La vita e l’opera di Andrea Camilleri, dalla formazione teatrale agli influenti romanzi siciliani che rivelano un profondo impegno civile. Scopri più su come il teatro e la letteratura si intrecciano nella sua carriera.
ANDREA CAMILLERI
Nato a Porto Empedocle nel 1925. fa i suoi studi ad Agrigento ed ha tempo di dedicarsi ad attività teatrali con II gruppo “Poker d’Assi”. Poi si trasferisce a Romadove prima frequenta il centro di cinematografia o poi con Orazio Costa l’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico,
Poi va alla RAI dirigendo centinaia di commedie radiofoniche. Per la TV ha diretto opero di Gozzi, Palazzeschi, Calderon de La Barca, Peppino De Filippo, Beckett, Adamov, Pirandello.
Ha messo in scena oltre cento spettacoli teatrali con prevalenza opere di Pirandello e del teatro dell’assurdo. Sue poesie si trovano nell’antologia: I poeti scelti, a cura di Bettelli, Nuovi Poeti, a cura di Fasoli.
Arrivano nel periodo ’75-’76 le famose Interviste Impossibili trasmesse dalla Rai e raccolte in due volumi da Bompiani. Camilleri si incontra con Stesicoro e Federico di Svezia.
Come saggista realizza un volume sui teatri stabili in Italia dal 1898 al 1918. Scrive i seguenti romanzi: Il corso delle cose, Un filo di fumo, La strage dimenticata, La stagione della Caccia, La bolla di componenda.
La forma dell’acqua Il birraio di Preston, Il cane di terracotta, Il gioco della mosca. È stato finalista al “Premio Viareggio”, ha vinto il Premio Vittorini, il “Premio Telamone e il “Premio Pirandello nel cuore.
Ha partecipato a diverse edizioni della Settimana Pirandelliana’’ con le sue opere dirigendo il Piccolo Pirandelliano “ed il “Gruppo L’Officina”.
INTERVISTA
Camilleri e la sua giovinezza tra Porto Empedocle ed Agrigento
Si sognava l’evasione, naturalmente, io sono uno che prende concretamente atto delle cose, prendo atto che prima ero un giovane e ora un uomo anziano, voglio dire che trovo sempre una precisa ragione a quello che capita nella vita.
Provo però una certa rabbia se penso alle condizioni di vita che c’erano in Sicilia, negli anni ‘43 – ‘45. Io sono stato costretto ad andarmene per potere trovare un certo tipo di comunicazione e un ambiente congeniale.
Oggi invece in Sicilia si ci può stare, anzi si deve.
Cosa sognavamo? Ma prima, chi erano i miei amici? Futuri uomini di cultura come Ciccio Burgio, Gaspare Giudice, Dante Bernini. E poi nel dopoguerra, Lauretta, Gaglio…
Devo dire che le nostre speranze di allora mi appaiono oggi saggiamente calibrate a quello che pensavamo sarebbe stato il nostro avvenire
Ecco sognando sognando si facevano le piccole compagnie teatrali. Siamo nell’immediato dopoguerra, e creata una compagnia, un gruppo col nome “Poker d’Assi”, che oggi chiameremmo amatoriale o dilettante. A che servì allora fare un gruppo teatrale?
Non nasce nel dopoguerra, ma prima, verso il ‘41, ai tempi della G.I.L., (Gioventù Italiana del Littorio). Ogni sabato pomeriggio c’era l’adunata e bisognava fare le esercitazioni paramilitari.
A noi non andava e così barattammo col Federale le esercitazioni col lavoro. Il lavoro consisteva nell’organizzare spettacoli e nell’andare ad imparare composizioni nella tipografia dell’avv. Macaluso.
Composizione che imparammo bene, tanto d fare un giornale per le scuole medie superiori, si chiamava “L’asino”, ne uscirono sei numeri che conservo gelosamente.
Redattori erano Ugo La Rosa, Dante Bernini, Gaspare Giudice, io, Luigino Giglia che poi prese la strada della politica.
Con alcuni di questo gruppo cominciammo a fare teatro e nel ‘42 a Firenze, risultammo secondi dopo un gruppo capeggiato da un giovane triestino che si chiamava Strehler.
L’attività continuò anche nel dopoguerra, si aggregò un giovane scenografo, l’architetto Cuffaro, e con Ugo La Rosa facemmo una compagnia che si chiamava “Poker d’assi”, la quale faceva rivista e teatro leggero.
