di Elio Di Bella
Ricorda lo studioso agrigentino Francesco Paolo Diana che prima del 1860 a Girgenti a nessun proprietario veniva il pensiero di fare intonacare, il prospetto della sua casa, di togliere le rugosità o i crepacci dei muri, di costruire un appartamento, un secondo piano. Proprietari, professionisti e impiegati abitavano colle famiglie, anche numerose, in tre o quattro camere. Per molti di esse la stanza di ricevimento era quella da letto.
“La vita dei nostri padri era in generale casalinga e grossolana. Il contadino possidente viveva in una stanza terrana priva di luce e di aria, insieme col mulo o con l’asino e le galline. Anche gli usi e i costumi – scrive il Diana – sono fra noi modificati (dopo il 1860) o cambiati. Il vestire degli uomini era semplice e assai modesto; i nostri progenitori non si piccavano tanto di eleganza e di moda: avevano, in generale, un abito per l’estate e un altro per l’inverno. Anche le classiche operaie vivevano alla carlona.
I contadini portavano giacca corta e stretta, pantalone pure stretto e corto, affibbiato ai due lati dei ginocchi, trattenuto da una sciarpa di cotone di vario colore, e calze a maglia di cotone bianche e scarponi, o con calzone corto e stivali sino al ginocchio. Si coprivano il capo con berretto lungo, a maglia di cotone, bianco, o di filo nero, o di seta nera, con in punta un fiocco di fili dello stesso tessuto, che pendeva sulla spalla, ma col berretto. Anche gli operai vestivano così, escluso il cappello molle”.
Prima del 1860 sarebbe stato uno scandalo vedere per le vie della città donne giovani senza il padre, il marito o il fratello.
“La colazione e il pranzo dei nostri padri erano frugali, di cibi semplici. I dolci, per esempio, “si mangiavano nella festa di natale e negli sponsalizii, manipolati dalle monache dei monasteri”.

