San Calogero degli Eremiti è il compatrono di Petralia Sottana, perchè il patrono è il popolare San Giuseppe. Fu dopo il 1860 che il popolo di Petralia cominciò a venerare S. Calogero ed a poco a poco la festa del 18 giugno diventò la più importante e quindi considerata la patronale.
La statua del Santo, posta sul pesantissimo fercolo, reso ancora più pesante dalla presenza dei poveri ammalati, che implorano la guarigione, viene contesa fra i cittadini che la trasportano con vero senso di devozione per le vie stabilite, contenti di soffermarsi per la raccolta delle offerte e di attaccare i diversi biglietti moneta negli svolazzanti e variopinti nastri legati in cima al bastone del Santo.
Lo stendardo dalla lunghissima asta sulla quale svolazza il pennone di velluto cremisi ornato di fiocchi di vario colore, marcia molto avanti alla processione conteso da forti portatori, che con abilità veramente sorprendente eseguiscono prove di equilibrio facendolo sostare sul pollice, sulla spalla e sui denti. Tradizione popolare anche questa che bisognerebbe conservare e ricercarne l’origine tanto più che, secondo il nostro modo di vedere, non menoma la solennità della processione formata da una fiumana di popolo religiosamente raccolto.
I paesi della Sicilia devoti a S. Calogero sono diversi e feste grandiose si svolgono ad Agrigento, a Naro, a Sciacca, a S. Salvatore di Fitalia e Aragona e perciò non possono mancare le rivalità di campanile donde i seguenti motti per l’ambito primato:
San Calòiru di Girgenti Miraculi ‘un ni fa nenti
San Calòiru di Naru Miraculi nni fa ‘un migliaru
Ma quelli di Girgenti rispondono:
San Calòiru di Girgenti Li grazi li fa pri nenti
San Calòiru di Naru Li fa sempri pi dinaru
E noi aggiungiamo:
San Calòriu di Petralia E’ lu megghiu ca cci sia !
E giacchè ci siamo, ecco la leggenda di San Calogero così come la narra Giuseppe Pitrè nel volume XXI della biblioteca delle tradizioni popolari:
« S. Calogero, nato in Calcedonia, da giovinetto detestò tutti i piaceri mondani e si ridusse in una foresta, ove, lontano da tutti e solo, si diede alla contemplazione di Dio, da cui ebbe il dono dei miracoli e lo spirito della profezia.
Dopo molti anni di sacrifizi e di privazioni, chiamato dal vescovo di Calcedonia, fu insignito dalla vesta sacerdotale, e si addisse alla predicazione del Cristianesimo.
Ma nel 303, perseguitato fieramente da Diocleziano e da Massimiliano, esulò, ed insieme con Gregorio e Demetrio giunse a Lilibeo, dove, non trovando sorte migliore, fu costretto a ritirarsi in una grotta, dove poi, sfidando ogni pericolo, uscì per predicare Gesù Crocifisso.
I suoi compagni seguirono l’esempio, ma ci perdettero la vita, massacrati barbaramente. Nel 313 salito sul trono Costantino il Grande, Calogero si rifece vivo ed infervorò i popoli con le sue opere di pietà e con i suoi prodigi, finchè, carico d’anni, trovò una grotta sul monte Cronio (Sciacca) e vi trascinò gli ultimi giorni di vita cibandosi del latte di una cerva, la quale gli fu poi uccisa da Arcadio, a cui, per nulla risentendosi, rivelò il segreto delle stufe.
Morì a 18 giugno, che è il giorno appunto in cui molti celebrano la festa in suo onore. Il suo corpo venne seppellito sul Cronio, ma in seguito, perchè fosse al sicuro delle persecuzioni dei Saraceni, trasferito nel Monastero di S. Filippo di Fragalà, nella diocesi di Messina ».
Giglio di Roccia (giugno – luglio 1934)


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