Ma anche a Poto Empedocle c’era una compagnia che recitava commedie di Vittorio Calvino o di Grand Guignol. Qui c’erano Fofò Gaglio, Pepè Fiorentino, Paolo Rizzo… Recitavano nell’immortale teatro Mezzano.
C’è poi la partenza per Roma. Un siciliano di allora trapiantato a Roma che vive queste esperienze nel mondò dell’arte e della cultura, quali impressioni?
Dunque, io avevo scritto una commedia che si chiamava “Giudizio a mezzanotte” e avevo visto che c’era un concorso nazionale a Firenze per giovani autori.
La scrissi, la spedii e vinsi il primo premio.
Feci un viaggio mostruoso, non avevamo i soldi perché io andassi a Firenze e allora mio zio si vendette un quintale di ceci o di fave, non ricordo bene, e con questi soldi potei affrontare la cultura fiorentina e nazionale.
Presidente della giuria era Silvio D’Amico. L’anno dopo D’Amico mi scrisse una lettera: “Caro amico, dopo l’interruzione della guerra vorrei radunare i giovani, ecc.… le mando il bando per il concorso per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica”.
Io che cercavo appunto tutte le occasioni per filare, aiutato dai genitori pur essendo figlio unico, feci il concorso e risultai il primo.
Ebbi la borsa di studio e cosi divenni l’unico allievo regista perchè da due anni non ammettevano nessuno in Accademia.
Docente di regia era Orazio Costa, e quindi avevo questo grande regista tutto per me in un aula enorme e deserta, perché eravamo noi due, tutte le mattine, dalle 8.00 a mezzogiorno, che Dio sulla terra.
È stato il mio maestro, ma sarebbe troppo lungo da spiegare, perché lo considero un maestro, un maestro di una lettura diversa dalla lettura letteraria che io allora facevo, un maestro di teatro, di lettura in senso proprio di teatro.
Ho imparato molto da lui, ma non ho mai condiviso totalmente le sue idee di teatro.
L’idea di teatro come chiesa, io sono un laico, non l’ho mai accettata, per me la chiesa è una cosa, il teatro è tutta un’altra cosa.
Io sono un allievo infedele di Orazio Costa, però va a merito della sua intelligenza, nel momento in cui dovette lasciare l’insegnamento, dopo 30 anni di regia All’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, di avere designato me come suo successore, ed io ho preso il suo posto e l’occupo da 23 anni.
E poi abbiamo la RAI. Come si faceva il lavoro dei radiodrammi come uscì fuori e come riuscivate a creare queste atmosfere?
Ma diciamo che qui il discorso è un pochino complesso.
Io ho fatto 1.300 regie radiofoniche di lavori che continuano a trasmettere, ora stanno ritrasmettendo I tre Moschettieri. Il radiodramma non è la riproduzione della realtà.
I tedeschi avevano fatto un premio radiofonico che era di un sadismo mostruoso.
In questo premio la giuria era composta da ciechi di guerra, cioè di gente che aveva visto la realtà e non la poteva più vedere, quindi allora il radiodramma era la riproduzione stimolante di alcuni effetti sonori della realtà, per potere ricreare una realtà.
Ma non è solo questo il radiodramma, anzi andando avanti nel tempo con l’istituzione di Fonologia e di altre cose…,
io per esempio, ho vinto il “Premio Italia Sperimentale” con un lavoro di Nanni Balestrini, dove vi era una sola voce, di Laura Betti nel caso specifico,
che diventava 25 voci diverse, con un lavoro continuo di alterazioni di frequenze e altre diavolerie. Era una sorta di sinfonia vocale.
Addirittura mi chiesero di andarlo a fare in Ungheria questo stesso tipo di ricerca sonora. Quindi voglio dire, il campo del radiodramma è vastissimo.
È chiaro, quando era una cosa di mistero o di killer o di thriller, mettevi la porta che strideva e avevo ottenuto l’effetto che volevo, ma non c’era solo quello.
La tua impressione in questi armi vissuti in RAI, una RAI che in fondo è uno specchio molto importante della società italiana.
La RAI è lo specchio fedele dell’Italia.
E impressionante come sia speculare alla situazione italiana.
Se voi leggete sui giornali tutto quello che succede alla RAI allargate il campo e andate indietro con la telecamera e scoprite di più il panorama e quindi finite che da Viale Mazzini vi trovate “dalle Alpi al Libeo”, come diceva il poeta.
