• Menu
  • Skip to right header navigation
  • Passa al contenuto principale
  • Passa al piè di pagina

Before Header

Agrigento Ieri e Oggi

Una Storia che continua a parlare.

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello
san leone
san leone

San Leone anni ’50: il Lido Akragas tra dune e ombrelloni

5 Agosto 2026 //  by Elio Di Bella

Una cartolina degli anni Cinquanta racconta il Lido Akragas di San Leone: dune, cabine di canne, costumi pudichi e il vigile in bianco. Ieri e oggi.

Il cavalluccio marino che dava il benvenuto al mare

C’è un dettaglio, in questa cartolina, che vale da solo l’intero racconto. Al centro della spiaggia, piantata sulla sabbia come una piccola divinità domestica, si intravede la sagoma di un cavalluccio marino: un’insegna dipinta, forse in muratura leggera o in legno sagomato, che segnava l’ingresso allo stabilimento. Non un cartello, non una scritta: un simbolo. Perché il mare, in quegli anni, non si vendeva ancora a metro quadro. Si annunciava.

Sotto la scritta in basso si legge “Agrigento – Lido Akragas”. Ed è già tutto un programma agrigentino: per battezzare l’invenzione più moderna della città — la spiaggia attrezzata, il tempo libero, la villeggiatura a otto chilometri da casa — si va a ripescare il nome greco, quello di Pindaro e di Empedocle. La modernità arriva a San Leone travestita da antichità. Da noi succede sempre così.

La sabbia, prima del cemento

Guardate lo sfondo, e guardatelo bene, perché è la parte della fotografia che oggi non esiste più. Alle spalle delle cabine si alzano le dune: gobbe chiare di sabbia, arbusti bassi, il profilo morbido di un paesaggio che scivolava senza interruzioni dal mare all’entroterra. Sulla sinistra, lontanissime, le colline. In mezzo, il nulla. Nessun palazzo, nessuna via, nessun lungomare. Solo sabbia, luce e vento.

Chi oggi scende al Viale delle Dune, o parcheggia in seconda fila dietro il porticciolo, fatica a credere che questa fosse la stessa striscia di costa. La San Leone degli anni Cinquanta era una periferia marina dove la città arrivava d’estate, quasi in trasferta: si scendeva dalla collina passando accanto ai templi, e il mare era una destinazione, non un quartiere. La speculazione edilizia — che avrebbe ridisegnato tutto tra gli anni Sessanta e Settanta — è ancora di là da venire. In questo scatto le dune sono vive.

L’ombrellone come status symbol

In primo piano domina un grande ombrellone a spicchi, a righe alternate chiare e scure, montato su un palo robusto piantato nella sabbia. Sotto, due sedie a sdraio in legno e tela rigata, di quelle pesanti, con lo schienale a tacche che si regolava a mano e che, immancabilmente, prendeva le dita.

Ed è qui la chiave sociologica dell’immagine: l’ombrellone è quasi solo. Non c’è la selva ordinata di file numerate che conosciamo oggi. C’è un ombrellone, e poi decine di metri di sabbia libera. Chi sta all’ombra ha pagato per starci; tutti gli altri stanno seduti direttamente sulla rena, all’aperto, come si vede nel gruppetto al centro dello scatto — persone accovacciate a terra, gambe incrociate, senza teli, senza lettini, senza attrezzatura. L’ombra, negli anni Cinquanta, era un piccolo lusso. La tintarella non era ancora un obbligo sociale: era una conquista appena cominciata.

Cabine di legno e stuoie di canne

Sulla destra si allinea il cuore economico del lido: le cabine. Casette basse in legno, tetti a doppio spiovente, e soprattutto i paraventi in canne intrecciate — il “canniccio” — che delimitavano corridoi, docce e spogliatoi. Materiali poveri, locali, stagionali: a fine estate si smontava quasi tutto, e la spiaggia tornava spiaggia.

