Il prossimo 23 giugno (2017) ricorrerà il 390° anniversario da quando nel lontano 1627 dello stesso giorno, il re Filippo IV concesse, al barone Gaspare Beilacera, il privilegio dello “Jus Populandi” per Comitini
L’emissione di tale importante provvedimento costituisce l’atto con il quale viene ufficialmente riconosciuta 1’esistenza del Comune feudale ed è quindi da considerare come data di nascita del Comune stesso.
Non si deve trascurare, però, che al di la del formale riconoscimento burocratico, un aggregato urbano primigenio, sia pure di modeste dimensioni, a Comitini era presente sin dal XVI secolo.
Di ciò si hanno notizie sicure perché storici di rilievo ne parlane e perché è anche certa, dal punto di vista religioso, 1’esistenza di una confraternita.
Si trattava, ovviamente, di modeste casupole abitate da contadini, addossate l’una all’altra, costruite nella via oggi dedicata a Mazzini, ma che la consuetudine popolare l’ha sempre denominata “vaneddra issarci” a significare che un tempo vi dimoravano gli artigiani dediti alla disidratazione del gesso che in loco veniva utilizzato come malta per la costruzione delle case.
Gli interessi che spingevano i feudatari a richiedere la licenza di popolare i loro possedimenti, non erano ispirati, come è facile immaginare, a sentimenti filantropici, ma tutto era finalizzato a trarre dal feudo maggiori profitti economici nonché per l’acquisizione di maggiore prestigio e prerogative.
Il parlamento siciliano infatti, come si sa, a quel tempo era formato da tre camere (o braccia).
Il braccio demaniale costituito dai rappresentanti delle città demaniali soggetti soltanto al rispetto delle leggi dello Stato; il braccio ecclesiastico, rappresentato dai prelati nell’interesse della Chiesa ed il braccio militare rappresentato dai baroni in quanto tali, i quali erano tenuti, fra l’altro, ad assicurare, in caso di guerra, un numero di cavalli armati commisurato all’importanza del feudo che gestivano.
Nel periodo in cui venne concesso lo Jus Populandi per Comitini, le innovate disposizioni rege stabilivano che chi possedeva un feudo popolato, anche come parlamentare, godeva di diversa importanza e maggiore dignità di chi, viceversa, amministrava un feudo non popolato.
Da qui la rincorsa di molti baroni (anche il nostro) alla fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, a richiedere la licenza di popolare.
Come è ovvio immaginare, di questi provvedimenti i benefici maggiori li godeva il feudatario il quale, pur di fronte ai doveri che nascevano verso l’autorità regia, in loro favore si annoveravano nuovi altri diversi cospicui vantaggi.
Essi amministravano la giustizia civile e penale; imponevano i balzelli alla popolazione residente; nominavano i rappresentanti amministrativi; gli ufficiali militari; i giurati adibiti a fare osservare le consuetudini e i privilegi baronali; gli incaricati alla riscossione delle imposte, ecc.
Altro diritto di rilevante importanza era costituito dal fare “commoranza” cioè la possibilità di disporre l’immigrazione di popolazione da altri centri per l’inurbamento del nascente Comune (Universitas).
Bisogna dire al riguardo che il barone incontrò serie difficoltà per
invogliare le persone a trasferirsi a Comitini da altri luoghi.
Le ragioni di tali impedimenti sono diverse, ma il più evidente sarebbe spiegato dal fatto che il paese veniva a sorgere a ridosso del palazzo baronale il quale era ubicato in zona molto decentrata rispetto alla vastità del latifondo.
Ciò ha determinato che varie contrade del territorio feudale, trovandosi a notevole distanza dal luogo di residenza, veniva più agevole farle coltivare a contadini di altri centri vicinori i quali, per ragioni logistiche, preferivano non trasferirsi a Comitini.
Questo fatto, contrariamente alle finalità che ci si prefiggeva di raggiungere con lo Jus Populandi, mirante appunto a popolare il feudo, ha viceversa determinato lo sfruttamento della ricchezza feudale a scapito dell’inurbamento e, conseguentemente, ha condannato Comitini a restare il più piccolo Comune della provincia.
Altra nota degna di menzione è costituita dallo stemma attribuito al Comune, conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, il quale riporta la data del 1793.
Non essendosi rinvenuto, malgrado approfondite ricerche, il provvedimento di assegnazione, è legittimo ipotizzare che i Comitinesi, orgogliosi della loro autonomia, si sono avvalsi della facoltà di corrispondere il prescritto tributo per riscattarsi dalla giurisdizione baronale, preferendo così sottostare alle leggi dello Stato.
Ciò si spiega dal fatto che a tutti i Comuni feudali, lo stemma venne attribuito dopo l’abolizione del feudalesimo nel 1812 divenuti, solo allora, liberi Comuni.
Questo è il racconto che, per gradi linee, si può fare sulla nascita di Comitini, sorto in funzione e al servizio del latifondo, ma deve pur farsi un breve accenno al successivo sviluppo economico scaturito per la diversificazione dell’economia che, agli inizi del secolo scorso, a seguito della scoperta ed il conseguente sfruttamento dei giacimenti di zolfo, si trasformò da agricola a industriale-zolfiera.
L’utilizzo, in grande stile, di tale minerale sovvertì notevolmente sia l’economia che la staticità del parsimonioso sistema di vita del mondo rurale.
Mutarono le condizioni sociali per l’aumentato reddito di lavoro di chi si dedicava all’attività zolfiera e rilevante fu anche il diverso stile costruttivo delle abitazioni della cui sontuosità architettonica se ne ha
testimonianza ancora oggi, a dimostrazione di un florido passato.
Della zolfara da sempre si è parlato descrivendo, a tinte fosche, le afflizioni che i lavoratori, ed in modo particolare i “carusi”, erano soggetti per la pesantezza del lavoro e per la insalubrità dei luoghi in cui erano costretti ad operare. Non bisogna però trascurare che la fatica dello zolfataio veniva compensata da un salario maggiore di qualunque altro mestiere, di per se anch’esso pesante.
Nessuno, o pochi, si sono soffermati sui benefici che l’attività mineraria ha ingenerato nell’ambiente in cui sorgeva.
Mutò, infatti, radicalmente il modo di vivere della popolazione; ogni fine settimana, quando avveniva la giusta (paga del salario), il paese brulicava di persone in allegria pronti a spendere il guadagno appena riscosso.
I negozi erano stracolmi di mercanzia che veniva acquistata dagli operai per fare la necessaria provvista settimanale; le bettole si riempivano di avventori i quali si abbandonavano ai fiumi dell’alcol per dimenticare le tribolazioni del giorno prima e quelle che avrebbero affrontato il giorno successivo.
Con la crisi zolfifera purtroppo, per non parlare di diversi altri fattori di costume non conciliabile col modo di intendere del contadino, l’economia locale è rimasta seriamente sofferente nei più importanti settori vitali produttivi.
Da un lato per il travasamento della manodopera dall’agricoltura che ha fatto perdere la vocazione ad esercitare tale attività poi con la chiusura delle miniere, esaurita la fase dell’emigrazione all’estero, oggi non si sa come utilizzare la manodopera rimasta totalmente inattiva.
Questi sono stati gli alti e bassi dell’esistenza di Comitini sin dalla sua origine.
di Angelo Cutaia


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