Io me ne nono andato dalla RAI per me sopravvenuti limiti di età. Avevo 65 anni e 30 di servizio, me ne sono andato contento di andarmene.
Questo è tristissimo, per uno che ha lavorato 30 anni in una Azienda, essere contento di andarsene. E non ci ho più messo piede.
Sono tornato negli studi, ora recentemente, perché chiamato come me stesso, come A. Camilleri, per la riduzione radiofonica de “Il Birraio di Preston”.
Cercherò di essere rapidissimo. Io nel 1957 avevo fatto la regia di un’opera lirica al Donizetti di Bergamo. Tornai a Roma e mia moglie mi disse: “Ha telefonato Lupo”. Io credevo si trattasse di Alberto Lupo.
Telefonai ad Alberto, buon’anima, e mi disse che non aveva chiamato lui, allora che Lupo era non lo so. Due giorni dopo mia moglie mi dice che ha ritelefonato Lupo. –
“Ma per l’amor del cielo fatti dire chi è” – le dissi. Finalmente riuscii a capire che era il direttore del Terzo programma radiofonico, Cesare Lupo, che mi chiamò: “La voglio vedere”.
Andai da lui e mi disse: “Senta, ho la responsabile della prosa teatrale, che era importantissima, di alto livello, che è andata in trattamento di maternità, mi hanno fatto il suo nome come persona in grado di sostituirla, perché lei ha collaborato alla Enciclopedia dello Spettacolo e ha scritto sul teatro.
Sappia una cosa: che chi mette piede qua dentro non esce più”.
Io in quel tempo insegnavo al Centro Sperimentale di cinematografia, insegnavo direzione dell’attore, avevo a che fare con allievi che sarebbero diventati importanti come Marco Cocchio o Liliana Cavani, e non avevo tutto questo tempo da dedicare alla RAI.
Allora mi fece un contratto a mezza giornata.
Sono entrato così, perché il mio nome venne segnalato come persona competente da Orazio Costa e Giulio Pacuvio, altro regista, uno cattolico e uno comunista, venni segnalato come persona adatta per quel posto. Lì ho conosciuto degli altri funzionari della RAI.
Quando questi funzionari sono passati alla seconda rete televisiva, che allora veniva inaugurata, mi portarono con loro. Mario Motta e Fabio Borrelli, il fratello maggiore dell’altro noto Borrelli di Milano.
Così si entrava, così si lavorava.
Cioè a dire, se uno valeva, allora lo prendevano, senza stare a guardare la tessera.
Ho visto, in 30 anni, arrivare il peggio della politicizzazione, il peggio del consociativismo, il peggio della politica, degli imbecilli che invadevano.
Io non sono mai stato dirigente, tre volte mi hanno fatto la proposta, ho sempre rifiutato, ho preferito sempre fare il mio mestiere di regista e ideatore di programmi.
Io non so quando finirà il male della politica, perché la politica è giusto che ci sia, ma il male della politica no, allora forse la RAI può essere rivissuta da qualche generazione futura assai meglio di quanto non l’abbia vissuta io, perché l’ho vissuta nella sua nascita, grandezza e decadenza.
Quanto ha influito la professione con la narrativa?
Io avevo cominciato come poeta. Avevo pubblicato nello “Specchio” di Mondadori con prefazione di Ungaretti in una antologia di giovanissimi e meno giovani.
Avevo 19 anni e mi dissi: “Se io faccio il concorso all’Accademia d’Arte drammatica mi trasferisco a Roma e quindi potrò dedicarmi soltanto alla letteratura”.
Invece il teatro mi contagiò. Già c’era stato questo inizio di contagio.
Il teatro assorbe, se fatto sul serio, non hai altre vie d’uscita, infatti non ho più scritto.
Avevo anche pubblicato due racconti, e quando cercavo di scrivere in prosa mi mancava il respiro, seralmente, riuscivo a scrivere due tre pagine e se interrompevo e poi dovevo riprendere il tono era diverso, non riuscivo a legare, avevo il respiro corto, non ce la facevo, le cose non combaciavano, c’erano degli scalini da pagina a pagina.
L’esperienza teatrale ha fatto sì che io riuscissi a capire che cosa è un personaggio, a vederlo vivo davanti a me e farlo diventare vivo attraverso un attore.
Questa è la prima cosa, cioè capire il tutto tondo di un personaggio e poi tentare naturalmente di restituirlo sulla pagina.
