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il polipo e il ragno
il polipo e il ragno

L’INTELLIGENZA ATTRAVERSO I SECOLI: UN VIAGGIO FILOSOFICO

19 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

Da sempre l’essere umano si è interrogato sulla natura della propria intelligenza, cercando di comprendere cosa ci rende capaci di pensare, creare e interagire con il mondo. Ma cos’è realmente l’intelligenza? Come funziona? È un dono esclusivamente umano o è condiviso con altri esseri viventi?

In questo articolo, esploreremo le idee di quattro importanti pensatori che, in epoche diverse, hanno offerto prospettive affascinanti e a volte rivoluzionarie sull’intelligenza: Ibn Rushd (Averroè), Helmuth Plessner, Daniel Dennett e Vinciane Despret. Le loro teorie ci aiuteranno a capire come la concezione dell’intelligenza si sia evoluta nel tempo, passando da visioni mistiche a interpretazioni biologiche, evolutive e poi a riflessioni che mettono in discussione il nostro stesso primato cognitivo nel regno animale.

Ibn Rushd: l’intelligenza come partecipazione a un intelletto cosmico

Nel XII secolo, in una Spagna islamica all’avanguardia culturale, Ibn Rushd (conosciuto in Occidente come Averroè, 1126-1198) elaborò una teoria dell’intelligenza che ancora oggi ci affascina per la sua originalità.

Per questo filosofo andaluso, l’intelligenza non è una qualità personale che possediamo dalla nascita, ma il risultato di un processo in cui partecipiamo a strutture intellettuali universali. Secondo Ibn Rushd, esistono due livelli di intelletto che operano in ogni atto di comprensione:

  • L’intelletto agente (al-‘aql al-fa’āl): una forza universale e immateriale che illumina le informazioni sensoriali, rendendo possibile la comprensione. Come una luce che rende visibili gli oggetti, questo intelletto cosmico trasforma i dati grezzi in concetti intelligibili.
  • L’intelletto possibile (al-‘aql al-hayūlānī): la capacità umana di ricevere e processare questi concetti illuminati dall’intelletto agente. È come un ricevitore che permette alla mente di afferrare e lavorare con le idee.

un occhio al buio

La visione di Ibn Rushd è affascinante perché suggerisce che quando pensiamo, non lo facciamo in isolamento, ma partecipiamo a un processo intellettuale più grande di noi. L’intelletto umano si sviluppa attraverso ripetute “esposizioni” all’intelletto agente cosmico, che progressivamente affina la nostra capacità di comprendere.

Un aspetto controverso della sua teoria, che creò accesi dibattiti nel mondo cristiano medievale, è che l’intelletto non apparterrebbe completamente all’individuo. Questa idea sfidava la concezione dell’anima immortale individuale, portando alla condanna delle sue opere da parte della Chiesa nel 1270 e 1277.

Ibn Rushd usava un’immagine potente per spiegare questa relazione: l’essere umano è come un occhio al buio; solo quando arriva la luce del sole (l’intelletto agente) può vedere chiaramente. La conoscenza, quindi, non è mai del tutto personale, ma sempre frutto di una partecipazione a un processo più ampio e universale.

Helmuth Plessner: l’intelligenza come risposta all’incompletezza umana

Facciamo un salto in avanti di otto secoli e arriviamo agli inizi del XX secolo, con il filosofo e sociologo tedesco Helmuth Plessner (1892-1985), uno dei fondatori dell’antropologia filosofica moderna.

Per Plessner, l’intelligenza umana è strettamente legata a quello che lui chiamava “posizionalità eccentrica” dell’uomo. Ma cosa significa questa espressione un po’ complicata?

Secondo Plessner, a differenza degli animali che vivono in modo spontaneo e immediato nel proprio ambiente (posizionalità “centrica”), l’essere umano ha una caratteristica unica: può prendere distanza da sé stesso, può osservarsi dall’esterno. In altre parole:

  • L’animale è semplicemente il suo corpo e vive nel presente immediato.
  • L’uomo invece è un corpo, ha un corpo e può riflettere su sé stesso da una posizione “eccentrica” (fuori dal centro).

essere “fuori posto”.