Si nota anche una tenda a strisce verticali, tirata come una vela per fare ombra, e più in fondo altre strutture leggere, forse il chiosco delle bibite. Le cabine si affittavano per la stagione ed erano una piccola istituzione familiare: dentro ci si cambiava, si custodivano le borse, si lasciavano gli asciugamani ad asciugare. Erano la casa al mare di chi non aveva la casa al mare.

Il vigile in bianco: l’occhio della decenza

E poi c’è lui, in basso a destra, in piedi accanto alle cabine, con la mano sul fianco e la posa di chi controlla senza doversi giustificare: un uomo in divisa estiva bianca e casco coloniale, quasi certamente un vigile urbano di guardia allo stabilimento. Più al centro, tra la gente, si distingue una seconda figura in divisa scura.

La loro presenza non era un dettaglio scenografico. Nell’Italia dei primi anni Cinquanta il costume da bagno era materia di ordinanza comunale: si vigilava sulla pubblica decenza, sulla lunghezza dei due pezzi, sul divieto di attraversare la strada in costume, sul comportamento delle coppie. Il vigile al mare era insieme sorvegliante, arbitro e — nei fatti — censore. Che oggi ci fa sorridere; ma dice benissimo quanto la spiaggia fosse, allora, uno spazio ancora da negoziare moralmente.

I costumi, il pudore, la spensieratezza

I bagnanti lo confermano. Nel gruppo al centro si vedono donne in abito, non in costume: vestiti chiari al ginocchio, borsette, qualcuna con il cappello. Sulla spiaggia si andava anche vestiti, e il costume si indossava solo per il bagno. Chi è in costume porta modelli interi o due pezzi a vita altissima, ampi, castigati; gli uomini, calzoncini larghi con cintura.

Eppure — ed è la magia di questa immagine — la spensieratezza c’è tutta. Si vede nella posa abbandonata di chi legge sotto l’ombrellone, nei bambini seduti a giocare con la sabbia, in quel gruppetto fermo a chiacchierare in piedi in mezzo al sole, senza fretta, come se il pomeriggio non dovesse finire mai. Nessuno guarda l’obiettivo. Nessuno si mette in posa. È esattamente il contrario di una spiaggia del 2026, dove metà dei presenti sta inquadrando qualcosa.

Ieri e oggi

Oggi San Leone d’estate è musica fino all’alba, chioschi, lounge bar, ombrelloni a perdita d’occhio, traffico sul lungomare Falcone e Borsellino, e il mare che si guarda spesso attraverso uno schermo. Ottant’anni fa era questo: sabbia, canne, un cavalluccio marino dipinto e un vigile col casco bianco a ricordare a tutti come ci si comporta.

Non è nostalgia. È misura. Guardare questa fotografia serve a capire quanto in fretta una città può cambiare la propria faccia — e quanto di quel paesaggio, le dune sopra tutto, abbiamo lasciato per strada senza accorgercene.

E voi, questa San Leone l’avete conosciuta? Raccontatecelo nei commenti su facebook: chi aveva la cabina, chi ricorda il Lido Akragas, chi ha ancora le foto in bianco e nero nel cassetto.

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: san leone

Post precedente: «via Atenea Borghesi, carretti e botteghe: un viaggio nella Girgenti di una volta
Post successivo: Ricordi di Naro. San Calogero, il santo nell’ombra naro festa di san calogero»

Footer

Copyright

I contenuti presenti sul sito agrigentoierieoggi.it, dei quali il Prof. Elio di Bella è autore, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all’autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001.

Privacy

Questo blog rispetta la normativa vigente in fatto di Privacy e Cookie . Tutta la docvumentazione e i modi di raccolta e sicurezza possono essere visionati nella nostra Privacy Policy

Privacy Policy     Cookie Policy

Copyright © 2026 Agrigento Ieri e Oggi · Creato da Webbando.net