Un altro è il taglio narrativo che mi proviene più dalla televisione e dal cinema, cioè la struttura a sequenze brevi della narrazione.
Devo dire che avevo paura a scrivere un romanzo.
Avevo paura. Il primo romanzo è nato in una situazione brutta per me.
Mio padre moriva nella clinica Gemelli di Roma e io negli ultimi tre mesi non mi sono mosso la notte dalla sua stanza. Non riuscivo a dormire e ho cominciato a ricordarmi delle cose sue e il modo di parlare misto di dialetto e lingua che noi avevamo nella nostra casa abitualmente.
E così è nato “Il corso delle cose”.
Qualcuno lo ha definito, e più di qualcuno, uno stile. C’è chi parla e lo fa in maniera molto chiara, la casa editrice Sellerio, di gialli veri e propri, gialli della memoria. Altri parlano invece di romanzi di evasione.
Ma l’autore che ne pensa, qual è la Sua indicazione sulle cose che scrive?
Chi dice che io sono uno scrittore di evasione, sbaglia. Io non ho nulla in contrario all’evasione, sono un mangiatore di libri così detti di evasione, sia chiaro.
Ma sbagliano perché credo che i miei libri non lascino un sapore di allegria dopo che uno ha finito di leggerli.
Quello che per i vini si chiama il retrogusto, non credo che il retrogusto dei miei libri sia dolce.
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’ironia o anche dalla risata che viene fuori da alcune situazioni, c’è modo e modo di raccontare le situazioni tragiche o drammatiche.
Si possono raccontare sorridendoci sopra, ciò non toglie che le situazioni restino drammatiche.
Quindi non credo di essere né uno scrittore impegnato, né uno scrittore d’evasione.
Mi interessa molto la ricerca della mia comunicazione che èil linguaggio, ognuno si crea il suo proprio linguaggio. Non si può essere narratori usando un linguaggio notarile, a meno che non lo si faccia bella apposta. Questa è la mia lingua.
La mia lingua è quella che io parlavo a casa di mio padre con mia madre, con i miei zìi, metà siciliano metà italiano. Però attenzione, che Vitaliano era una lingua minacciosa.
Quando io facevo discolerie, malacunnutterie, mia madre passava all’italiano, ed era la cosa preoccupante, perché diceva: “Andrea”, – finivo di essere Nenè, “Andrea attento, le prendi!”.
Quando si parlava in italiano la situazione era ad alto rischio. Quindi per me l’italiano è una lingua ad alto rischio.
Ognuno ne tragga le conseguenze che vuole.
Il linguaggio, l’argomento della narrazione, questo legame forte, intenso con la terra, un legame che più si è lontani più diventa forte?
Il legante è sempre stato forte. Inutile stare a ripetere cose banali, le radici sono le radici. E più invecchi, più passano gli anni e ti rendi conto che la verità sta in quelle radici e che il resto è sovrastruttura, superfetazione.
Allora ti accorgi che queste radici l’hai trascurate e vai a vedere disperatamente quali sono, quali sono morte, quali sono ancora da salvare, tutto qua.
La scrttura, credo per chiunque, non occorre essere Proust, è solo uno spaventoso esercizio della memoria, che noi perdiamo e proviamo.
Siamo l’unico animale al mondo che incespica due volte sullo stesso sasso, mentre altri animali una volta che ci sono incespicati su quel sasso non incespicano più.
Noi incespichiamo perché c’è questa intermittenza della memoria che è propria della poesia, della scrittura e del creare.
Il rapporto tra Camilleri e il mondo letterario italiano e il rapporto tra Camilleri e Pirandello.
Il rapporto tra Camilleri, che sarei io, e…
È bello ogni tanto parlare in terza persona, abituato con gli attori che parlano spesso di sé. Una volta stavo facendo una trasmissione che si chiamava “Tutto di Turi Ferro”. Una trasmissione televisiva che poi fu fatta vedere anche qui.
Turi Ferro non era contento dei testi che scriveva Ghigo De Chiara e che lui doveva ripetere e allora mi fece chiamare. Lo raggiunsi in camerino. Mi disse: “Senti, fratello mio, tu devi capire che il Signor Ferro non è abituato…”.
Finalmente presi il coraggio a due mani e ho cominciato a mettere in scena Pirandello, anche troppo, perché ho fatto poi 45 regie di Pirandello, tra teatro, televisione e radio. Che cosa è Pirandello? Pirandello è noi.
