del Cinquecento: tensioni tra feudalità e corona, impatto dell’Inquisizione e ruolo strategico di Agrigento negli equilibri di potere della Sicilia spagnola.

Il territorio di Agrigento nel Cinquecento si inserisce nel contesto più ampio dei tumulti e delle trasformazioni politiche che investirono l’intera Sicilia durante questo periodo cruciale. La morte di Ferdinando il Cattolico nel gennaio 1516 e la complessa successione di Carlo V segnarono l’inizio di un periodo di instabilità che si manifestò attraverso una serie di congiure e rivolte nell’isola, con ripercussioni significative anche nel territorio agrigentino.

Il contesto storico delle rivolte siciliane

La storiografia ha individuato tre momenti distinti ma interconnessi nelle rivolte siciliane del primo Cinquecento: la rivolta contro il viceré Moncada nel 1516, la congiura di Gianluca Squarcialupo nel 1517 e la congiura dei fratelli Imperatore nel 1523. Come evidenziato dallo storico Giarrizzo, questi eventi non possono essere compresi se non inseriti nel più ampio scenario europeo, poiché “la vera partita si gioca fuori dell’isola, in Germania ed in Fiandra, ed è parte non piccola del conflitto che traversa i vecchi e i nuovi consigli imperiali e regi”.

Il territorio agrigentino, con la sua peculiare composizione feudale e demaniale, rappresentò un microcosmo di queste tensioni. La provincia era caratterizzata dalla presenza di potenti famiglie feudali come i Luna, conti di Caltabellotta, storici rivali dei Ventimiglia, e i Moncada, che estendevano la loro influenza su diverse aree. Questi casati furono protagonisti diretti delle lotte di potere che si svilupparono in Sicilia nei primi decenni del Cinquecento.

Agrigento tra dinamiche feudali e urbane

Nella rivolta del 1516, il territorio agrigentino fu teatro di un significativo riposizionamento delle forze in campo. Il conte di Caltabellotta, Gian Vincenzo de Luna, nominato presidente del Regno nel luglio 1516 in sostituzione dei marchesi di Geraci e di Licodia, rappresentò l’elemento di continuità con la politica del viceré Moncada. Questa nomina evidenzia come il territorio agrigentino fosse un centro nevralgico negli equilibri di potere dell’isola.

La posizione strategica di Agrigento, con il suo caricatore (porto commerciale) e la sua produzione cerealicola, la rendeva particolarmente sensibile alle questioni annonarie e fiscali che furono tra le principali cause di malcontento popolare. Le politiche fiscali adottate dalla corona, in particolare l’imposizione di nuove gabelle e il “nuovo imposto sul grano”, colpirono duramente l’economia locale basata principalmente sulla produzione e l’esportazione di frumento.

L’impatto dell’Inquisizione nel territorio agrigentino

Un elemento di particolare tensione fu l’introduzione dell’Inquisizione spagnola, che nel territorio agrigentino ebbe un impatto significativo anche per la presenza di comunità di conversos (ebrei convertiti al cristianesimo). La storiografia ha evidenziato come in Sicilia, e anche nell’agrigentino, molti ebrei convertiti assunsero i cognomi di importanti famiglie nobiliari locali, inclusi i Ventimiglia, i Moncada e gli Abbatellis, a dimostrazione di un rapporto di patronato che rifletteva posizioni ambivalenti nei confronti dell’istituzione inquisitoriale.

L’avversione verso l’Inquisizione rappresentò un elemento unificante delle diverse istanze di malcontento, tanto che durante i tumulti del 1516 l’inquisitore Cervera, considerato “l’ombra cupa del Moncada”, fu costretto alla fuga, i prigionieri delle carceri inquisitoriali furono liberati e l’attività del tribunale venne sospesa prudentemente per alcuni anni, con l’eccezione di Messina e del suo territorio.

Il ruolo dei centri minori dell’agrigentino nelle rivolte

Particolare attenzione merita il ruolo dei centri minori dell’agrigentino nelle dinamiche di rivolta. Come evidenziato dagli studi di Marrone su Bivona (feudo di Gian Vincenzo de Luna) e di Zaffuto Rovello su Caltanissetta (feudo di Antonio Moncada), le lotte nella capitale offrirono l’occasione ai gruppi esclusi dal controllo delle cariche amministrative locali di rimescolare le carte e alle diverse fazioni antagoniste di riaccendere la competizione.

In questi centri, le rivendicazioni non riguardavano tanto questioni costituzionali o identitarie, quanto il controllo del governo cittadino, dell’imposizione fiscale e dei flussi finanziari. Le università dell’agrigentino, come quelle del resto dell’isola, erano principalmente interessate alla gestione delle risorse locali più che alle “antiche libertà” o alle questioni della corona.

L’evoluzione del quadro politico dopo le rivolte

Dopo la repressione delle congiure nei primi anni ’20 del Cinquecento, il panorama politico subì una trasformazione significativa anche nel territorio agrigentino. Carlo V, eliminata sul piano fisico e finanziario qualsiasi sacca di resistenza grazie alla dura repressione, poté dedicarsi alla costruzione di un nuovo quadro politico in cui la feudalità trovò un suo spazio all’interno del sistema monarchico e non contro di esso.

Il moto palermitano del 1560, capeggiato dal notaio Tarsino, rimase un episodio isolato e circoscritto alla capitale, senza provocare echi nel territorio agrigentino, a dimostrazione del mutato clima politico. La feudalità locale, diversamente da quanto accaduto nella prima metà del secolo, si schierò col governo, segno di un chiaro venir meno delle sue velleità autonomistiche e di un mutato rapporto con la corona.

Conclusioni

L’analisi delle dinamiche politiche e sociali che caratterizzarono il territorio agrigentino nel Cinquecento rivela un quadro complesso in cui le tensioni locali si intrecciarono con i grandi conflitti che attraversarono l’Europa del tempo. La provincia di Agrigento, con la sua peculiare struttura sociale ed economica, rappresentò un importante banco di prova per le politiche di accentramento e controllo adottate dalla monarchia spagnola.

La progressiva integrazione della feudalità locale all’interno del sistema imperiale e il venir meno delle spinte autonomistiche segnarono il passaggio a una nuova fase storica in cui, come efficacemente sintetizzato dallo storico Orazio Cancila, “la Spagna serviva alla Sicilia assai più di quanto la Sicilia non servisse alla Spagna. Non era perciò più tempo di divisioni e di scontri”.

Il territorio agrigentino, con i suoi feudi e le sue università, si adattò a questo nuovo assetto, trovando un proprio equilibrio all’interno dell’ampio sistema imperiale spagnolo che avrebbe caratterizzato la vita politica ed economica dell’isola per i secoli successivi.

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