
Elisabeth Bisland (1861-1929) era una giornalista e scrittrice americana, collaboratrice del mensile statunitense Cosmopolitan, ad Agrigento arriva nel 1908 con l’amica Anne Hoyt in treno.
Lungo il viaggio avvicinandosi alla Città del Templi ammirarono innanzitutto “l’ incerto, desolato paesaggio di picchi nudi e grinzosi, grigi mucchi di ceneri e odori sulfurei “ della miniere di zolfo del circondario.
Trovarono alloggio nell’ Hotel des Temples nella Valle dei templi e al risveglio rimasero incantate dal paesaggio che poterono ammirare dalla camera: «Tutto esplode di primavera e siamo davvero in campagna – esclamarono – la campagna dell’arcadia con alberi e grandi templi dorati che spuntano dietro gli alberi e poi il mare e le colline, e d’attorno solo dolci prati e orti».
Videro «vaporose piantagioni di mandorli con foglie tenerissime, canuti uliveti, l’argento e bianco dei campi di fagioli in fiore agitati dal vento, lo smeraldo del grano in erba, prati di lupini cremisi che arrivano fino al mare color pavone lucente verso un ampio orizzonte, morbide montagne non troppo alte; vecchi pini neri contro l’azzurro del cielo, bruni muri di conventi e campanili emergenti dal verde scuro degli aranci e dei pini; e sopra tutta questa dolcezza arcadica di prati e piantagioni, le fulve colonne dei Templi!»

La vista del tempio della Concordia è così descritta nel loro diario: “Nel sole della mattinata di primavera — il vecchio mondo si rinnovava in freschezza di fiori tutt’attorno – fra canti di uccelli nell’aria e petali di alberi da frutto contro lo scintillare del cielo e del mare, e il nuovo verde del seno della terra si ergeva la mole color zafferano della Concordia, santuario di pace vecchio di venti secoli.” E di seguito ammirarono gli altri templi vicini: “La “casa di Zeus” con le sue immani colonne era alta quasi tre volte più della Concordia; aveva un perimetro di trecento e settantadue piedi contro i centotrentotto della Concordia e una volta deve avere guardato altezzoso il suo piccolo vicino. Ercole, con le sue meraviglie di sculture e di pittura, Giunone con la terrazza ricca di statue, l’altare esterno ed il famoso simulacro scolpito da Zeusi, per la cui composita bellezza fecero da modelle le cinque ragazze più belle della città. Esso era probabilmente superiore alla semplice Concordia. E se non risulta che questa abbia contenuto venerati tesori di bellezza, essa sola è sopravvissuta intera alle tempeste delle guerre e della natura, come la sua distillata aria di senilità l’avesse protetta dal Tempo”.
Non mancarono di raggiungere la Rupe Atenea “A nord ci sono campi e orti punteggiati di casette ed una chiesa fino alla cima della rupe Athena, dove, con la sua nota passione per la visibilità, Athena stava di guardia nel suo tempio che oggi, come è accaduto a molti potenti, è caduto in nulla.
Quanto adorabili debbono essere sembrati al Greco gli allegri Dei del Sole e dell’Abbondanza da qui! Come buono il mondo disteso in tutta la sua amenità; la collina coronata della cittadella che proteggeva la sua ricca città, il mare lucente che trasportava le sue mercanzie; le montagne della casa della generosa Madre Terra attorno alle piantagioni e ai prati da lei così fruttuosamente benedetti, e i trionfi della sua manualità nei templi e nei meravigliosi edifici di questa splendida Akragas, “la magnifica fra le città mortali”, come riconoscevano perfino i poeti di Grecia”.
Il giovanissimo Fortunato, loro guida condusse le americane “davanti al cancello dello strano vecchio giardino Panitteri, e si trovarono invece sotto la chiesa di San Nicola dalle crepe delle cui mura erompevano garofanini rosa e mignonette selvatiche, docilmente salirono su una grande terrazza di pietra ornata di statue sbriciolantisi e di intavolature corinzie. Docilmente esaminarono i grandi bagni e si deliziarono dello splendido panorama di mare, piano e collina, con la Concordia dorata al suo meglio fra due pini giganteschi”.
Grande l’impressione dinanzi al Gigante del tempio di Giove: “Oggi l’ultimo giace al centro della rovina ed è forse la più impressionante figura foggiata da mano di uomo, tanto sembra — sfocata, vaga, tremenda — lo sforzo di rappresentare in pietra l’intera razza umana e la vera struttura del mondo. Le spalle ed il petto sono come una catena montuosa dalla quale scendono come fiumi impetuosi verso il piano dei fianchi e delle cosce i muscoli possenti. Grossi riccioli si affollano sulla fronte corrugata, come una foresta sul bordo di un precipizio da sotto il quale guardano gli occhi cavernosi. Una forma primordiale coperta di licheni che la corrodono, sfigurata dal tempo fino al essere appena una adombrazione — pure se così vasta — della forma umana”.
E giungendo ne centro storico le due signore “assaporavano lentamente gli infiniti fascini di Girgenti”. Ammirarono soprattutto la Cattedrale e il sarcofago di Fedra. Ma si spingono anche più in alto fino a visitare la Chiesa di San Biagio nella Rupe Atenea, che a loro pare : “Una piega della crosta terrestre —era prima — aveva spinto sù questa massa di arenaria ora coperta di cacti, timo e viti. Essa era una delle difese naturali di Akragas e dietro le sue altezze inarrivabili, l’imbelle città aveva potuto pacificamente accumulare ricchezze e lussi”.
Nell’ultima sera prima della partenza (il soggiornò durò dieci giorni) tornando in albergo: “Udivano scalpicciare verso le masserie asini carichi di rossi fasci di lupini odorosi, carri dipinti passavano carichi di olio o di vino e grida e riso e canti arrivavano attutiti mentre la sera si faceva grigia”.
“Pensa che ci hanno detto che non c’era niente per cui fermarsi, ad Agrigento! É il migliore fra tutti i luoghi trovati finora in Sicilia”, leggiamo nel magnifico diario di viaggio.
Vedi: Due americane in Sicilia : 1909 / Elizabeth Bisland, Anne Hoyt ; traduzione di Alessandra Lavagnino ; prefazione di Francesca Gringeri Pantano
Pubblicazione Siracusa : Romeo, 2004
Pubblicato per la prima volta nel 1909 a New York col titolo Seekers in Sicily. Il libro guida nella Sicilia degli inizi del secolo scorso, da Messina, alla vigilia del terremoto del 1908, a Taormina, Siracusa e Palermo.



Il Viaggio ad Agrigento di Violet Le Duc nel 1837