Questa capacità di “uscire da sé” crea nell’essere umano una frattura, un senso di incompletezza esistenziale che è al tempo stesso limite e opportunità. L’intelligenza umana nasce proprio da questa condizione di distacco: siamo esseri che non coincidono mai completamente con sé stessi e questo crea lo spazio per la riflessione, la progettualità e la creatività.

Plessner spiega che questa posizionalità eccentrica fa sì che l’uomo sia sempre “in cerca” di completezza. La nostra intelligenza è quindi un tentativo continuo di colmare un vuoto, di dare senso a questa condizione di essere “fuori posto”. Siamo spinti a creare simboli, tecnologie e culture proprio perché sentiamo questa mancanza originaria.

L’intelligenza umana, secondo Plessner, non è dunque un dono innato o un semplice fatto biologico, ma un processo storico-culturale che si manifesta attraverso la nostra capacità di usare simboli e di elaborare tecnologie. È uno strumento che ci permette di trovare un equilibrio tra la consapevolezza di noi stessi e la nostra capacità creativa.

Daniel Dennett: l’intelligenza come prodotto dell’evoluzione culturale

Avvicinandoci ancora di più ai nostri giorni, il filosofo americano Daniel Dennett (nato nel 1942) ci offre una prospettiva radicalmente naturalistica dell’intelligenza, ancorata alla teoria dell’evoluzione.

Dennett demolisce l’idea tradizionale che la mente umana sia un’entità speciale, creata o infusa dall’alto. Al contrario, sostiene che l’intelligenza è il risultato di processi evolutivi, tanto biologici quanto culturali.

Il concetto centrale nella sua teoria è quello dei “memi”, un’idea che prende in prestito dal biologo evoluzionista Richard Dawkins. Così come i geni sono unità di informazione biologica che si trasmettono da una generazione all’altra, i memi sono unità di informazione culturale – come idee, melodie, pratiche o credenze – che si diffondono, si combinano e si evolvono attraverso le generazioni.

Secondo Dennett:

  • L’intelligenza non è una qualità misteriosa localizzata in un “teatro cartesiano” nella nostra mente (l’idea che esista nella nostra testa un centro unificato dove risiede la coscienza).
  • È invece una collezione di processi informativi distribuiti, simili a programmi di computer che elaborano informazioni.
  • La nostra intelligenza superiore deriva dalla capacità di assorbire memi culturali e di riflettere criticamente su di essi.

senza un io centrale

Dennett è critico verso l’idea che la mente sia un’entità separata dal corpo (dualismo cartesiano) e propone invece un modello funzionalista, dove la mente è definita da ciò che fa, non da una sostanza speciale. Paragonando la mente a un computer, suggerisce che i nostri pensieri, sentimenti e capacità cognitive sono il risultato di miliardi di processi neurali che lavorano in parallelo, senza necessità di un “io” centrale che diriga il tutto.

La consapevolezza riflessiva, quell’intelligenza che ci permette di mettere in discussione le idee ricevute e di innovare, nasce quando i memi si combinano in modi nuovi e quando siamo in grado di riflettere sui nostri stessi processi mentali.

Dennett ci invita quindi a un approccio empirico e scientifico alla mente: studiando come i memi si trasmettono e si evolvono, possiamo comprendere meglio la natura della nostra intelligenza e come essa si sia sviluppata nel corso della storia umana.

Vinciane Despret: ribaltare la prospettiva sull’intelligenza animale

Infine, con la filosofa ed etologa belga Vinciane Despret (nata nel 1959), arriviamo a una prospettiva contemporanea che mette in discussione il modo stesso in cui abbiamo concepito l’intelligenza, spingendoci a guardare oltre il nostro antropocentrismo.

Despret ci invita a considerare l’intelligenza non come una qualità che varia solo in quantità (più o meno intelligente), ma come un fenomeno che assume forme diverse a seconda delle specie e dei contesti. La sua riflessione parte da una critica fondamentale: il modo in cui studiamo l’intelligenza animale è spesso viziato da pregiudizi umani.

