le radici delle tradizioni cavalleresche e la ricca storia della Sicilia nelle narrazioni dei Cantastorie
Le Radici delle Tradizioni Cavalleresche in Sicilia
Se v’ è paese nel quale le tradizioni cavalleresche son semprevive e fresche, questo è certamente la Sicilia. Dal modesto artigiano al monello di strada, tutti le conoscono e ripetono:
e dove la fantasia esubera e la passione del maraviglioso prevale alla ragione, è ‘come una vena inesauribile di fatti grandiosi e stupefacenti.
Il Ruolo dei Contastorie nella Cultura Siciliana
Varie sono le loro forme, vari i veicoli pei quali esse giunsero fino a noi e vivono di vita forte é rigogliosa: forme e veicoli, altri molto antichi, altri relativamente moderni;
comunissimi, la pittura, la poesia, il racconto (cuntu) ed il teatro dei burattini o dei Paladini (opera di li pupi).Della pittura, come ho già detto e come potrei ancora dire,
son documento i carretti ed i cartelloni dei teatrini; della poesia, quella Storia di Fioravanti e Rizzieri che si svolge in un poemetto siciliano di novantotto ottave, e parecchie centinaia di versi frammentari, parte provenienti dall’ Orlando Furioso, la cui materia è familiarissima ai popolani siciliani, parte originale:
reliquie di qualche altro poemetto ora disperso o dimenticato.
L’Evoluzione delle Leggende Cavalleresche: Da Brettoni a Carolingie
Di non mediocre importanza è il racconto del contastorie (da distinguersi dal cantastorie), passatempo quotidiano di giovani e di uomini fatti: noi pomeriggi di estate, all aperto, d inverno, in luoghi chiusi.
Nel secolo XVI l’uso era già vecchio, e senza dubbio derivava da secoli anteriori, con la probabile differenza di tradizioni da quelle d’ oggi.
Giacché, panni aver dimostrato in luogo più opportuno (1), che le leggende cavalleresche popolari in Sicilia non furono sempre d’ un ciclo.
Dal cinquecento, e prima ancora, corrono con inalterato, anzi crescente favore le carolingie; ma precedentemente correvano le brettoni, alcune localizzate nel Mongibello.
I due cicli
I due cicli per un certo tempo coesistettero; più tardi si divisero, ed il brettone scomparve del tutto; e nell’ anno di grazia 1912 abbiamo quel che si avea nel 1568, quando il poeta A. Alfano,
precursore in Sicilia di G. Milton nell’ epopea della lotta tra gli angeli buoni e gli angeli cattivi, udiva « per le piazze (di Palermo) ragionare dell’ arme di Orlando e di Rinaldo (sogni e favole di poeti) (2).
Trapani, Catania, Siracusa, (fino al 1908, Messina) hanno i loro contastorie;
Palermo da cinque a sei, fìssi qua e là nei rioni interni ed esterni.
Novellano delle gesta dei Paladini di Francia, di quel che essi fecero, di quel che dissero secondo i Reali di Francia ed i principali poemi cavallereschi, divenuti patrimonio del popolo e fonti di nuove e non mai scritte leggende..
Le narrazioni più celebri
Le narrazioni si legano tra loro come se provenissero da una sola ed unica fonte, e come se,. per esempio, le Prime imprese di Orlando del Dolce, il Mambriano del Bello, L’ Orlando Innamorato del Derni, L’Orlando Furioso dell’Ariosto, il Morgante del Pulci, fossero una storia ininterrotta, divisa solo dal Guerrino e dal Calloandro fedele…
L’Arte del Racconto: Immersione nel Mondo dei Contastorie
Per un anno e mezzo, e per più ancora, il Contastorie, che è quasi sempre analfabeta, narra, senza leggere, le imprese dei suoi amati guerrieri, li prende al primo loro nascere o prodursi nel campo della rinalderia, e li accompagna fino alla loro morte o scomparsa.
Armato d’ un bastone a forma di spada, che vuol essere quella di Rinaldo, presenta un dopo l’ altro i suoi personaggi e li fa parlare come ragion comanda; ne ripete per punti e virgole
i discorsi o i dialoghi; ne declama le aringhe; schiera in ordine di battaglia gli eserciti cristiani ed i turchi, e li conduce agli scontri agitando energicamente le mani e piegando in ogni maniera la persona tutta.
Nel fervor della mischia, un passo dà. avanti, un passo indietro, levando in alto quanto può i pugni chiusi, e stangando e piegando convulsamente le braccia.
Il cantastorie
I suoi occhi si spalancano e schizzano fuoco, le narici si dilatano e la voce si fa concitata e rauca; i piedi pestano incessantemente il suolo, che pel vuoto di sotto rintrona;
alternarsi i movimenti di va e vieni, e fra «mozze parole e tronchi accenti » muore chi ha da morire, fugge chi deve fuggire, cioè i pagani, gli infedeli, i turchi, i mori, come il narratore indistintamente li chiama,
e teste e braccia e scudi ed elmi rotolano attorno ad un mucchio di cadaveri, dove pur giace pietosamente qualche valoroso cavalier cristiano.
Quasi per incanto, tutto torna calmo come se nulla fosse stato, mentre dugento, trecento uditori sono rimasti sorpresi, trepidanti, sull’ esito della pugna piegante ora a favore dei loro cari cavalieri, ora degli odiati figli di Maometto.
Il cunto
Così il cunto, principiato col segno della santa croce, al quale tutti si sono divotamente scoperti e segnati, rappresenta ad un tempo il tesoro della tradizione cavalleresca e l’arte tutta propria del contastorie. Quest’ uomo, che ha solennemente declamato, magistralmente sentenziato,
adesso, nei brevi riposi, senza muoversi dal suo posto, attacca familiare conversazione coi vicini, dà, chiarimenti, scioglie dubbi, armonizza fatti apparentemente contraddittori,
avvia discussioni tra gli intendenti dirime quistioni nelle quali tutti son competenti, ma tutti si rimettono alla sua bravura ed alla sua autorità incontrastata.
Note
(1) Usi e Costumi C. I. V. I.
(2) A. ALFANO, Battaglia celeste di Michele e Lucifero. Palermo, Mayda,
MDLXVIII.
testo di Giuseppe Pitrè


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