Nel “Gioco della mosca” io ricordo che avevo, non posso dire una vecchia cameriera perché era tutto, mi aveva visto nascere, crescere, si chiamava Gna Ciccina e aveva una figlia.
Questa figlia si maritò e suo marito ammazzò uno e andò a finire in galera. Quando il marito uscì di galera seppe che la moglie si era data un poco da fare.
Tutti si aspettavano il delitto di onore e invece non avvenne.
Lui divenne l’amante della moglie e quando io gli dissi: “Ma insomma…”, lui mi disse: “Iu da finestra trasu’”.
Ed entrava dalla finestra, andava a trovare la moglie ed entrava dalla finestra.
Mi diceva: “Vautri, chiddi cchiu granni di tia trasinu da porta e sunnu mariti, iu l’amanti”. Se lo andavamo a raccontare a Pirandello ci avrebbe scritto una novella.
Quando dico che il sofisma, lo spaccare il capello in quattro, un certo senso di sé, un certo volere apparire in un certo modo, dico che il succo di Pirandello siamo noi.
In un convegno su Pirandello a Cuneo, mi sono morto dalle risate quando un Professore tentava di interpretare i nomi della Nuova colonia che sono, che so, Burrania, Bacchi Bacchi, e tentava una spiegazione esoterica.
Beh, lasciamo perdere. Io a Pirandello devo tutto, devo anche il gusto della scrittura, devo il coraggio di scrivere in questo modo.
Perché Pirandello ha detto quando un siciliano e un fiorentino si incontrano decidono una comune lingua, l’italiano, ma in realtà, uno pensa in fiorentino e l’altro pensa in siciliano”.
Ma io mi sono posto la domanda e quando parlo con me stesso? Io ho scritto come se parlassi con me stesso.
Che significato ha per Andrea Camilleri una frase che spesso ricorre in campo letterario “impegno civile”.
Enzo ha posto la domanda nei termini giusti, cioè a dire ha parlato di impegno civile che è assai diverso dall’engagement e altre cose come si pensava negli anni del dopo guerra.
L’impegno civile a mio avviso non è un impegno politico, ma un aprire le nostre responsabilità verso gli altri.
Che cos’è questa responsabilità verso gli altri? Secondo me la risposta è valida nella sua semplicità. Fare bene il proprio mestiere, non ingannare nessuno, (sembra un decalogo), non rubare, non rubare la fiducia degli altri, meritarla.
E sopra tutto, quando devi dire come la pensi, non tirarti indietro, dilla.
Leonardo non ha fatto altro che questo, che dire con pacatezza, con l’esercizio della ragione e non della passione quello che pensava su certi fatti.
È una grandissima lezione perché c’è anche dentro la tolleranza, cioè la tolleranza del fatto che tu la possa pensare esattamente al contrario di come la sto pensando io. Vale a dire la più grande lezione dell’illuminismo
Allora io scrivo come ritengo che debba scrivere.
Non credo di sapere fare diversamente. Il mio impegno attraverso i miei libri è di dimostrare una realtà della Sicilia che non sempre si arresta, come avviene dinanzi alle codificazioni facili.
Noi abbiano II Birraio di Preston che è autentico, io non me le invento le cose, di tutti i libri che ho scritto non mi sono inventato un rigo, io ho sempre colorito o colorato una situazione.
Vi hanno letto l’inizio, bene, de La stagione della caccia. Come nasce?
Io mi sono divorato l’inchiesta non la Franchetti – Sonnino, ma quella precedente, ministeriale, del 1875, sulle condizioni socio-economiche della Sicilia.
Me la sono studiata proprio domanda e risposta, domanda e risposta. Almeno quattro libri sono nati da quell’inchiesta. La stagione della caccia nasce da due battute.
Il senatore Cusa, presidente della commissione, domanda ad un sindaco di un piccolo paese della provincia di Caltanissetta (1875): “Signor sindaco, recentemente nel suo paese ci sono stati fatti di sangue?”.
E il sindaco risponde: “No, fatta eccezione per un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone”.
Se non si è siciliani, non si può capire la risposta del sindaco, ma è bastata questa battuta a farmi nascere l’idea del libro.
Nel libro è un prefetto (e bisognerà farlo poi il consuntivo dei bei prefetti che lo stato unitario ci mandò da queste parti. Cominciò Luigi Pirandello nei I vecchi e i giovani a farlo un pochino) che impose un’opera lirica Il Birraio di Preston.
Finì a schifio a Caltanissetta per l’inaugurazione del teatro.
