Settembre 1966, Valle dei Templi. Una signora in cappellino conquista il Telamone del tempio di Giove sotto lo sguardo severo di due vigili urbani. Il Gigante, da gentiluomo, non si lamenta
Guardatela bene. È lassù, in cima, dritta come una polena, il cappellino di paglia calcato sulla fronte, l’abito chiaro che il vento di settembre fa appena vibrare. Sotto i suoi sandali, otto metri di divinità sdraiata. Il Telamone del tempio di Giove Olimpico, che per venticinque secoli ha sopportato terremoti, cartaginesi e cavatori di pietra, quel giorno del 1966 sopporta anche lei.
Il Giornale di Sicilia, nella pagina della Cronaca di Agrigento, la pubblica come si pubblicavano allora le curiosità: senza troppe parole, lasciando che sia la fotografia a fare il lavoro. E il lavoro la fotografia lo fa benissimo, perché nell’inquadratura c’è tutto il Novecento agrigentino compresso in un unico scatto.
A sinistra, in piedi sul terreno sassoso, due vigili urbani in divisa bianca d’ordinanza. Berretto, giacca chiara, postura eretta. Uno tiene le mani davanti, l’altro sembra sul punto di dire qualcosa e poi non la dice. Li conosciamo, quegli sguardi: sono gli sguardi di chi ha capito perfettamente che la situazione è irregolare, ma non trova nel regolamento comunale l’articolo che vieta espressamente di salire sopra un dio.
Il Gigante che non si offende
Bisogna dire che il Telamone, in fatto di umiliazioni, aveva già dato.
Nato per reggere la trabeazione del più colossale tempio dorico del mondo greco — quel tempio di Giove che gli agrigentini cominciarono dopo la vittoria di Himera e non finirono mai, come certe ristrutturazioni — il nostro Gigante non ha praticamente mai lavorato. Il cantiere si fermò, arrivarono i Cartaginesi nel 406 a.C., poi i terremoti fecero il resto. E nel Settecento, quando servì pietra buona per il molo di Porto Empedocle, la più grande rovina della Sicilia greca fu trattata come una cava a cielo aperto.
Dopo duemilaquattrocento anni di questo trattamento, una signora in vacanza con le scarpe basse è francamente l’ultimo dei problemi.
Eppure la fotografia conserva intatta la sua comicità, perché il contrasto è perfetto: il corpo del Telamone, ricomposto blocco su blocco, giace come una schiena di pietra, una successione di massi che somigliano alle vertebre di una balena spiaggiata. E su quella schiena, in cima, minuscola e trionfante, la turista. Non sta facendo niente di male. Sta facendo quello che chiunque, in quegli anni, faceva nella Valle: ci saliva sopra.
Una Valle senza biglietto
Perché questo, oggi, è il dettaglio più esotico di tutti. Nel 1966 non esistevano il Parco Archeologico, i tornelli, i percorsi delimitati, i cartelli trilingui, il riconoscimento UNESCO. La Valle dei Templi era una campagna con dentro dei templi. Ci pascolavano le capre, ci si entrava dai varchi nei muretti a secco, i mandorli arrivavano fino alle colonne e le comitive si sistemavano all’ombra dei ruderi con la borsa frigo.
La sorveglianza, quel giorno, consisteva in due vigili urbani con un’espressione contrariata.
Ed è qui che la fotografia diventa, suo malgrado, un documento serio. Perché quello scatto non racconta una turista maleducata: racconta un’idea di patrimonio che stava per finire e non lo sapeva ancora. L’idea per cui i templi erano roba nostra, di casa, familiare al punto da poterci mettere i piedi sopra senza pensarci. Un’intimità bellissima e disastrosa insieme.
E intanto, due mesi prima
C’è poi una coincidenza che al lettore di oggi fa un certo effetto.
Settembre 1966. Erano passate poche settimane dal 19 luglio, il giorno in cui la frana aveva squarciato Agrigento, sventrato interi quartieri, portato la città sulle prime pagine di tutta Italia e aperto la stagione delle inchieste sul “sacco di Agrigento“. Mentre i tecnici ministeriali contavano i piani abusivi cresciuti sul costone, mentre la città si interrogava sul cemento e sul dissesto, la Cronaca cittadina trovava lo spazio per una signora salita su un Telamone.
Non è ipocrisia: è il modo in cui funzionano i giornali, allora come oggi. Accanto alla tragedia serve sempre una vignetta. E forse, in quel settembre difficile, vedere il Gigante fare da piedistallo a una turista spensierata fu un piccolo sollievo. Almeno lui era ancora al suo posto. Sdraiato, certo. Ma al suo posto da duemilaquattrocento anni, il che a Agrigento, nel 1966, era un record notevole di stabilità.
Epilogo
Non sappiamo come sia finita. Non sappiamo se i due vigili abbiano alzato la voce, se la signora sia scesa con dignità o se abbia finto, con quel talento tutto turistico, di non capire la lingua.
Sappiamo solo che oggi quella scalata durerebbe undici secondi, finirebbe in un video verticale con centomila visualizzazioni, produrrebbe un comunicato stampa del Parco, una sanzione e almeno due giorni di dibattito sul rispetto dei beni culturali.
Allora produsse una fotografia in bianco e nero, un po’ mossa, un po’ sgranata, e una didascalia sorridente nella pagina di Cronaca.
Il Gigante, che di crolli e di cattive compagnie se ne intende, non ha commentato.


Una domenica sotto il tempio in gita con una berlina scura