La filosofa propone ciò che potremmo chiamare un “antropomorfismo al rovescio”: invece di chiederci se gli animali possiedono capacità simili alle nostre, dovremmo riconoscere che le nostre categorie di giudizio sono formulate in base a capacità specificamente umane, che potrebbero essere irrilevanti per altre specie.

Ad esempio, quando valutiamo l’intelligenza di un polpo, di un ragno o di una mucca, tendiamo a usare test progettati per valorizzare capacità umane come il linguaggio verbale o l’uso di strumenti. Ma queste creature potrebbero avere intelligenze specializzate in direzioni completamente diverse dalle nostre:

  • I polpi, con i loro otto tentacoli dotati di neuroni che possono “pensare” in modo semi-indipendente, potrebbero avere una forma di intelligenza distribuita che noi facciamo fatica a concepire.
  • I ragni potrebbero percepire e interagire con il mondo principalmente attraverso le vibrazioni, sviluppando forme di comunicazione e memoria adatte a questo modo di vivere.
  • Gli uccelli potrebbero comprendere il territorio in modi che vanno ben oltre la semplice proprietà, creando relazioni complesse con lo spazio che abitano.

Autobiografia di un polpo

Despret sostiene che il modo in cui studiamo gli animali modifica i risultati delle nostre indagini. Quando gli scienziati adottano approcci più partecipativi, rispettosi della soggettività animale e attenti al contesto, emergono sorprendenti forme di conoscenza, cooperazione e risoluzione dei problemi che sfidano la nostra pretesa di unicità.

Nei suoi libri più recenti, come “Autobiografia di un polpo e altri racconti”, Despret addirittura immagina mondi in cui gli umani potrebbero arrivare a comprendere i linguaggi e le narrazioni animali attraverso la “terolinguistica”, una scienza futura che studierebbe le produzioni letterarie degli animali.

Questa visione ci invita a riconoscere la molteplicità delle intelligenze presenti sul pianeta e a sviluppare un’etica della ricerca più inclusiva e sensibile alle prospettive “altre”, aprendo la strada a una comprensione più profonda e rispettosa della ricchezza cognitiva del mondo vivente.

Riflessioni finali: intelligenze plurali in un mondo connesso

Guardando al percorso che abbiamo tracciato, dall’intelletto cosmico di Ibn Rushd all’eccentricità posizionale di Plessner, dai memi culturali di Dennett alle intelligenze animali di Despret, emerge un filo conduttore: l’intelligenza non è un blocco monolitico e immutabile, ma un fenomeno dinamico, plurale e relazionale.

Ogni pensatore, a suo modo, ha cercato di superare visioni troppo ristrette o gerarchiche dell’intelligenza:

  1. Ibn Rushd ci ricorda che il pensiero non è mai completamente individuale, ma parte di una rete più ampia di significati.
  2. Plessner ci mostra come l’intelligenza umana nasca da una condizione di incompletezza che ci spinge a creare e a cercare significati.
  3. Dennett ci aiuta a vedere come le idee evolvano e si diffondano in modi simili ai geni, formando ecosistemi culturali complessi.
  4. Despret ci invita ad allargare il nostro sguardo per riconoscere intelligenze diverse dalla nostra, ciascuna adattata a modi di vita specifici.

Oggi, in un’epoca in cui sviluppiamo intelligenze artificiali sempre più sofisticate e al contempo riscopriamo la complessità cognitiva degli altri esseri viventi, queste riflessioni assumono un valore particolare. Ci invitano a pensare l’intelligenza non come una qualità che separa gli umani dal resto del mondo, ma come un continuum di capacità che, in forme diverse, connette tutte le forme di vita.

Forse la vera intelligenza sta nel riconoscere che non siamo soli nel nostro pensare, che le nostre menti sono intrecciate con quelle degli altri esseri (umani e non) e con l’ambiente che ci circonda, in un dialogo continuo che arricchisce la vita sul nostro pianeta.

Elio Di Bella

Categoria: Filosofia, In 5 Minuti, Scienze UmaneTag: filosofia, intelligenza

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