Non me la invento la realtà, la modifico come ognuno deve ed è libero di fare ma queste cose sono tutte cose assolutamente successe.
Il mondo dello zolfo coinvolge Pirandello, Sciascia ed altri autori locali (per tutti Alessio Di Giovanni); anche Camilleri con Un filo di Fumo ne avverte il fascino?
Ma nello zolfo in un modo o nell’altro ci siamo vissuti. Io ho a Porto Empedocle un documento che ho fatto vedere a Nino Borsellino e ad altri cultori Pirandelliani. È un abbasso di zolfi, cioè a dire lo zolfo della miniera veniva mandato ai magazzinieri.
Questi lo custodivano e lo commerciavano in conto terzi. Di questo zolfo poi se ne prelevava una certa quantità di cantara e chi prelevava firmava.
Io ho un abbasso di zolfi ma ne ho più di uno, ne ho una decina. In essi Portolano (si chiamava Portolano e non Portulano come scrivono nelle biografie) cioè a dire il padre della moglie di Pirandello è il magazziniere, da questo preleva Stefano Pirandello padre di Luigi, ma ancora il matrimonio dei figli non è in vista, da questo preleva anche Vincenzo Fragapane cioè mio nonno materno, da questo preleva pure Giuseppe Camilleri, cioè mio nonno paterno. In un unico foglio di carta ci sono due matrimoni di zolfo.
Ora i matrimoni certe volte riuscivano bene, certe volte riuscivano appunto di zolfo.
Il mondo dello zolfo era spietato. Il solo lavoro degli spalloni portuali, d’estate, con le ceste di vimini o di saggina o di quello che erano, con l’acqua fino alla cintola, il sudore, l’acqua ecc… lo ha descritto Pirandello assai meglio di me.
Io non mi sono rifatto a Pirandello, mi sono rifatto al Sindaco del mio paese, il Prof. Marullo di Porto Empedocle che sulla ferocia dello zolfo ha scritto pagine bellissime, poetiche, disperate, alle quali io mi sono immediatamente agganciato.
Perché poi non c’era solo il mondo di quelli che lavoravano nello zolfo, c’era il mondo di quelli che si rovinavano con lo zolfo.
Con le miniere che si allagavano, con il consorzio straniero che mise proprio in camicia tutti quelli che erano i nostri produttori di zolfo.
Quando mio nonno realizzò a Porto Empedocle la prima raffineria di zolfo, il governo italiano, su pressione dei deputati catanesi abbassò il costo del trasporto ferroviario tra Caltanissetta e Catania.
Veniva insomma a costare di più portarlo da Caltanissetta a Porto Empedocle che portarlo a Catania. Ci fu una sollevazione popolare mostruosa, incendi, devastazioni. Passata presto nel dimenticatoio.
Camilleri scrive La strage dimenticata sull’eccidio di 114 detenuti nella Torre Carlo V di Porto Empedocle. Non solo lo colpisce la morte, ma il silenzio sulle morti. Oggi ci sono ancora le stragi della memoria?
Perché appunto avviene la strage della memoria. Avviene una strage come quella della Torre di Carlo V, dove in una notte si fanno fuori 114 persone.
Certo, per ammazzare 114 persone in una sola notte, oltre che una fatica del diavolo, presumo sia stato determinato da un fatto di necessità. Nessuno uccide 114 persone per niente, può succedere per dare un esempio, o per tenere ferme delle possibilità di rivolta come il caso della Torre di Carlo V che era un carcere borbonico.
Quindi nel ‘48 il comandante del carcere doveva difendersi dagli insorti esterni temendo un’insurrezione all’interno della torre, militarescamente, come pure poi militari agiscono spesso e volentieri, eliminò il problema interno.
A me quello che ha dato fastidio, è che nel mio paese nessuno se ne ricordasse più, perché gli uccisi non erano persone da considerare, erano galeotti.
Infatti quando andai a vedere gli atti di morte, mi agghiacciò leggere: X.Y., nato a Misilmeri il 22 ecc.ecc., professione “servo di pena”. Erano ergastolani, erano
servi di pena. E sapete qual era la cosa più terribile? Che il novantanove per cento di questi ergastolani assassinati, erano lì per delitti contro la proprietà.
Perché non lo facciamo tornare l’ergastolo per i delitti contro la proprietà comune dei cittadini italiani?
fonte Incontri con l’autore, a cura di Stefano Milioto, Agrigento, 1996


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